Butti Enrico

Enrico Butti. Autoritratto - Tecnica: Gesso
Autoritratto (dettaglio). Tecnica: Gesso

Biografia

Enrico Butti (Viggiù, 1847 – 1932), proveniente da una famiglia di artigiani del marmo, manifesta anche lui sin da subito una forte attitudine per la scultura. A soli quattordici anni, si trasferisce dal piccolo paese in provincia di Varese, a Milano per frequentare l’Accademia di Brera.

Qui si forma al seguito dello scultore Pietro Magni (1816-1877), ma frequenta anche gli studi di Francesco Barzaghi (1839-1892) e di Ugo Zannoni (1836-1919).

Esordisce nel 1872, influenzato in questa prima fase, dalla scultura di gusto scapigliato di Tranquillo Cremona (1837-1878), di Daniele Ranzoni (1843-1889) e di Giuseppe Grandi (1843-1894). Attentissimo alla ricerca luministica e al racconto aneddotico che accomuna questi autori, in un secondo momento si allontana da tali presupposti. La sua scultura si fa in effetti più schietta e verista, sia dal punto di vista stilistico che tematico.

Il bronzo, il marmo e il gesso vengono lavorati direttamente prendendo spunto dalla realtà e dalla storia a lui coeva. In questo, gli esempi più diretti sono Vincenzo Vela (1820-1891) e Achille D’Orsi (1845-1929). I toni asciutti e l’umanizzazione delle figure in una profonda aderenza alla realtà contraddistinguono l’operato di Vela e D’Orsi, tanto quanto quello di Butti.

Gli anni Ottanta e Novanta: il successo

Risalgono agli anni Ottanta le opere più rappresentative di Enrico Butti, quelle che gli hanno restituito un notevole successo di critica e di pubblico. Il suo realismo, a tratti permeato da elementi simbolici soprattutto nei monumenti funebri, sfocia nella questione sociale, senza pietismi né vittimismi.

Tra monumenti celebrativi e pubblici e quelli più intimi o dedicati alla quotidianità del lavoro, Enrico Butti giunge agli anni Novanta. Nel 1893 ottiene la cattedra di scultura all’Accademia di Brera, incarico che mantiene per dieci anni.

Nel 1913, a sessantasei anni, si trasferisce a Viggiù, la sua città natale, dove decide di passare la vecchiaia senza mai smettere di dedicarsi alla scultura. Verso i settantanni inizia anche a praticare la pittura, trattando paesaggi e figure dal vero di intensa qualità cromatica.

Muore a Viggiù nel 1932. Diverse opere e bozzetti sono conservati nella sua casa-museo, una sua scultura è conservata nella Galleria d’Arte Moderna di Firenze.

Gli esordi tra Romanticismo e Scapigliatura

Come premesso, Enrico Butti esordisce nel clima della scapigliatura milanese. Si fa interprete, come i suoi maestri, di un linguaggio abbreviato e vivace, molto legato all’iconografia romantica e al sentimentalismo.

Questo tipo di scultura immediata, dinamica e di gusto aneddotico rappresenta tutta la sua prima fase, fino all’approdo agli anni Ottanta.

Esordisce a Milano nel 1872 con la deliziosa scultura Raffaele Sanzio medita sull’abbozzo di una delle sue prime opere. Sempre allo stesso filone di ricostruzione storica appartiene l’opera esposta a Brera nel 1874: Eleonora d’Este che si reca a trovare Torquato Tasso in carcere.

Il gusto aneddotico si fa ancora più vivo in opere come Le smorfie, Il Falconiere e Appena sveglio!. Quest’ultima opera è stata realizzata intorno al 1875 e rappresenta un momento della quotidianità di un bambino, raccontata con arguzia e capacità immaginativa.

Un bimbo appena sveglio si stiracchia, un braccio steso in aria e l’altro a stropicciarsi la parte laterale dell’occhio sinistro. È un attimo perfettamente reale, giocato sulla curiosità di un’azione tanto comune quanto difficile da riprodurre.

Questo momento di intimità quotidiana rappresenta ancora la fase di racconto faceto, che si perde pian piano con gli anni, per approdare ad una narrazione più alta.

Enrico Butti: la scultura verista

Che si tratti della realizzazione di monumenti celebrativi o di piccole sculture, Enrico Butti, negli anni Ottanta aderisce definitivamente al verismo. Al sentimentalismo romantico si sostituisce un verismo altrettanto toccante, ma ormai privo di accenti aneddotici.

L’importanza di D’Orsi, in questa fase, è fondamentale. Il suo realismo così attuale e moderno caratterizza opere quali Proximus tuus, fondamentale per la scultura del XIX secolo.

Un uomo sfinito dal lavoro è seduto a terra, lo sguardo vacuo. Il bronzo, lavorato con tensione chiaroscurale, trasmette l’ansia dell’indagine sociale, ma soprattutto la stanchezza de lavoratore.

Il verismo sociale

Di sette anni dopo è il Minatore di Butti: la stessa desolazione del viso e lo stesso corpo lasso appartengono alla sua figura. Quella di D’Orsi era di un contadino, quella di Enrico Butti di un minatore, il primo seduto a terra, il secondo su una carriola. Le gambe distese e stanche di entrambi, come le braccia muscolose e forti mettono in evidenza la dignità del lavoro.

Non c’è pietismo o sentimentalismo lacrimoso, tutto è pura dimostrazione della verità. Lo stesso avviene per il Guerriero di Legnano esposto a Verona nel 1900, o per i monumenti funebri. Quello per la famiglia Casati nel cimitero monumentale di Milano è composto dalla scultura senza età della giovane defunta e da un bassorilievo carico di valenze simboliche.

Alla Biennale di Venezia del 1901 espone Il Lavoro, che segue il modello del Minatore anche se con un cipiglio più fiero. All’Esposizione di Milano del 1906 presenta il gruppo scultoreo La tregua, di intensa drammaticità.

Negli anni Dieci e Venti si dedica soprattutto a monumenti ai caduti. Ne sono esempio quello ai Caduti di Viggiù, del 1919, il Monumento ai caduti di Gallarate del 1924 e quello ai Caduti di Varese dell’anno successivo. Il 1928 segna l’ultima sua partecipazione ad una Biennale veneziana prima della morte: vi presenta Minatore e Torso di Alcibiade.

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