Achille Alberti

Achille Alberti. Ignavia. Scultura in gesso
Ignavia. Scultura in gesso

Biografia

Achille Alberti (Milano, 1860 – 1943), scultore milanese, si forma all’Accademia di Brera, dove è allievo di Pietro Magni (1816-1877) e di Riccardo Ripamonti (1849-1930), con cui instaura una fraterna amicizia. In seguito, infatti, i due condivideranno lo studio milanese, in via Stella 39.

La libertà compositiva di Ripamonti, ormai lontana sia dall’accademismo, sia dall’espressione romantica della tradizione scultorea milanese, conduce Achille Alberti alla formazione di un linguaggio sciolto e libero dalle convenzioni, decisamente improntato al verismo.

Impossibile, quindi, non ravvisare nel giovane scultore una viva urgenza naturalistica, che proviene dall’indiscutibile successo di Achille D’Orsi (1845-1929) nella Milano degli anni Ottanta dell’Ottocento, quando la questione sociale imperversava sia nella produzione plastica che in quella pittorica.

Non è un caso, perciò, che l’artista inauguri la sua prima produzione con opere veriste e ispirate al dramma collettivo del lavoro e dell’emarginazione, con un puntuale riferimento ad opere di D’Orsi come Proximus tuus, del 1880. Ma in tutta la sua produzione non manca mai un puntuale riferimento al classicismo delle pose, osservato tanto nella scultura antica quanto in quella michelangiolesca.

L’approdo ad una maniera personale

Con l’esordio all’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Roma del 1883, inaugura una fiorente stagione espositiva, caratterizzata, almeno fino alla fine degli anni Ottanta, da una ferma adesione al verismo sociale. Ma all’inizio del decennio successivo, Achille Alberti sposta gradualmente la sua attenzione su un’espressione più personale, indice di una maturazione stilistica e tematica.

Nel 1890, vince il Premio Canonica, dimostrando di non aver intenzione di abbandonare la fedeltà al verismo, ma assecondando la necessità di dare alle sue figure un afflato spirituale e una caratterizzazione più efficace ed intima, di memoria ellenistica.

Il movimento vibrante della materia, l’impostazione evocativa non priva di riferimenti simbolici e la scelta di soggetti non soltanto tratti dal quotidiano, ma anche dalla letteratura, sono gli elementi che costituiscono la nuova poetica dello scultore milanese, che lo accompagnerà per molti anni.

Una fiorente attività espositiva

Nel 1897, partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia, in cui esporrà le sue opere più significative, fino al 1920. A partire dall’inizio del Novecento, si susseguono importanti commissioni e successi, non solo per opere private, ma anche per monumenti pubblici.

Tra pose guizzanti e movimentate e rappresentazioni più calme e riflessive, Achille Alberti si identifica con una equilibrata forza espressiva e con un’innata abilità nel coniugare verismo e predisposizione umana, in una chiara e moderna teoria degli affetti che mai rinuncia ai riferimenti all’antico.

Riceve anche numerose committenze nel campo dell’arte della medaglia e della scultura funeraria, lavorando soprattutto alla progettazione e realizzazione di tombe per il Cimitero Monumentale di Milano.

Esecutore raffinato ed incisivo, passa velocemente da una fattura impressionista ad una definizione più levigata e allegorica. Attivo fino agli anni Trenta, nel 1918 e nel 1930, tiene due personali alla Galleria Pesaro di Milano, che rappresentano le due tappe fondamentali della sua affermazione artistica. Muore a Milano nel 1943, ad ottantatré anni.

Achille Alberti: dal verismo sociale ad una scultura espressiva ed armonica

L’esposizione Nazionale di Roma del 1883 segna l’esordio di Achille Alberti, con la scultura verista Il barcaiolo, seguita dall’Esposizione di Torino del 1884, in cui presenta Il panettiere e Due giugno. Il passaggio dal puro verismo sociale a tematiche più vicine alla mitologia e alla letteratura, ma anche alla sfera personale ed intima dell’autore, avviene nel 1887, all’Esposizione Nazionale di Venezia, con Ilota, Leda e Edelweiss.

Nel 1890, a Torino espone Acqua fontis e a Brera il bassorilievo Bagnanti che gli fa ottenere il Premio Canonica, seguito da un notevole successo di critica. Ignavia è la sua scultura più significativa della prima produzione: tema dantesco che riesce a penetrare con attenzione verista il corpo del dannato, ma anche con una resa straordinariamente acuta del sentimento di inerzia e accidia dell’animo umano.

Dopo lo strepitoso successo dell’Ignavia, Achille Alberti partecipa alla sua prima Biennale di Venezia con un altro tema tratto da un verso dalla Commedia dantesca: Biondo era e bello e di gentile aspetto, il Manfredi del II Canto del Purgatorio.

Tra energica impostazione verista e riferimenti simbolici

Achille Alberti non tradisce ma mai la dimensione naturalistica ed organica della scultura, attraverso volumi morbidi e un formalismo equilibrato. Lo stesso scultore afferma: «Io sono amico della chiarezza. La scultura vive di linee, vive per il contorno.

Impressionismo, modernismo: non dico di no, saranno cose belle; ma con buona pace di chi li pratica, quand’io scolpisco una figura amo di “disegnarla” d’accarezzarla, di farne una cosa definita, preziosa. E non mi parlate di “stilizzazione”! Tutto si può dire, tutto si può esprimere senza offender le leggi del vero».

È proprio quest’ultima affermazione che rende chiaro il suo intento: un velato simbolismo e una sincera trasposizione del sentimento umano, senza perdere l’intenzione realista, pervadono le opere del primo Novecento, a partire dalla Matrona e dal Busto in bronzo della Mostra di Milano per il Traforo del Sempione del 1906.

Alla Biennale di Venezia del 1907, compare invece Virago, Reietta a quella del 1909, Marat e Ricordanze risalgono al 1910, Mietitore ed Anacreontica alla Biennale del 1914. Dopo la guerra, ritorna ad esporre nella sua personale alla Galleria Pesaro, dove compaiono le opere cruciali della sua prima produzione, tra cui Rassegnazione, Lavoro, Ilota, Massaia, Mistica, Falciatore, Mater dolorosa, Sera al campo e Maniscalco.

È poi alla Biennale di Venezia del 1920 con Giovinetta e Filosofo. Tiene una nuova personale alla Galleria Pesaro nel 1930, portando a conclusione la sua lunga parabola artistica e mostrando tutta la sua evoluzione stilistica, dal verismo sociale alle espressioni più intime. Tra le opere esposte, vi sono Frammento, Falstaff, Carlo Porta, Donna lombarda, Ultime faville, Immortalità, Pescatore e Giovane donna.

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