Capogrossi Giuseppe

Giuseppe Capogrossi. Il Poeta del Tevere, 1933. Tecnica: Olio su tela,
Il Poeta del Tevere, 1933. Tecnica: Olio su tela,

Biografia

Giuseppe Capogrossi (Roma, 1900-1972) proviene da una famiglia dell’antica nobiltà romana. Viene avviato agli studi classici, che termina nel 1918, quando si arruola per combattere in Trentino. All’inizio degli anni Venti, la famiglia lo spinge a studiare giurisprudenza, ma il ragazzo già manifesta una forte propensione verso il disegno.

Terminata l’università, un influente zio gesuita da parte di madre lo fa entrare nello studio del pittore e illustratore Giambattista Conti (1878-1970). Qui, Giuseppe Capogrossi studia disegno e soprattutto inizia a copiare le opere di Piero Della Francesca e Michelangelo.

Nel 1923, entra nella Scuola d’Arte di Felice Carena (1879-1966), dove incontra Emanuele Cavalli (1904-1981) e Fausto Pirandello (1899-1975). Rimane profondamente colpito dalla pittura del maestro, soprattutto per le atmosfere magiche e arcane che emergono dalla sua pittura ispirata ai maestri del Cinquecento e del Seicento.

Tra Roma e Parigi

Il 1927 è un anno molto importante per l’artista: partecipa ad una collettiva presso la Casa d’Arte Bragaglia, insieme a Giorgio De Chirico (1888-1978), Virgilio Guidi (1891-1984), Francesco Trombadori (1886-1961). Poi, nello stesso anno, espone alla Pensione Dinesen insieme a Cavalli e a Francesco Di Cocco (1900-1989).

Questi tre artisti, che lavorano insieme nello studio di Capogrossi a Prati, condividono la sensibilità verso un’arte nuova, che prende sicuramente avvio dal ritorno all’ordine. Questa tendenza, però, viene scardinata in favore di una visione più personale ed espressionista della realtà, anticipando in qualche modo le future visioni distorte della Scuola romana.

Fino al 1931, Giuseppe Capogrossi si reca ripetutamente a Parigi, mentre nel 1930, partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia. Sulle opere dell’artista, in questo periodo, sembra gravare una sorta di primitivismo misterioso e secco, che indaga la psicologia umana nelle caratterizzazioni delle figure, spesso giganti dall’aspetto arcaico e duro.

Il Manifesto del Primordialismo Plastico

Insieme, Capogrossi e Cavalli esplorano in continuazione la Biblioteca di Storia dell’Arte di Palazzo Venezia, riscoprendo le deformazioni dei manieristi fiorentini, ma anche Bosch e Brueghel. Allo stesso tempo, elabora le prime concezioni di tonalismo, che poi si svilupperà nel Manifesto del Primordialismo Plastico del 1933, scritto insieme a Roberto Melli (1885-1958) e a Cavalli.

La pittura di Capogrossi, a questo punto, si concentra sull’accostamento armonico di luce-colore, studiato attraverso le opere di Piero Della Francesca. Il gruppo espone per la prima volta alla Galleria di Roma, con l’appoggio di Pier Maria Bardi, insieme ad altri pittori milanesi.

L’artista, grazie anche all’apporto di Corrado Cagli (1910-1976) che aveva studiato a Paestum e Pompei gli affreschi antichi, si appropria di un formalismo semplice e primordiale, in cui le figure sembrano immerse in una dimensione arcaica e mitica, sempre accompagnate da un tonalismo chiaro e armonico.

Tra gli anni Trenta e Quaranta partecipa alle mostre più importanti, come le Quadriennali romane e il Premio Bergamo, ma anche all’international Exhibition of Paintings di Pittsburgh nel 1937.

Negli anni Quaranta, dal tonalismo passa a forti accensioni cromatiche e soprattutto ad un disegno ed una pennellata meno ponderate e più espressive, rielaborate sullo studio di Cézanne.

