ALIGHIERO BOETTI

Alighiero Boetti. Non Parto non Resto. Tecnica: Penna a Biro su carta applicata su tela. Museo Mambo
Non Parto non Resto. Tecnica: Penna a Biro su carta applicata su tela. Museo Mambo

Biografia

Alighiero Boetti (Torino, 1940 – Roma, 1994), nato da una famiglia piemontese nel pieno della guerra, passa un’infanzia poco piacevole: il padre è al fronte fino al 1945 e, insieme alla madre e ai fratelli è sfollato nella campagna di Giaveno.

Terminata la guerra, verso la fine degli anni Cinquanta, pur frequentando Economia e Commercio all’università, si avvicina all’ambiente intellettuale che gravita attorno alla casa editrice Einaudi e alle gallerie torinesi Galatea di Mario Tazzoli, e Notizie di Luciano Pistoi.

Influenzato inizialmente dall’Informale, Alighiero Boetti realizza le sue prime tele all’inizio degli anni Sessanta, ispirato da Wols (1913-1951), ma anche da Nicolas De Staël (1914-1955), senza escludere l’importanza cruciale che per lui hanno avuto i grandi maestri come Paul Klee (1879-1940) e Giacomo Balla (1871-1958).

Per mantenersi, intorno al 1962, l’artista inizia a comprare alcune ceramiche di Picasso in Provenza, cercando di rivenderle in Italia. Proprio in occasione di questo lavoro, incontra Annemarie Sauzeau, insegnante di inglese, che sposerà soltanto due anni dopo.

Il soggiorno parigino e le prime opere

Trasferitosi a Parigi con Annemarie, conosce da vicino l’Informale di Jean Fautrier (1898-1964) e di Jean Dubuffet (1901-1985). Contemporaneamente, inizia a studiare la tecnica dell’incisione, che continua a praticare anche al suo rientro a Torino, nel 1964.

Tra incisioni e disegni a china che raffigurano oggetti stilizzati, come lampade, macchine fotografiche e cineprese, si svolgono i primissimi anni della sua produzione, oggi non più visibile perché distrutta da Boetti stesso.

Le prime installazioni di carattere minimalista risalgono al 1966 e rappresentano la prima vera svolta nel linguaggio dell’artista torinese: il suo intento è quello di coinvolgere “teatralmente” l’osservatore, di integrarlo nella situazione dell’opera.

Le mostre d’Arte Povera

In questo periodo, inizia a frequentare anche le Gallerie di Gian Enzo Sperone e di Christian Stein, nel vivace ambiente artistico torinese, in cui ha modo di conoscere altri artisti, come Michelangelo Pistoletto (1933) e Pietro Gilardi (1942), ma si lega soprattutto a Giulio Paolini (1940), con cui condivide l’orientamento concettuale e lo scambio attivo con lo spettatore.

L’esordio di Alighiero Boetti avviene con una mostra personale alla Galleria Stein nel 1967, in cui, insieme alle opere puramente minimaliste, compaiono i primi esercizi di scrittura e di gioco. È un anno cruciale per l’arte italiana: il critico Germano Celant sta delineando la linea teorica dell’Arte Povera, che si anima nel fermento culturale torinese.

L’anno successivo, presso la Galleria La Bertesca di Genova, espone alla mostra Arte Povera – Im Spazio in cui si indaga il concetto di arte povera, che amplia le caratteristiche del Minimalismo internazionale conferendogli un’accezione più processuale ed ambientale.

A questo punto, le opere dell’artista sono gesti semplici che si modulano come un’esperienza percettiva contingente, come si nota anche dai lavori esposti in altre fondamentali mostre d’arte povera e processuale della fine degli anni Sessanta, sia in Italia che all’estero.

Il trasferimento a Roma e le ricerche sul tempo

Già verso la fine degli anni Sessanta, Alighiero Boetti sente esaurita la sua esperienza con l’Arte Povera, soprattutto dopo la mostra Arte Povera + Azioni Povere agli Arsenali di Amalfi del 1968. Comincia quindi a manifestare il bisogno di un’espressione più personale e concettuale, che consiste nello studio delle date e del tempo, ma anche del valore delle parole e della scrittura.

L’incontro con l’Afghanistan

A partire dal 1971, l’artista soggiorna frequentemente in Afghanistan, dove comincia ad affidare diversi lavori di Mappe alle ricamatrici afghane. A Kabul, nasce anche l’esperienza dell’One Hotel, che chiuderà pochi anni dopo.

