GUIDO BOGGIANI

Guido Boggiani, Bosco del Verbano
Bosco del Verbano. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Guido Boggiani (Omegna, 1861-Paraguay, 1902) nasce da una famiglia di proprietari terrieri di Novara. Il padre Giuseppe era un pittore dilettante. È proprio lui infatti che introduce il figlio allo studio della pittura.

La madre, Adele Gené era figlia di Giuseppe Gené, professore di zoologia all’Università di Torino. Nascono dalla famiglia dunque le due principali attitudini di Boggiani: quella alla pittura e quella alla scienza.

Nel 1878 si iscrive all’Accademia di Brera. Dopo due anni diventa allievo di Filippo Carcano (1840-1914), con cui instaura un rapporto molto stretto. Sulla scia del maestro, esordisce con una serie di paesaggi di impronta realista, cominciando ad ottenere un notevole successo a partire dagli anni Ottanta. Una volta vinto il Premio Principe Umberto a Milano, si trasferisce a Roma.

Gli anni romani

Nella Capitale entra immediatamente in contatto con l’ambiente che gravita attorno alla rivista “Cronaca Bizantina” e quindi conosce Gabriele D’Annunzio e Edoardo Scarfoglio. Si introduce perfettamente nell’ambiente dell’alta società romana, senza mai smettere di dipingere ed inviare tele alle esposizioni braidensi.

Nel 1885 viene nominato socio onorario dell’Accademia di Brera. Negli stessi anni è spesso ospite del cenacolo culturale di Francesco Paolo Michetti (1851-1929) nella sua Francavilla al Mare. Nel convento dell’artista si trova a suo agio, dipinge assiduamente tra gli ulivi, ma già si fa spazio in lui l’idea di vedere nuovi mondi e nuove genti.

La partenza per l’America latina

Nel 1887 parte per l’Argentina. Rimane per qualche tempo a Buenos Aires, visitando i luoghi selvaggi che la circondano e dedicandosi anche alla caccia. Dall’Argentina si trasferisce in Paraguay, raggiungendo la capitale Asunción, nel 1888. Dopo alcuni mesi decide di avventurarsi nella primitiva e selvaggia regione del Chaco, al confine con la Bolivia.

Qui studia con grande fervore gli indigeni Chamacoco, per decifrare e tradurre la loro lingua. Immortala gli indios nelle loro quotidiane attività in precisi disegni, fonti inesauribili del suo lavoro di etnologo. Non smette dunque né di disegnare né di dipingere: esistono diversi acquarelli e schizzi eseguiti in Paraguay.

Sembra che nei sei anni di permanenza a fianco degli indigeni, Boggiani svolgesse le loro stesse attività e camminasse scalzo, per cercare di capire le loro usanze. Ma allo stesso tempo era un frequentatore dei circoli scientifici e antropologici della capitale.

Durante il lungo soggiorno, colleziona una vastissima serie di oggetti indios, fotografie, schizzi. Nel gennaio del 1893 decide di ripartire per l’Italia, ma il governo lo nomina delegato artistico all’Esposizione mondiale di Chicago. Dopo l’esperienza americana, tornato finalmente in Italia, si dedica al riordinamento dei dati e dei materiali raccolti in Sud America.

Tutto si svolge con grande alacrità nel museo Kircheriano, il futuro Pigorini (a cui poi cederà la sua collezione etnografica), dove Boggiani studia per un lungo periodo. I risultati saranno due importanti pubblicazioni: I Ciamacoco (1894) e Viaggi d’un artista nell’America Meridionale. I Caduvei (1895).

Negli stessi anni l’artista riprende la sua attività espositiva e comincia a frequentare l’ambiente del “Convito” di Adolfo De Bosis.

Le ultime spedizioni nel Chaco

Nel 1896 riparte alla volta del Paraguay, per dedicarsi con maggiore scientificità agli studi etnologici, aiutandosi sempre di più con la fotografia. La pittura piano piano viene abbandonata, poiché negli ultimi anni passati in America, Boggiani si dedica quasi esclusivamente alle ricerche scientifiche.