L’approdo all’Informale negli anni Cinquanta

Verso il 1947, Giuseppe Capogrossi soggiorna diverse volte a Lienz, in Austria. Qui, ispirato dalle cataste di legna, inizia a dipingere forme sempre più geometrizzanti, fino a giungere alla formulazione di un modulo, presentato a Roma, presso la Galleria del Secolo nel 1950.

Lo scandalo della critica e del pubblico è totale, perché l’artista è approdato ad una pittura ormai lontana dalla figurazione, in piena e coscienza, come scrive nelle sincere lettere a Cagli. La forchetta o il pettine, come è stato più volte chiamato, è il segno che contraddistingue il pittore per tutto il resto della sua carriera, unendosi agli artisti dell’Informale Alberto Burri (1915-1995) ed Ettore Colla (1896-1968) nel Gruppo Origine.

Gli anni Sessanta e Sessanta proseguono con una miriade di personali e successi in tutto il mondo, fino a giungere al 1967, quando Giulio Carlo Argan gli dedica una possente monografia relativa solamente alla fase astratta.

Negli anni Settanta, distrugge varie tele del periodo figurativo, mentre quelle rimanenti vengono esposte nella grande antologica alla Galleria Nazionale di Roma del 1974. Muore a Roma nel 1979.

Giuseppe Capogrossi: il Primordialismo plastico tra figure assorte e paesaggi atemporali

La formazione presso la scuola di Felice Carena permette a Giuseppe Capogrossi di reinterpretare in chiave diversa il ritorno all’ordine. Mette in campo un modo nuovo di vedere la realtà. Un primitivismo acceso e lirico caratterizza le figure immobili e assorte di Capogrossi, come quelle di Emanuele Cavalli e Francesco Di Cocco.

Con il Primordialismo plastico si giunge ad una definizione armonica della forma, attraverso un tonalismo tenue e perfettamente calibrato, così come si vede nelle opere degli anni Trenta. Figura compare alla Biennale di Venezia del 1930, Marina, Donna col velo, Paesaggio, Natura morta, Casa in demolizione e Arlecchino alla Sindacale del Lazio del 1931.

Si tratta di un’unione silenziosa di figure primitive pensose e monumentali con forme archetipiche, quasi nel ricordo degli affreschi pompeiani, in tutta la loro preziosa solennità. Atleti, poeti, donne, musicisti, il Tevere sono i soggetti più frequentati da Giuseppe Capogrossi.

Alla Sindacale fiorentina del 1933 invia Allenamento alla corda e Ritratto di giovinetta, mentre alla Quadriennale romana del 1935 partecipa con Giocatore di ping-pong, Ballerina, Diablo, Paesaggio, Piena sul Tevere e Ritratto del pittore Paladini.

Nelle mostre, compaiono anche piccole parti di una Roma frammentaria e muta, con palazzi fatti di forme geometriche uguali e ripetitive. Alla terza Quadriennale del 1939 ha una sala personale in cui espone sedici opere, tra cui Dialoghi, Alberi d’autunno, Oggetti carnevaleschi, Teatrino di campagna, Ragazza con anfora, Illusionista di campagna.

Con Ballerina vince il Premio Bergamo del 1942, già avviato verso una pittura meno sospesa e tonale e più aspra, fatta di pennellate visibili e graffianti.

Il modulo

Negli anni Cinquanta termina l’esperienza figurativa di Giuseppe Capogrossi. Dopo un soggiorno montano, elabora una pittura che piano piano si distanzia dalla figurazione e dal reale, per approdare a forme astratte e ripetute.

Il famoso modulo a pettine o a forchetta viene mostrato per la prima volta nel 1950 a Roma. L’artista subisce l’accusa di “tradimento”, ma scriverà al suo amico Cavalli: «me ne importa nulla perché mi sento tranquillissimo ed a posto con la coscienza».

A questo punto, il modulo, soprattutto nero su bianco, con accensioni di rosso, caratterizza tutta la carriera del pittore fino alla morte. Il segno, diventa più importante di qualsiasi altra immagine: molte opere della fase figurativa vengono distrutte e quindi rinnegate.

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