Tra lavori postali, quelli a biro, le mappe, le lettere ricamate, i giochi di parole, gli sdoppiamenti fisici e identitari, si esprime tutto il concettualismo dell’artista, eclettico e instancabile, sempre concentrato su una sottile linea tematica, il fil rouge della sua comunicazione, il passare del tempo in tutte le sue forme.

Continuano le grandi partecipazioni alle mostre italiane ed internazionali fino a tutti gli anni Settanta ed Ottanta, tra cui 24 ore su 24 all’Attico di Fabio Sargentini a Roma, nel 1975. Diverse volte partecipa alla Biennale di Venezia e nel 1990 gli viene dedicata una sala personale. Muore a Roma quattro anni dopo, a soli cinquantaquattro anni.

Alighiero Boetti: il tempo e le date

Nella prima personale da Christian Stein a Torino nel 1967, Alighiero Boetti espone alcune opere minimaliste, come Scala, Catasta, Pin Pong, Zig Zag, ma anche i primi accenni alla ricerca sul tempo, con l’opera Lampada annuale, programmata per accendersi, a sorpresa, una sola volta all’anno per undici secondi.

Catasta compare nuovamente alla mostra di Cermano Celant alla Bertesca di Genova, Arte Povera- Im Spazio, cha dà inizio alla partecipazione a tutte le mostre di Arte Povera, tra cui Con temp l’azione, nata dalla collaborazione delle Gallerie torinesi Stein, Sperone e Il Punto nel 1967, Il Teatro delle mostre alla Galleria la Tartaruga di Plinio de Martiis a Roma.

Al Teatro delle Mostre, incentrato sulla processualità del fare, l’artista realizza, o meglio, fa realizzare Un cielo: un cielo di carta blu addossato ad un telaio che nasconde luci, viene bucato dagli spettatori per dare vista ad una costellazione “partecipativa”.

Diverse opere di Alighiero Boetti compaiono anche al Deposito D’arte Presente di Torino e in Arte povera + azioni povere ad Amalfi, nel 1968, dove presenta il suo alter ego, doppio e carico di significati, la figura dello Shaman-Showman, esaurendo piano piano la sua connessione con l’arte povera.

Compare poi negli importanti contesti internazionali dell’arte processuale, come Prospect 68 a Düsseldorf e When Attitudes become Form, dove espone Il che prendo il sole a Torino il 19 gennaio 1969: piccoli blocchi di cemento a presa rapida che portano l’impronta della mano di Boetti, e che formano la sagoma di un corpo disteso al sole, il suo, con una farfalla gialla sul petto: materia ed anima, fisico e volatile e notazione temporale.

Ecco che, nello stesso anno, nasce il Cimento dell’armonia e dell’invenzione, un lavoro lento, un processo ripetitivo che consiste nel ricalcare le linee della carta quadrettata, con riferimento all’Opus n.8 di Vivaldi e che dà avvio alle future opere con la biro, tra cui Il progressivo svanire della consuetudine, Mettere al mondo il mondo, Non parto non resto.

Lavori postali, parole e mappe

Alla fine degli anni Sessanta, nascono i Lavori postali, opere di Mail Art che Alighiero Boetti porterà avanti per molti anni, in declinazioni e forme diverse. Il primo è Viaggi postali, venticinque viaggi per altrettante personalità, artisti, collezionisti, amici che non riceveranno mai le buste perché torneranno al mittente, Boetti, che si impegna a coprire le centottantuno tappe prescelte, in un lungo percorso di un anno.

Tempo e spazio si uniscono in una ricerca processuale, in cui l’artista è protagonista di intricate e complicate connessioni tra date, luoghi geografici, intenzioni e risultati. Contemporaneamente, iniziano i primi lavori dedicati ai giochi di parole, a corrispondenze tra lettere e pensieri, che sfoceranno poi nei piccoli “quadrati magici” dei ricami policromi, come Ordine e disordine, Segno e disegno, Ammazzare il tempo.

E in Afghanistan, nasce la grande avventura delle Mappe fatte ricamare dalle donne del luogo, la prima, del 1971 e altre eseguite negli anni successivi, ad evidenziare i costanti cambiamenti geopolitici negli anni della Guerra fredda.

Nel 1972 nasce “Alighiero e Boetti”, un nuovo sdoppiamento che consiste ora in sedici lettere, perfettamente contenute nel quadrato magico del ricamo. Continua la ricerca sul tempo, con Gli orologi annuali del 1977 che segnano paradossalmente gli anni, non le ore.

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