Alberto Magnelli

Alberto Magnelli. Composizione n.6, 1936.Tecnica: Tempera su tela
Composizione n.6, 1936. Tecnica: Tempera su tela

Biografia

Alberto Magnelli (Firenze, 1888 – Parigi, 1971), sin da bambino, pratica il disegno e la pittura, incoraggiato dalla famiglia. Viene anche abituato a viaggiare per la Toscana: nell’adolescenza, si appassiona in particolare ai maestri senesi e fiorentini del Trecento e del Quattrocento.

Studia soprattutto Giotto, Masaccio, Paolo Uccello e Piero Della Francesca, indirizzandosi, sin dalla fase giovanile, verso una pittura di solida struttura formale e accompagnata da una linea disegnativa molto importante.

Abbastanza precocemente, Alberto Magnelli esordisce alle Mostre d’Arte Regionale Toscana, per poi approdare alla Biennale di Venezia nel 1909, molto giovane. Intorno al 1911 si avvicina al gruppo di Futuristi che gravita attorno la rivista fiorentina “La Voce”.

Così, entra in contatto con i letterati Giovanni Papini, Giuseppe Prezzolini, Aldo Palazzeschi e con i pittori Ardengo Soffici (1879-1964) e Umberto Boccioni (1882-1916). Ciononostante, non aderisce al Futurismo, anzi la pennellata carica dei primi anni si ridimensiona fino a giungere ad una pittura armoniosa e personale.

L’esperienza parigina

L’Avanguardia, seppur non futurista, interessa profondamente ad Alberto Magnelli, soprattutto in questa fase di grandi stimoli che lo portano a partire per Marsiglia nel 1913.
Qui, acquista una maschera africana e si avvicina al primitivismo di Picasso. Dopo questa prima esperienza all’estero, parte per Parigi, insieme ad Aldo Palazzeschi.

Entrambi, frequentano Guillaume Apollinaire (1880-1918) che li introduce alla cerchia dei pittori cubisti, Pablo Picasso (1881-1973), Juan Gris (1887-1927) e Max Jacob (876-1944) e al gallerista Henry Kahnweiler.

Inizia una serie di scambi con questi artisti, nel fervore artistico parigino, che purtroppo è costretto ad abbandonare nel 1914, a causa dello scoppio della guerra.

Rientrato in Toscana, Alberto Magnelli abbandona la pittura figurativa e si inoltra in sperimentazioni cubiste ed orfiche, facendo della dimensione astratta il suo linguaggio principale.

Intersezioni di colori e forme vincono la mimesi naturalistica e si esprimono in una serie di composizioni liriche che uniscono dinamismi futuristi alla Giacomo Balla (1871-1958) alle geometrie astratte di Vasilij Kandinskij (1866-1944).

Gli anni Venti: il ritorno alla figurazione

Le prime sperimentazioni avanguardistiche si concludono, per Alberto Magnelli, intorno al 1919. Dopo un viaggio tra Francia, Germania e Austria, il pittore ritrova l’interesse per la pittura figurativa, soprattutto nella riscoperta dell’arte toscana che tanto lo aveva affascinato nei primi anni.

L’armonia della campagna attorno Firenze, con i suoi ritmi stagionali e le solenni figure che la popolano, diventa soggetto delle sue tele che stanno a metà tra ritorno all’ordine e riferimenti alla Metafisica. Nel 1921 tiene la sua prima personale presso la Galleria Materassi di Firenze, dove espone dipinti di rara intensità cromatica, sicuramente ispirati ai maestri del Quattrocento.

Dalla metà degli anni Venti in poi, si susseguono per Alberto Magnelli esposizioni e riconoscimenti, tra Biennali veneziane e Quadriennali romane, senza dimenticare le Mostre Regionali Toscane. Risale, poi, al 1929 l’importante personale presso la Galleria Pesaro di Milano, che lo consacra definitivamente.

Gli anni Trenta a Parigi

Dagli anni Trenta, il richiamo dell’astrazione di fa sentire di nuovo fortissimo e il pittore fiorentino si abbandona a composizioni fatte di materia pietrosa, dopo un fondamentale viaggio a Carrara. Nel 1931 si trasferisce a Parigi, dove espone con regolarità e successo, fino ad arrivare a tenere una personale a New York.

