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Il voto di Francesco Paolo Michetti: analisi dell’opera
Il voto di Francesco Paolo Michetti è un’opera emblematica dell’attività del pittore, legata fortemente alla narrazione del folclore e dei costumi popolari abruzzesi.
Michetti osserva e racconta gli ambienti e le tradizioni più popolari dell’epoca, sottolineando lo stato di arretratezza culturale della sua terra, senza però nessun intento di critica, ma solo di cronaca.
Il voto rappresenta proprio la descrizione di una tradizione religiosa ancorata nei costumi abruzzesi di Miglianico, un piccolino paese in provincia di Chieti.
La festa di San Pantaleone a Miglianico: tra rito religioso e fanatismo
Nel dipinto Michetti illustra la parte principale della festa di San Pantaleone, patrono del paese, celebrata ogni 27 luglio. I fedeli strisciano sul suolo della chiesa, leccando il pavimento del sagrato, diretti verso il busto-reliquario del santo, giungendo feriti e sanguinanti, a compimento di un voto. Il rito è accompagnato da canti, preghiere e l’incenso che invadono l’edificio.
Tra critiche e successi
Il Voto viene esposto nel 1883 all’Esposizione Internazionale di Belle Arti di Roma. In quest’occasione il pittore viene accusato di utilizzare uno stile pittorico “approssimativo”, non definendo nessun contorno, tanto che l’opera riceve l’epiteto di “non finito”. Attraverso questa scelta pittorica riesce però a conferire ancor più realismo alla scena che si carica di un’aria pesante, pervasa di incenso, sudore e lezzo; rievocando allo stesso tempo quella sensazione di magia e mistero che porta con sé un rito ancestrale. Un’opera del genere ovviamente riscuote critiche, ma altrettanti successi, per l’innovativo soggetto e la scelta stilistica, ottenendo riconoscimenti da Gabriele D’Annunzio e Giulio Aristide Sartorio. D’Annunzio dedica all’opera anche un lungo articolo di elogio sul “Fanfulla della Domenica”.
Michetti e la fotografia
La tela viene eseguita tra il 1881 e il 1883, utilizzando un formato molto grande, che solitamente veniva impiegato per raffigurare i soggetti di storia, servendosi anche di immagini fotografiche come supporto allo studio del dipinto. L’utilizzo del medium fotografico è comprensibile anche dal taglio che il pittore conferisce alla tela, dipingendo personaggi che vengono tagliati dall’inquadratura a infondere spontaneità e immediatezza alla composizione. Ad acuire questa sensazione inserisce delle figure che hanno lo sguardo rivolto verso l’esterno, verso qualcosa che noi non vediamo, ad indicare il proseguimento della scena. Il pittore ottiene quindi un’istantanea di quel rito religioso che assume tratti di fanatismo, superstizione e primitivismo.
Realizzerà anche diversi pastelli preparatori prima di eseguire la monumentale opera ad olio.
La lezione verista
Dal punto di vista stilistico il pittore giustappone tocchi di colore puro sulla tela, senza mescolarlo, ereditando la lezione di Filippo Palizzi, Domenico Morelli, Giuseppe De Nittis e soprattutto Mariano Fortuny che lo avvia al giapponismo e alla sperimentazione del pastello. La tavolozza del pittore diviene anche più chiara e trasognata dopo l’incontro con il pittore spagnolo.
Con questo dipinto Michetti supera le tematiche di genere o gli idilli pastorali che avevano caratterizzato la sua produzione precedente, affermandosi come uno degli interpreti più profondi ed emozionanti del verismo.


