Caravaggio

Caravaggio. La Canestra di frutta. Tecnica: Olio su tela
La Canestra di frutta. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Michelangelo Merisi da Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610) passa i primi anni tra Milano e Caravaggio, il paese natio dei genitori, Fermo Merisi e Lucia Aratori, rifugiatisi lì per l’ondata di peste. Il nonno di Caravaggio, Giovan Giacomo Aratori svolge un ruolo importante nelle finanze degli Sforza Colonna ed è per questo che la marchesa Costanza Colonna sarà una figura fondamentale nella vita del pittore.

A circa tredici anni, a Milano, il giovane entra nella bottega del pittore bergamasco Simone Peterzano (1540 – 1596), allievo di Tiziano (1488-1576) e rappresentante dell’ultimo manierismo lombardo.

Caravaggio rimane nella sua bottega per quattro anni, fino al 1588. Da alcune fonti è stato accertato che la sua permanenza a Milano sia durata fino al 1592, ma risulta ancora oscura la sua attività di questi ultimi anni seguiti all’apprendistato da Peterzano.

Caravaggio a Roma

La prima notizia della presenza del pittore milanese a Roma risale all’ottobre del 1595. I documenti relativi ai tre anni che intercorrono tra il 1592 e il 1595 e a questo primo ma fondamentale periodo romano sono incerti e nebulosi.

Molto probabilmente, in questa fase, viene aiutato da Costanza Colonna, che soggiorna a Roma proprio nel 1592. Caravaggio, infatti, trova ospitalità nel palazzo Colonna di piazza Santi Apostoli, presso il monsignor Pandolfo Pucci di Recanati, maestro di casa di Camilla Peretti, sorella di papa Sisto V.

Da Lorenzo Siciliano al Cavalier D’Arpino

Le fonti non narrano un’ospitalità soddisfacente, tanto che vive quasi in povertà, è un giovane inquieto e accetta qualsiasi lavoro di bottega, compresa l’esecuzione di piccole opere devozionali e ritratti. Secondo Giovanni Baglione (1573-1643), uno dei biografi di Caravaggio, il primo pittore che lo accoglie nella sua bottega nei pressi del foro di Augusto è Lorenzo Siciliano.

Anche se in questi anni di apprendistato romano si occupa per lo più di opere devozionali, da Lorenzo Siciliano conosce uno dei suoi più fedeli amici, il giovane pittore siciliano Mario Minniti (1577-1640), con cui decide di abbandonare la bottega per passare a quella del senese Antiveduto Grammatica (1571-1626).

Artista suo coetaneo, conosciuto come “gran capocciante” per la sua lunga produzione ritrattistica, porta Caravaggio a conoscere Giuseppe Cesari detto il Cavalier D’Arpino (1568-1640), che ha bottega in Campo Marzio. Pittore molto ambito non soltanto dai giovani apprendisti, ma anche dalla committenza ecclesiastica, impiega Merisi nell’esecuzione di elementi tratti dalla realtà quotidiana, come fiori, frutta e trasparenze di vasi e vetri, come testimonia anche Pietro Bellori.

Dalla narrazione del biografo Giulio Mancini, sappiamo che, in seguito ad un periodo di convalescenza di Caravaggio all’ospedale di Santa Maria della Consolazione nel 1593 per aver ricevuto il colpo di uno zoccolo di un cavallo, si chiudono i rapporti con il Cavalier D’Arpino.

Le opere giovanili

Non siamo certi delle opere eseguite da Caravaggio in questi anni, ma quando papa Paolo V Borghese fa confiscare tutte le tele rimaste nella bottega per l’accusa al Cavalier D’Arpino di aver ferito il Pomarancio (1553-1626), due capolavori di Caravaggio entrano nella collezione del cardinal nipote Scipione Borghese.

Si tratta del Ragazzo con la canestra di frutta e del Bacchino malato, entrambi conservati nella Galleria Borghese. Nel primo dipinto si delinea la cifra caratteristica di Caravaggio: la fonte luminosa che proviene da una finestra a sinistra non visibile allo spettatore. Non si tratta più di una luce diffusa e universale, perché pone risalto ad elementi specifici rendendoli estremamente reali: non solo la canestra di frutta, ma anche il viso dallo sguardo seducente del bellissimo giovane.

Fascino e luce

Il Bacchino malato è un autoritratto eseguito durante la convalescenza del pittore alla Consolazione, come si nota dal pallido colorito del volto che si unisce alla bianca veste,                                        citazione dall’antico. Altro dipinto degli anni giovanili è il Ragazzo morso dal ramarro, simbolo per eccellenza di vanitas, non solo per l’accenno ad una prematura morte, ma anche per la natura morta in primo piano, di matrice nordica. Di nuovo, tenebre e luce si uniscono in un gioco di attenzione verso la tangibilità delle cose terrene.

Nel desiderio di separarsi dalle botteghe per diventare un pittore indipendente, al 1595 risalgono i primi documenti che testimoniano la presenza a Roma di Caravaggio. Insieme a Prospero Orsi (1560-1630), detto anche Prosperino delle Grottesche, compare nella “Lista dei fratelli”, ovvero la Confraternita dei Virtuosi del Pantheon che assistono alle preghiere delle Quaranta ore nel giorno di San Luca, momento dedicato anche all’esposizione delle opere dei confratelli.

Forse a questo periodo risale il San Francesco riceve le stimmate, acquistato dal banchiere Ottavio Costa. La luce, qui, per la prima volta, ha una chiara componente simbolica: dal fondo scuro emergono san Francesco e il delicatissimo angelo dal panneggio candido che lo sorregge.

