Bistolfi Leonardo

Leonardo Bistolfi. L'Olocausto - Tecnica: Bronzo
L'Olocausto. Tecnica: Bronzo

Biografia

Leonardo Bistolfi (Casale Monferrato, 1859 – La Loggia, 1933), figlio di un intagliatore, si avvicina all’arte in tenera età, disegnando, secondo i racconti, sulle pareti domestiche. Il suo destino era forse già scritto nel suo nome Leonardo, scelto dal padre per augurargli una vita dedicata all’arte, come quella di Leonardo Da Vinci.

A sedici anni, grazie ad una borsa di studio riesce a trasferirsi a Milano per studiare all’Accademia di Brera fra il 1876 e il 1879. Qui segue i corsi di scultura di Giosuè Argenti (1819-1901); dopodiché si perfeziona all’Accademia Albertina di Torino, dove studia al seguito di Odoardo Tabacchi (1831-1905).

Gli esempi dei grandi artisti scapigliati con cui viene a contatto a Milano, influenzano la sua prima produzione. Quando infatti inizia ad esporre a Torino negli anni Ottanta, forte è il segno di Giuseppe Grandi (1843-1894) e Tranquillo Cremona (1837-1878).

Sempre a Milano, stringe amicizia con Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907) e si avvicina al socialismo.
Nei primi anni si dedica soprattutto a piccoli gruppi scultorei ispirati a scene di vita quotidiana, al duro lavoro degli operai e dei contadini.

Aperto uno studio nel quartiere Vanchiglia a Torino, lavora a sculture profondamente naturaliste, che però già nascondono un afflato simbolista, foriero della sua poetica futura. Nel frattempo, si dedica anche alla pittura di paesaggio, traendo ispirazione soprattutto dal verismo lirico di Antonio Fontanesi (1881-1882).

Lo “scultore del dolore e della morte”

Dalla fine degli anni Ottanta diventa un grande interprete dell’arte funeraria, acquisendo l’epiteto di “scultore del dolore e della morte”. È proprio in questi lavori, divisi tra bassorilievi e gruppi monumentali, che Bistolfi esprime pienamente la sua tensione simbolista.

Diviene dunque uno degli scultori che con più autorità e consapevolezza si fa interprete del simbolismo liberty di fine secolo, reagendo al realismo che lo aveva caratterizzato nei primi anni.

Il tratto decadente emerge dalla ricerca della pura bellezza del tratto sinuoso e del messaggio allegorico della morte. Un’intensa passione poetica traspare dalle sue opere funerarie, ma anche dai busti, cui si dedica dai primi anni del Novecento. Modellato raffinato e effetti di luce si coniugano in una tensione mistica senza precedenti.

Mentre si dedica a grandi committenze private, Leonardo Bistolfi partecipa alle esposizioni di Torino, alla Biennali di Venezia, alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze del 1896 e alla mostra della Secessione romana del 1913. Muore a La Loggia, vicino Torino, ancora nel pieno dell’attività espositiva, nel 1933.

Gli esordi nel segno del verismo

Come premesso, Leonardo Bistolfi inizia la sua carriera ancora legato agli stilemi del verismo di metà Ottocento. Ma la sua scultura risulta già permeata di quella sensazione spirituale e di quello studio della luce, anticipazioni degli sviluppi futuri.

Il suo esercizio è giudicato già pienamente maturo da Tabacchi all’Albertina, per cui, molto giovane, Bistolfi apre un suo studio. Fervente socialista, dedica le sue prime opere al tema del lavoro, tanto che nel 1881 a Torino espone il gruppo Arduo lavoro.

Poi, ispirandosi alla letteratura positivista di Émile Zola, nel 1884, sempre a Torino, espone Le lavandaie, insieme a Due figure e Pei campi.

Ancora, nel 1885 presenta Boaro e nel 1887 Mater doloris. In quest’ultima opera, seppur pienamente verista, si notano espressioni evidentemente ispirate dalla scultura scapigliata, soprattutto nel trattamento della luce.

Leonardo Bistolfi: il Simbolismo

Già nel 1881 l’artista si era occupato del monumento funerario della famiglia Braida, intitolato L’angelo della morte. Anche se negli anni Ottanta il verismo è ancora molto presente, nelle opere funerarie già si denotano dettagli nuovi, tutti legati alla simbologia della morte e al dolore che essa causa.

Risale al 1889 la tomba per la famiglia Pansa, La Sfinge, opera conservata nel cimitero di Cuneo che definitivamente segna il passaggio dal verismo al simbolismo.

Nei bassorilievi e nei gruppi successivi, un’intensa partecipazione dolorosa emerge dai panneggi tormentati, dai volti carichi di angoscia. La linea decorativa ininterrotta da un corpo all’altro ricorda in un certo senso il simbolismo nordico di Jan Toorop (1858-1928).

I monumenti funerari e l’allegoria della morte

Nel 1895, alla I Biennale veneziana, invia La Bellezza della Morte, opera che indica il definitivo distacco da ogni riferimento realista. Ancora, con Il Dolore confortato dalle Memorie, monumento funerario realizzato per la famiglia Durio, emerge tutto il decadentismo bistolfiano.

Il dolore in primo piano, incappucciato e oscuro viene circondato da una sorta di processione di donne, allegorie delle memorie del defunto. Come in un fregio schiacciato, le memorie della vita, mosse da una linea a tratti sinuosa, a tratti spezzata, confortano il dolore della morte.

Al 1896 risale il meraviglioso bassorilievo Le spose della morte, per la cappella funeraria Vochieria Frascarolo Nomellina. Esso racchiude in sé tutta la capacità di Bistolfi di astrarre dalla realtà per portarci in una dimensione altra, in cui i corpi assumono una fattezza spirituale, magica.

Alla Biennale del 1898 espone un Cristo in una posa particolarissima, mentre avanza, forse uscendo dal Sepolcro. Alla Biennale del 1901 risale Sogno, mentre a quella del 1905 ben ventuno opere raggruppate in una rassegna personale.

Tra di esse vi sono modelli funerari come La fiamma – targa crematoria, con figure sinuose e inconsistenti, ma allo stesso tempo dai tratti michelangioleschi. Ancora, compaiono Il funerale, Targa funeraria per un giovane poeta, L’olocausto, La croce, Resurrezione.

Viste queste opere D’Annunzio dedica un sonetto a Leonardi Bistolfi, in segno di riconoscimento e apprezzamento. Alla Mostra della Secessione romana del 1913 invia Il letto di rose, alla Biennale dell’anno successivo La Morte e la Vita.

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