Le foto, soprattutto ritratti di indios, sono di immenso valore artistico e antropologico, anche perché corredate di personali commenti dell’autore. Dal suo diario e dalle lettere si sa che nel 1901 si reca nuovamente nel Chaco. L’ultima lettera risale all’ottobre dello stesso anno. Dopodiché si sono perse sue notizie, fino a quando, un anno dopo, è stato ritrovato ucciso in un villaggio di indigeni.

Il paesaggio naturalistico

Il corpus di opere di Boggiani è vasto, ma non facilmente ricostruibile. Per quanto riguarda la prima fase,  quella italiana, abbiamo la testimonianza delle opere inviate alle esposizioni. Il resto delle tele sono in parte disperse, in parte in collezioni private o pubbliche, come nel Museo di Pallanza.

In ogni caso, sin dalle prime prove, si nota la netta influenza del paesaggio naturalistico lombardo di Marco Calderini. Nel 1881, all’Esposizione Nazionale di Milano presenta A Roddo, Lambro e Bosco di castagne, tre paesaggi che subito evidenziano le tracce del maestro.  L’anno successivo, alla Società Promotrice di Firenze espone alcune vedute del Lago Maggiore.

Il successo ufficiale giunge nel 1883, quando all’Esposizione di Belle Arti di Roma presenta La raccolta delle castagne, acquisito dalla Galleria Nazionale di Roma. Mentre con All’ombra dei castagni, inviato all’Esposizione di Belle Arti di Milano, si aggiudica il Premio Principe Umberto.

Il successivo trasferimento a Roma porta a Boggiani una serie di successi e cambiamenti. Si avvicina a Gabriele D’Annunzio e poi a Francesco Paolo Michetti. Espone intensamente, soprattutto nel 1887 quando a Venezia si presenta con Gli ulivi a Francavilla a Mare, Sentiero presso il Lago Maggiore, Villaggio sul Lago Maggiore.

Le opere di Boggiani sono una testimonianza dei paesaggi che predilige e che visita nel corso della sua vita. Troviamo vedute del lago Maggiore, quelle emozionanti della Liguria, la campagna romana.

Guido Boggiani. Impressioni dal Paraguay

L’avventuroso viaggio in America latina non impedisce a Boggiani di continuare a dipingere.
In questi anni, anche per la praticità tecnica, predilige il disegno e l’acquarello, mezzi immediati per le subitanee impressioni da riportare sulla tela. Al 1889 risale Foce del Rio Negro, conservato oggi presso la Galleria d’Arte moderna di Milano.
I sei anni passati in Paraguay permettono all’artista di immortalare la natura dai colori nuovi della foresta Amazzonica e dei loro abitanti.

Così, i paesaggi del Verbano e di Francavilla al Mare, tanto ritratti nella sua prima fase artistica, si affiancano ora a quelli selvaggi e arcani del Sud America. Gli usi e i costumi degli indios, i loro oggetti e le loro essenziali vesti vengono fermate in schizzi veloci ma precisi.

L’artista si dedica anche ad uno studio dettagliato dei tatuaggi portati dalle donne e dagli uomini indigeni, riproducendone attentamente le forme geometriche e i colori accesi nelle pagine del suo diario di viaggio.

Tra pittura, fotografia ed etnologia

Nel 1894, tornato a Roma, espone una serie di dipinti americani e a Milano Quies, dipinto disperso.
Tornato nel frattempo in Paraguay, nel 1897 compie un’ulteriore spedizione dai Caduvei, realizzando un cospicuo gruppo di bellissime fotografie. Esse inquadrano quasi tutte da vicino gli indios con i loro monili e vesti tradizionali.

La fotografia in questo momento sembra sostituire il medium del disegno che invece aveva usato tanto durante la prima permanenza. La spedizione successiva all’interno del Chaco sarà per lui quella fatale. Gli ultimi dipinti esposti da Boggiani risalgono alla fine dell’Ottocento e all’inizio del nuovo secolo.

Vi sono Sponde del Rio Paraguay, inviato alla Promotrice di Belle Arti di Torino del 1898, insieme ad una veduta tutta romana, Frammenti (Foro Romano).  Infine, i paesaggi tropicali di Foresta vergine, presentato alla Triennale di Milano nel 1900.

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