Il cardinal Del Monte: il periodo d’oro di Caravaggio

Dal 1595, come testimoniano Baglioni e Mancini, Caravaggio comincia a tessere i contatti con cardinali e committenti. Ospite di monsignor Petrignani, esegue i suoi dipinti più importanti della prima fase, tra cui la Buona ventura, la Maddalena penitente e Il riposo nella fuga in Egitto.

In seguito, grazie alla conoscenza del mercante d’arte di piazza San Luigi dei Francesi Costantino Spata, che ospita nella sua bottega le opere di Caravaggio, entra nella vita del pittore la figura chiave della sua definitiva affermazione, il cardinal Francesco Maria del Monte. Affascinato dalle sue opere, compra da Spata I bari e la Buona ventura e gli offre ospitalità in palazzo Madama, nominandolo pittore di casa.

Ormai economicamente tranquillo, Caravaggio entra in contatto con i committenti più prestigiosi dell’epoca, come Vincenzo Giustiniani, ma anche con Federico Borromeo e l’Oratorio dei Filippini in Santa Maria in Vallicella e quindi con i Crescenzi e con Matteo Contarelli.

Dai Musici alla Canestra di frutta

Le opere più preziose di Caravaggio risalgono a questo fertile periodo, come Il suonatore di liuto e i Musici. Ciononostante, il suo carattere aggressivo non accenna ad attenuarsi: scontri e duelli si moltiplicano.

Ne sono esempio l’episodio dell’aggressione di Pietropaolo, il garzone di un barbiere, nel 1597 e l’arresto nel carcere di Tor di Nona per la detenzione abusiva di armi, nel maggio del 1598. È proprio in questo periodo che Caravaggio esegue la terribile e formidabile Testa di Medusa, inviata da Del Monte ai granduchi di Toscana, così come il Bacco.

Si tratta di due autoritratti del pittore allo specchio, ma il secondo alluderebbe, secondo Calvesi, al tema del doppio e dell’androginia che spesso si collega alla figura di Dioniso.

Il 1599 è un anno cruciale per la produzione di Caravaggio: il cardinal Del Monte lo incarica di dipingere ad olio il soffitto del camerino del Casino Ludovisi con soggetti mitologici legati a Giove, Nettuno e Plutone. Inoltre, si occupa della Santa Caterina d’Alessandra, della Giuditta e Oloferne e della Canestra di frutta, acquistata da Federico Borromeo e donata all’Accademia Ambrosiana.

Il nuovo secolo

Dopo la committenza per la Cappella Contarelli del 1599, si susseguono i prestigiosi incarichi a Roma, come quello della Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo. Qui si affina la tecnica del pittore, che raggiunge il picco della raffinatezza cromatica, luministica e compositiva.

La luce, come si nota dalla Vocazione di San Matteo, assume sempre di più un ruolo chiave, come simbolo di salvezza dalla tenebra del peccato, cui si allude anche nella Conversione di San Paolo e nella Deposizione per Santa Maria in Vallicella.

Nel 1601 si trasferisce da palazzo Madama a palazzo Mattei, dopo l’accusa di aggressione ricevuta da uno studente di San Luca, Girolamo Stampa da Montepulciano in via della Scrofa. I primi anni del Seicento sono contrassegnati dalle opere eseguite per Ciriaco Mattei e per i Giustiniani.

Per il primo esegue opere come la Cena in Emmaus del 1601, il San Giovanni Battista del 1602 e La presa di Cristo nell’orto. Per i Giustiniani realizza L’incredulità di San Tommaso, la bellissima Incoronazione di spine di Vienna e l’Amor vincit omnia.

Il processo con Baglione e gli ultimi anni a Roma

Nel 1603, Baglione intenta un processo contro Caravaggio per alcune diffamazioni. Il pittore lascia Roma per Tolentino e vi ritorna nel 1604, anno in cui esegue la Madonna dei Pellegrini per Orinzia de’ Rossi in Sant’Agostino.

In questi anni, si susseguono atti di violenza, arresti, accuse, liti, fino ad arrivare all’aggressione di un notaio di piazza Navona. Dopodiché fugge a Genova, dove trova la protezione dei Doria. Rientra a Roma nell’estate del 1605: esegue il San Girolamo per Scipione Borghese e riceve la commissione di una pala d’altare per San Pietro.

La fuga: tra Napoli e Malta

La Madonna dei Palafrenieri viene rifiutata il 28 maggio del 1605 e acquistata poi da Scipione Borghese. Nel 1606, dopo un duello in Campo Marzio in cui Caravaggio colpisce a morte Ranuccio Tomassoni, si nasconde per alcuni giorni presso Vincenzo Giustiniani e poi fugge di nuovo da Roma.

Prima è ospite dei Colonna a Paliano, poi, nel 1606 raggiunge Napoli, dove esegue, tra le altre opere, le Sette Opere di Misericordia per il Pio Monte della Misericordia. Opera dalla concezione decisamente controriformista, è uno degli ultimi capolavori del pittore, insieme alla Flagellazione di Cristo.

Tra il 1607 e il 1608 è a Malta, dove esegue la Decollazione di San Giovanni Battista, unica opera che reca la sua firma col sangue che sgorga dalla testa del Santo. Dopo essere stato ordinato cavaliere di Malta, viene espulso dall’ordine nel dicembre 1608, in seguito all’arresto dovuto ad una rissa.

Dopo l’approdo in Sicilia, in cui esegue le ultime opere come Il seppellimento di Santa Lucia, si ferma a Napoli, dove esegue il David con la testa di Golia, il suo testamento. Cerca poi di raggiungere Roma nel 1610 per mare, ma viene fermato a Palo. Arriva poi a piedi e stremato dalla febbre a Porto Ercole, dove muore il 18 luglio.

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