STEFANO BRUZZI

Stefano Bruzzi. Davanti al fuoco - Tecnica: Olio su tela
Davanti al fuoco. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Stefano Bruzzi (Piacenza, 1835 – 1911) presso l’Istituto Gazzola di Piacenza ha come primi maestri di disegno Bernardino Massari (1827-1913) e Lorenzo Toncini (1802-1894). In questi primi anni, abile disegnatore, si dedica soprattutto a ritratti e caricature, ma nel 1854 decide di recarsi a Roma per perfezionarsi.

La fondamentale esperienza romana

Vi rimane per quattro anni, frequentando lo studio del paesaggista Alessandro Castelli (1809-1902), dove completa la sua formazione. Acquisisce sicurezza cromatica e soprattutto l’attitudine ad un calligrafico studio del vero, iniziando a mostrare la sua predilezione per la pittura di paesaggio.

Un disegno chiaro, un minuzioso studio della natura e un impianto compositivo equilibrato accompagnano le prime vedute della campagna romana.

A Roma, inoltre, fa la conoscenza di importanti artisti del tempo. Entra in contatto con Stefano Ussi (1822-1901), Enrico Gamba (1831-1883) e soprattutto con Nino Costa (1826-1903).

Con lui si reca nella campagna romana ed in particolare ai Castelli, per dipingere en plein air, avvicinandosi anche a elementi simbolici. Proprio grazie a Costa conosce Arnold Böcklin (1827-1901), con cui stringe una duratura amicizia e per cui nutre una profonda stima.

Nel 1860 si sposta da Roma per rifugiarsi sull’Appennino piacentino, precisamente a Roncolo di Groppallo.
Qui si dedica alacremente alla pittura di paesaggio, prediligendo i temi campestri e il minuzioso studio degli animali. È nel 1861 che inizia la sua fiorente e regolare stagione espositiva a Torino, per portarla avanti anche tra Firenze, Genova e Milano fino al 1906.

Gli anni fiorentini

Negli anni Settanta, decide di soggiornare prima a Bologna, poi a Milano e nel 1875 a Firenze, dove si ferma per vent’anni. Qui frequenta gli artisti macchiaioli al Caffè Michelangelo e certamente non rimane impermeabile alle loro novità.

Pur non aderendo, ad eccezione di alcuni studi, alluso della macchia, nei suoi dipinti si fa spazio una luce più viva e una pennellata meno pastosa. Rimane comunque sempre legato al racconto della vita agreste, che ha come protagonisti pecore, cavalli, mucche, pastori e contadini, nella loro vita quotidiana. Talvolta, una poetica nota bucolica rende piacevoli loci amoeni i pascoli e i campi.

Nell 1895 fa ritorno definitivamente nella sua Piacenza: continua ad esporre, ma nel frattempo ottiene la cattedra di Figura all’Istituto Gazzola. Si dedica con dedizione all’insegnamento e alla pittura fino alla morte, sopraggiunta a Piacenza nel 1911.

Stefano Bruzzi: gli esordi paesaggistici nel segno di Castelli e Costa

L’esperienza romana è una tappa fondamentale per Stefano Bruzzi. Trae spunto dai preziosi insegnamenti di Castelli e Costa. Dal primo eredita la minuziosa e precisa trattazione di ogni elemento costitutivo del paesaggio, dal secondo il suo significato poetico ed evocativo.

Poi, il contatto con Böcklin rafforza ancora di più questa sua visione intellettuale della natura, senza mai sfociare però nel simbolismo del maestro. Comincia a farsi interprete di una pittura attenta al racconto rurale, sia dell’Appennino piacentino che della campagna romana.

Elementi lirici e precisa considerazione del dato reale, accompagnati da una partecipata narrazione della vita degli umili, hanno fatto il successo del pittore.

Nel 1861 a Torino presenta Riglio di Restano sull’Appennino e tre Vedute di Ariccia, nel 1863 Quiete campestre e Una carbonara sull’Appennino. Risalgono invece al 1868 Un taglialegna e Allegria campestre. Queste vedute rurali, cariche di elementi naturalistici e tradizioni popolari, ritornano in gran parte dei dipinti.

Ne sono esempio quelli presentati nel 1870: La strada del mercato, Le raccoglitrici di ghiande e La rotta nella neve. Questo dipinto sarà soltanto il primo di una lunga serie dedicata alle vedute innevate dell’Appennino emiliano.

Nel 1874, prima dell’imminente trasferimento a Firenze espone Le foglie secche, Una brutta giornata, Il viatico sull’Appennino, In primavera. La sapienza pastorale e contadina, lo scandire delle stagioni secondo i cicli di lavoro e del tempo degli animali traspare da queste opere ricche di lirismo.

L’influenza dei macchiaioli a Firenze

L’approdo a Firenze è segnato dalla partecipazione all’Esposizione fiorentina del 1876, in cui presenta Le ultime spighe, La treggia e Via montana. A questi anni risalgono dipinti quali I mulattieri dell’Appennino, Guardiano di pecore, L’urlo del lupo che condividono le stesse tematiche della fase precedente.

Ma un cambiamento sostanziale si verifica: la tavolozza si schiarisce notevolmente e l’equilibrio cromatico e formale trae sicuramente spunto dai Macchiaioli. Stringe infatti amicizia con i maggiori rappresentanti del movimento, senza però entrarne a far parte e senza aderire del tutto alle sue caratteristiche.

Nel 1884 sempre a Firenze espone Bel tempo, In inverno, Ciuchi e Pascolando. Quattro anni dopo, a Bologna presenta Verso casa, Cadon le foglie, Neve in ottobre. Nell’anno del suo rientro a Piacenza, il 1892, partecipa a diverse esposizioni: Torino, Palermo e Firenze, dedicandosi sempre a temi campestri.

Cinque anni dopo, prende parte alla II Biennale di Venezia esponendo uno dei suoi dipinti più famosi, Don Chisciotte che si slancia contro le pecore.Nel 1906 partecipa alla sua ultima esposizione a Milano e vi presenta Fatica, Prime nevi ai monti e Studi dal vero.

Di Bruzzi si ricordano poi Una viottola, Nel prato, Il pasto ai polli, La via del bosco, Mucche al pascolo, Capanna con contadino. E ancora, La messa in campagna, Pecora, Popolane, Pastorella, Stagione rigida, Ritorno all’ovile e Ultime giornate di pascolo.

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