Ar Giuseppe

Giuseppe Ar. La Finestra della Cucina (dettaglio). Tecnica: Olio su tela
La Finestra della Cucina (dettaglio). Tecnica: Olio su tela

Biografia

Giuseppe Ar (Lucera, 1898 – Napoli, 1956) nasce da una famiglia di umili condizioni della remota provincia pugliese, a Lucera. Sin da piccolo si dimostra propenso allo studio del disegno che riesce a coltivare quando non deve lavorare insieme ai genitori. Comincia a studiare pittura negli anni della scuola, quando si dedica alle prime nature morte realizzate ad acquarello.

Ben presto si fa strada in lui una pittura dal segno delicato e poetico, dedicata alla sua terra, agli interni della dimensione domestica. La luce è sin da subito uno degli elementi più importanti del linguaggio di Giuseppe Ar.

Il trasferimento a Roma

Negli anni Venti si trasferisce a Roma per approfondire la sua formazione, fino a quel momento seguita da autodidatta. Frequenta lo studio dell’ormai anziano Antonio Mancini (1852-1930) e partecipa, spinto dagli amici, alla Biennale romana del 1920. Le prime opere apparse in pubblico sono delicate e metafisiche nature morte, immerse nel silenzio di un interno.

Ma subito l’interesse di Giuseppe Ar si rivolge alla quotidianità vissuta negli interni, ma anche nel paesaggio che lo circonda. Si fa interprete di una pittura pulviscolare in cui la luce sembra rischiarare qualsiasi situazione.

Una luce che scalda, illumina e allo stesso tempo acceca, filtrando dalle finestre e portando con sé quei granelli di polvere che stendono un finissimo velo tra i nostri occhi e lo spazio circostante.

Per vivere, a Roma, lavora in una galleria d’arte come assistente e commesso e nel frattempo comincia a dedicarsi anche allo studio dei visi, disegnando a sanguigna su carta, come un maestro antico. Ma a Roma rimane solo per tre anni: non può non tornare nella sua calma e semplice Lucera, cittadina che ispirerà, nel tempo, tutti i suoi dipinti.

Il rientro a Lucera: la dimensione domestica

Quando è di nuovo nella sua amata Puglia, Giuseppe Ar può tornare a quella dimensione domestica che lo ispira. Sposa Concetta Testa nel 1939, donna che appare spessissimo nei suoi dipinti, mentre lavora, mentre cuce, mentre aspetta in quelle silenziose camere illuminate dalla luce del pomeriggio.

Un lirismo senza confini pervade i dipinti del pittore pugliese. I personaggi che popolano gli esterni o gli interni sono delle piacevolissime note cromatiche che sembrano rendere vivi gli ambienti solitari e misteriosi, eternamente immobili del pittore.

Continua in questa dimensione quotidiana ed allo stesso tempo metafisica ed enigmatica, silenziosa e opaca per tutti gli anni Quaranta, toccando con i suoi dipinti il massimo grado della poesia nella pittura del Novecento, senza mai appartenere a nessuna corrente. Nel 1955, espone finalmente fuori dall’Italia, a Parigi, ma poco dopo muore a Napoli, a soli cinquantotto anni.

Giuseppe Ar: la poesia della luce

Una lirica del silenzio e della luce pervade tutte le tele della breve vita di Giuseppe Ar. Le prime opere che espone alla Biennale di Roma nel 1920 sono Servizio da caffè, Marmellata e Bottiglia, bicchiere e candela. Si tratta di nature morte che subito incuriosiscono la critica per la loro solennità. Ben presto il pittore si allontana dalla natura morta per esplorare gli ambienti, le stanze silenziose, i cortili illuminati da una luce abbacinante.

Tornato a Lucera da Roma nel 1928, si rifugia nel suo piccolo mondo fatto di gesti ripetuti e quotidiani, quelli del lavoro di una donna, dello studio di un bambino, dell’attesa di un caro. Sembra rievocare le atmosfere placide ed equilibrate della Scuola di Piagentina, al tempo dei Macchiaioli, o quelle di Gioacchino Toma (1836-1891) ma le carica di un mistero carico di modernità.

Un immutabile silenzio nella contingenza del quotidiano

Nella resa pulviscolare della luce che penetra dalle finestre, nella descrizione di ambienti vuoti e silenziosi, privi spesso di presenze umane, ma carichi di una luminosità quasi sacra che bagna oggetti e muri, Giuseppe Ar sembra voler portare l’enigma nel quotidiano.

Una certa malinconia cala sulle tele del pittore, che comincia, con la sua dimensione domestica, a conquistare la critica. Un’immutabile sensazione di eterno è presente in dipinti quali Lo scolaro, Solo, Lampada votiva, Ragazza d’altri tempi, Presso la finestra, L’attesa, Tetti di Lucera, Lavoro in solitudine, Cassettone antico, La finestra della cucina.

In questi dipinti, Giuseppe Ar riesce a rendere immutabile il contingente, pur scegliendo come soggetti angoli insignificanti della casa, mobili, sedie. Oggetti che per lui assumono un significato di sacra eternità, anche se colti in un momento specifico in cui la luce, in un determinato momento della giornata, taglia con le sue lame un tratto di muro o di pavimento.

Gli interni di chiese sembrano contenere in sé un’idea di pace trascendente, come ben si nota da Verna. Corridoio delle stimmate di San Francesco o da Assisi. Cripta di San Damiano. Negli anni Cinquanta la sua pittura si fa sempre più “polverosa” e sfaldata. Ciò si esplicita nei dipinti presentati alla Biennale di Venezia del 1954, Ripassando la lezione di piano, Prima neve, Gatti al sole, Prime malinconie, Il salottino addormentato.

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