Ballero Antonio

Antonio Ballero. Bimbi in collina. Tecnica: Olio su tavola, 19 x 30 cm. Firmato in basso a destra “A. Ballero”
Bimbi in collina. Tecnica: Olio su tavola. Firmato in basso a destra “A. Ballero”

Biografia

Antonio Ballero (Nuoro, 1864 – Sassari, 1932) nasce da un’agiata famiglia di Nuoro che lo manda a Cagliari per portare a termine gli studi classici. Esordisce a trent’anni come scrittore di racconti brevi, ma poco dopo, decide di iniziare a studiare pittura da autodidatta.

Nel 1896, a Sassari, partecipa per la prima volta all’Esposizione Artistica Sarda ed entra in contatto con le più eminenti personalità culturali dell’isola, come Sebastiano Satta o Grazia Deledda.

Dagli anni Novanta in poi, Antonio Ballero si fa narratore per immagini della quotidianità sarda, con le sue tradizioni e i suoi costumi antichi, confrontandosi spesso con l’amico e scultore conterraneo Francesco Ciusa (1883-1949).

La tradizione sarda per immagini

Un cromatismo acceso, variegato ed espressivo viene utilizzato nella realizzazione di queste icone senza tempo. È in tale contesto che si inserisce l’importanza di Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907), figura di riferimento per Antonio Ballero nel momento dell’avvicinamento al Divisionismo.

La campagna sarda, con i suoi colori vivaci e con le sue caratteristiche folcloriche, comincia ad essere descritta dal pittore attraverso la sperimentazione divisionista. Accensioni cromatiche rese mediante una dimensione pulviscolare ed indefinita trasformano in immagini estremamente affascinati e sintetiche un paesaggio conosciuto sin nei minimi particolari dall’autore.

Una nuova visione della luce e della rappresentazione stessa sono oggetto della ricerca del pittore, che colpisce subito la critica e il grande pubblico delle esposizioni italiane.

Nel 1902, Antonio Ballero visita l’Universale di Torino, dove si confronta per la prima volta con la pittura coeva italiana. Questo contatto, porta il pittore ad aggiornarsi ancor di più al linguaggio internazionale, esponendo in seguito alle Promotrici di Genova e di Firenze.

Il successo in Sardegna e nella Penisola

Dal 1905, inizia ad insegnare alla Scuola Normale di Nuoro e nel frattempo viaggia molto in Italia per scoprirne la storia artistica e soprattutto per presenziare a diverse mostre collettive. Il post impressionismo diviene la cifra caratteristica del pittore, che piano piano raggiunge un notevole successo sia in terra sarda sia nella Penisola.

Tra il 1908 e il 1911, l’artista intraprende una corrispondenza epistolare con l’artista costumbrista spagnolo Eduardo Chicharro (1873-1949), da cui deriva l’acquisizione di accezioni simboliste e decorative in alcuni dipinti di questa fase cruciale.

Negli anni Venti, Antonio Ballero si dedica soprattutto a ritratti di rara intensità psicologica, pur non abbandonando la narrazione della vita quotidiana sarda. La sua prima personale nella Penisola risale al 1920, presso la Galleria Vinciana di Milano, che gli procura apprezzamenti e lodi da collezionisti e critici.

Per tutto il decennio, sperimenta con crescente impegno l’attività grafica, utilizzando un segno finissimo e decorativo, in cui la china si diffonde in fittissimi e curati ghirigori, molto legato alla tradizione Liberty. Non è da dimenticare poi la pratica del monotipo, cui si dedica negli ultimissimi anni. Muore a Sassari nel 1932, a sessantotto anni.

Antonio Ballero: la quotidianità sarda attraverso il Divisionismo

Il romanzo che pubblica Antonio Ballero nel 1886, Don Zua, storia di una famiglia nobile nel centro della Sardegna, anticipa in un certo senso la sua attività pittorica successiva.

Inizialmente, si inserisce nella tradizione ottocentesca sarda, aderendo ad un personale verismo, come si nota dai due dipinti esposti alla Mostra Artistica Sarda di Sassari del 1896, Marina di Dorgali e Su Consiliadore.

Dopo aver visitato la mostra torinese del 1902, nel 1903 compare alla Promotrice di Genova con un Ritratto che già evidenzia la sua inclinazione per il Divisionismo. Nel 1904 espone a Firenze un altro Ritratto, mentre a Genova compaiono due dipinti che raccontano il folclore sardo, Campagna sarda e L’appello serale.

Nel 1905 espone Paesaggio sardo che evidenzia definitivamente la sua adesione ad una pittura divisionista del tutto particolare, fatta di grandi accensioni cromatiche in cui il colore, come nell’amico Pellizza, è diviso in maniera tale da creare una dimensione luminosa e spirituale, sospesa e incantevole, pur nella descrizione della quotidianità agreste.

Verso la fine del primo decennio del Novecento, la pratica illustrativa di Antonio Ballero si affianca a quella pittorica, dando alle immagini un sapore secessionista, sempre legate, però, ad una trattazione del colore post impressionista.

Il principale esempio di questo sviluppo si trova nell’opera Sa Ria, del 1908, che consacra definitivamente il pittore al grande pubblico. Questo dipinto viene seguito poi da altre sperimentazioni simili, ricche di potenza spirituale e di grande legame alla tradizione folclorica della sua terra, come I racconti del focolare del 1912 e La benedizione dei campi del 1920.

La pennellata, da pulviscolare e divisionista si fa sempre più corposa, sempre stesa con piccoli tocchi ravvicinati, ma ora più carichi di colore che emerge in maniera quasi materica dalle tele o dalle tavole.

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