Durante la guerra, si ritira nel sud della Francia, insieme alla moglie e a Hans Arp (1887-1966) e a Robert Delaunay (1885-1941), con i quali, nel 1950, pubblica un album di litografie dal titolo Nourritures Terrestres.

Nel 1944 rientra a Parigi e partecipa alla mostra “Art Concret” alla Galleria Drouin, insieme a Kandinskij, Delaunay, Arp, Piet Mondrian (1872-1944), inserendosi definitivamente nel contesto dell’Astrattismo europeo.

Sei anni dopo ha una sala personale alla Biennale di Venezia, in cui presenta lavori che richiamano il neoplasticismo, dal grande ritmo compositivo nel binomio del dopoguerra astratto-concreto. Ricoperto di successi fino agli anni Sessanta, muore a Parigi nel 1971.

Alberto Magnelli: tra figurazione e Astrattismo

La prima fase pittorica del pittore fiorentino Alberto Magnelli è legata allo studio dei maestri del Trecento e del Quattrocento, con la conseguente produzione di opere figurative di grande valenza formale.

Le prime esperienze con l’arte dell’Avanguardia gli provengono dal viaggio parigino degli anni Dieci, quando il contatto con i cubisti e con l’Orfismo lo conduce ad una pittura dal forte valore spirituale e dall’incessante ritmo di piani e linee che si intersecano.

La ricerca cromatica e disegnativa rimane comunque una priorità, come poi si verifica nella bella serie Explosions Lyriques, del 1918 che molto deve a Kandinskij, ma anche a Severini.

Negli anni Venti, Alberto Magnelli vive un’inversione di rotta: si fa trasportare dal ritorno all’ordine, senza rinnegare però le sue esperienze astratte. Per un decennio, in ogni caso, ritorna alla figurazione, dando vita ad una serie di opere di forte valore plastico. Alla Sindacale fiorentina delle Arti del Disegno del 1927, presenta Donna d’Arezzo e una serie di Disegni.

Nel 1928, invece, espone una serie di paesaggi solenni ed equilibrati che richiamano le atmosfere giottesche, unite alla Metafisica di Carrà, tra cui Podere delle chiuse, La barca nel porto, La casa in pineta. Mentre alla Biennale di Venezia dello stesso anno partecipa con Paesaggio di Trespite.

È il 1929: Alberto Magnelli si trova di nuovo ad un bivio tra figurativo ed astratto ed effettivamente, nel decennio successivo prenderà la via dell’informale. Ma in questo ultimo sprazzo degli anni Venti, tiene un’importantissima personale alla Galleria Pesaro.

Vi espone settantacinque opere, tra cui le ultime del ritorno all’ordine, Ragazza seduta, Busto di donna, La casa colonica, Velieri in partenza, L’attesa, Figura dormiente, La lettura sulla spiaggia, Il navicello che parte e Marinaio.

Il definitivo approdo all’Astrattismo

All’inizio degli anni Trenta, Alberto Magnelli fa una visita alle cave di marmo di Carrara. Ne scaturisce la nuova serie di lavori astratti, anche se molto legati alle radici toscane, fatta di schegge e pietre, paesaggi indefiniti ed affascinanti dal nome Pierres.

Nel 1931, alla Quadriennale romana espone alcuni ultimi dipinti di figura di grande forza emotiva e cromatica, Pausa marinara, La dimora del marinaio, La famiglia del pescatore.
Ma da questo momento in poi, con il trasferimento a Parigi e l’amicizia con Arp e Delaunay, si converte definitivamente all’astratto.

Il pittore fiorentino si dedica a composizioni senza titolo, ad olio, in cui spesso emergono alcuni elementi simili totem di pietra, circondati da un alfabeto di segni personalissimo. Mano a mano, il successo internazionale aumenta e le astrazioni si fanno sempre più “concrete”.

Alberto Magnelli giunge infine ad un pulito e puro Neoplasticismo che richiama Mondrian, ma con esplosioni cromatiche più variegate e festose. Le mostre, subito dopo la guerra si susseguono e continuano fino alla soglia dei suoi ottant’anni.

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