ETTORE BERALDINI

Ettore Beraldini. Torna a Fiorir la Rosa. Tecnica: Olio su Tavola
Torna a Fiorir la Rosa. Tecnica: Olio su Tavola

Biografia

Ettore Beraldini (Savigliano 1887 – Verona 1965) nasce nella provincia di Cuneo, dove la famiglia risiedeva temporaneamente per gli impegni del padre, ufficiale dell’esercito. Rientrato ben presto in Veneto, regione d’origine dei genitori, il giovane inizia a mostrare una precoce attitudine al disegno, probabilmente ereditata dallo zio paterno.

Così, inizia a frequentare l’Accademia di Belle Arti Cignaroli di Verona, dove diviene uno degli allievi prediletti di Alfredo Savini (1868-1924). L’esordio del promettente Ettore Beraldini avviene alla Biennale di Venezia del 1912, dove mostra subito di aderire all’interpretazione simbolista del maestro, riflettendo sul tema della vecchiaia.

La Verona del primo Novecento

Sicuramente, sin dalle prime manifestazioni pittoriche, l’autore si discosta nettamente dalla pittura imperante in Veneto di Angelo Dall’Oca Bianca (1858-1942), scegliendo una tavolozza ben più fredda e soprattutto una stesura priva delle brillantezze vibranti che caratterizzano la pittura di genere.

Osservatore e narratore della vita degli emarginati, il giovane Ettore Beraldini si reca negli ospizi e nei manicomi per studiare i soggetti tormentati delle sue tele, sempre caratterizzati da una vena di simbolismo nordico.

Anche le figure nervose degli anziani protagonisti delle sue opere si rifanno certamente all’idea disegnativa e simbolista delle Secessioni, ammorbidita, però, dal tonalismo di tradizione veneta e saviniana.

Quindi, nella produzione dell’artista si riscontra un deciso orientamento verso la narrazione verista e sentita della quotidianità degli ultimi, degli anziani e dei bambini, che colpisce sin da subito la critica, soprattutto per la particolare qualità del verismo beraldiniano.

Il primo dopoguerra

Durante la Prima guerra mondiale, il pittore parte volontario per il fronte. In tutto il periodo del conflitto tiene un diario su cui realizza disegni acquarellati e illustrazioni, poi esposti nel 1919 al Palazzo della Gran Guardia a Verona.

Negli anni Venti, Ettore Beraldini continua a farsi interprete delle voci meno ascoltate. Gli anziani e le persone affette da malattia mentale sono sempre il filo conduttore delle sue intense e tormentate tele, che compaiono alle Esposizioni di Verona e alle Biennali di Venezia fino agli anni Trenta e Quaranta.

Allo stesso tempo, comincia a riflettere sul tema dell’infanzia. La tavolozza fredda viene sostituita da un colore luminoso e morbido e da un approccio più sereno. Non smette comunque di dedicarsi al tema della pazzia, su cui lavora ardentemente fino agli anni Cinquanta.

Nel 1930, Ettore Beraldini inizia a praticare l’acquaforte, tecnica che lo assorbe piano piano sempre di più, come mostra la serie dedicata alla Chiesa di San Zeno a Verona del 1936. Nel 1953, è uno dei protagonisti della collettiva sugli incisori veneti moderni tenutasi alla Fondazione Bevilacqua La Masa.

Negli ultimi anni, è costretto a combattere con una malattia che lo tiene isolato. Vive sul lago di Garda, soggetto che lo ispira per le ultime sue tele, in cui ritorna ad una tavolozza fredda e violacea, Muore nel 1965 a Verona, a settantotto anni.

Ettore Beraldini: il tema della vecchiaia e della follia, tra Verismo e Simbolismo

L’estrema peculiarità del lavoro di Ettore Beraldini si manifesta sin da subito alla Biennale di Venezia del 1912, dove presenta Vecchi, il trittico che denuncia il suo particolare ambito di studio, quello della senilità.

Due anni dopo, sempre alla Biennale veneziana espone Sala d’aspetto, che insieme al dipinto precedente, fa parte della Galleria d’Arte Moderna Achille Forti di Verona. Nel 1913, si unisce al gruppo degli artisti veronesi raccolti attorno alla figura di Felice Casorati (1883-1963) ed espone con loro alla Nazionale di Napoli il bel trittico I ciechi, insieme a Il sagrestano.

Dopo l’interruzione dovuta alla Prima guerra mondiale, Ettore Beraldini riprende ad esporre con immutato successo di critica alla Quadriennale di Torino del 1920, dove presenta I filosofi, che analizza sempre il tema della vecchiaia. I soggetti dedicati alla follia cominciano a comparire nello stesso periodo, quando vince il Premio Fumagalli a Brera con Le pazze.

All’Esposizione Nazionale di Napoli del 1921 espone Giorno di visita e nel 1924 è di nuovo alla Biennale con un dipinto iconico della sua produzione, La madre del pazzo, che indaga nuovamente il tema della visita in manicomio e che mette in risalto il contrasto tra il mondo dei malati e il mondo dei parenti e dei medici che vivono al di fuori.

Alla Biennale del 1926 compaiono i significativi ed incisivi Tempesta e La bracconiera, nel 1928 il delicatissimo e straziante Torna a rifiorir la rosa, ambientato in un manicomio. Risale invece al 1930 uno dei più apprezzati dipinti di Ettore Beraldini, Minaccia di temporale, poi da lui stesso in seguito tagliato lateralmente per dare uno sguardo più ravvicinato e fotografico a questa profonda scena della quotidianità contadina.

Alla stessa Biennale espone l’acquaforte Trastulli, mentre alla successiva compaiono i primi dipinti dedicati al tema dell’infanzia, come Gigino, Margerita, Guido, Mariuccia. Allo stesso filone appartengono Fanciulla con frutta, Bambino con limone e Nudino con zucca.

Partecipa alle Quadriennali di Roma del 1935, 1939 e 1943 con una serie di acqueforti come Chiesa di San Fermo a Verona e Arco dei Gavi, I bronzi di San Zeno e Teatro romano a Verona. Nel 1950 torna di nuovo e per l’ultima volta a dedicarsi al tema della follia, con Il reparto delle agitate che gli procura diversi premi.

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