Carena Felice

Felice Carena. Meriggio Estivo - Tecnica: Olio su Tela, 163 x 246 cm
Meriggio Estivo. Tecnica: Olio su Tela

Biografia

Felice Carena (Cumiana, 1879 – Venezia, 1966) frequenta l’Accademia Albertina di Torino, sotto la guida di Giacomo Grosso (1860-1938). Si dedica sin da subito alla figura, al paesaggio e alla natura morta, prendendo inizialmente i modi del maestro.

Nel 1900 compie un viaggio di studio a Parigi. Più che rimanere colpito dagli impressionisti e da Paul Cézanne (1839-1906), che per lui sarà importantissimo in seguito, rimane affascinato da François Millet (1814-1875).

Nei primi anni Felice Carena è potentemente attratto dalla poesia e dall’arte simbolista. Stringe amicizia con rappresentanti del simbolismo letterario come Arturo Graf e con il poeta e critico Enrico Thovez che lo introduce a Leonardo Bistolfi (1859-1933).
Queste frequentazioni lo avvicinano inevitabilmente tematiche legate al simbolismo di Eugène Carrière (1849-1906) e di Arnold Böcklin (1827-1901) per tutto il primo Novecento.

Gli anni romani fino alla prima guerra mondiale

Vinto il pensionato artistico nel 1906, si reca a Roma, dove inizia a frequentare l’avanzato salotto culturale di Gina Lombroso Ferrero.
Sono gli anni in cui viene attratto dalle Secessioni tedesca e viennese, sviluppando sempre di più una pittura dall’aspetto verista ma dai profondi significati simbolici.

Nel 1913 Felice Carena partecipa alla mostra della Secessione romana e rivela un forte interesse nei confronti del postimpressionismo di Cézanne e di Paul Gauguin (1848-1903).
Da questo momento in poi, la sua poetica si definisce sempre di più, fornendo un’interpretazione originalissima della Secessione e di quello che sarà il Ritorno all’ordine postbellico. La sua attività artistica si interrompe per due anni durante la guerra, a cui partecipa come ufficiale di artiglieria.

Anticoli Corrado

Terminata la guerra, Felice Carena si stabilisce ad Anticoli Corrado fino al 1924. Sono gli anni in cui coniuga magistralmente le esperienze secessioniste al Ritorno all’ordine. Le masse diventano solide e corpose, ma la linea mantiene una sinuosità tutta legata alla riscoperta dell’antico.

Non un antico del Quattrocento, ma del Cinquecento e soprattutto del Seicento, con spiccati riferimenti al luminismo caravaggesco. Si avvicina dunque alla visione della rivista “Valori Plastici” pur non aderendo ad un Ritorno all’ordine di matrice purista, ispirato al Trecento e al primitivismo.

In questi anni, partecipa alle Biennali veneziane e partecipa al fervente clima artistico della Capitale e di Anticoli Corrado, trovando spunti e contatti sempre nuovi.

Firenze e Venezia

Nel 1924 ottiene la cattedra di pittura presso l’Accademia di Firenze, mantenendo l’incarico fino al 1945. Sono gli anni in cui si lega profondamente ad Ardengo Soffici (1879-1964) che aveva già conosciuto durante la guerra.

Entrambi condividono il ritorno al colore e alla plasticità cinque e seicentesca e vengono collocati nella stessa sala alla Biennale di Roma del 1921. A Firenze, Felice Carena si lega anche allo scultore Libero Andreotti (1875-1933).

Espone regolarmente presso le Biennali veneziane e nel 1931 alla Quadriennale romana, ottenendo premi e riconoscimenti. Negli anni Quaranta la guerra lo costringe a lasciare Firenze e l’insegnamento, per ritirarsi a Venezia.

Alla fine del decennio stringe amicizia con Oskar Kokoschka (1886-1980), con cui condivide un progressivo disfacimento della forma e vivi riferimenti all’espressionismo.

Nel 1956 partecipa all’ultima Biennale con una personale che vede soprattutto l’esposizione di nature morte, tema che ormai predilige, insieme ai soggetti religiosi. Dipingendo fino alla fine e avvicinandosi al cromatismo di Tintoretto, muore a Venezia nel 1966.

Gli esordi simbolisti

L’artista esordisce a Torino nel 1899 con Vecchio e L’erbivendola, mentre l’anno successivo espone due Ritratti e Violinista. Sono gli anni in cui pratica un realismo alla moda legato al linguaggio del maestro Giacomo Grosso, dal quale piano piano si distaccherà nei primi anni del Novecento.

Il graduale avvicinamento al simbolismo di matrice secessionista avviene con il viaggio a Parigi e dal contatto con l’ambiente artistico internazionale. Dall’influenza di Bistolfi, Thovez e Graf derivano Madre del 1903 e La rivolta del 1904, dipinti da collocare a metà tra il realismo e il simbolismo.

Il trasferimento a Roma del 1906 già lo avvicina ad una pittura che sta a metà tra una reinterpretazione del colore e della tradizione seicentesca e un linguaggio pienamente secessionista. Alla Biennale del 1909 risalgono Vittoria e I viandanti, dipinto conservato presso la Galleria d’Arte Moderna di Udine.

Con una nebulosità misteriosa e cupa, Felice Carena mette in scena viandanti consumati dalla sofferenza, rappresentando il punto più alto di questa fase pittorica simbolista.

Nel 1912 la Biennale veneziana gli dedica una sala personale, in cui espone più di venti opere. Tra di esse ne compaiono alcune dalla forte sensibilità mistico-simbolista, come Ofelia, Madonna, Ritratto della Baronessa Ferrero, Il morto, La perla, Il viandante e Anemoni.

Il 1913 lo vede partecipare alla I mostra della Secessione romana con uno Studio di nudo e i Re magi. Nel 1916, durante la guerra, espone alla IV mostra della Secessione con un gruppo cospicuo di opere.

Esse lo vedono allontanarsi gradualmente dagli accenti simbolisti per ritornare alla tradizione, con nature morte, ritratti e composizioni che già mostrano l’attenzione verso il Seicento.

Il ritorno all’ordine di Felice Carena: la tradizione del Cinquecento e Seicento

Gli anni del primo dopoguerra a Roma si svolgono nel segno del ritorno all’ordine promosso dalla rivista “Valori Plastici”.
Questa propugnava un richiamo alla consuetudine pura e primitiva, con una forte accentuazione del disegno e delle masse e della forma tradizionale, lontana dalle avanguardie.

Il ritorno all’ordine, tra il 1919 e il 1922 si identifica con una reinterpretazione dell’antico, quello del Rinascimento e del Trecento. Carlo Carrà (1881-1966) rientra nel classicismo giottesco, Giorgio De Chirico (1888-1978) nella purezza neorinascimentale.

Felice Carena, invece, prede la strada del Cinquecento e del Seicento, quando nel 1921 realizza La quiete e cita Giorgione e Tiziano. Non tralascia mai, ovviamente, la linea continua e sinuosa di Gauguin o il colore e la forma di Cézanne, ma li coniuga con la tradizione italiana. Il dipinto viene presentato a Venezia nel 1924 insieme alla Deposizione, Il presepe e Il porcaro.

È l’anno del trasferimento a Firenze e dell’affermazione piena di Carena: nel 1926 la Biennale veneziana gli dedica una personale. Emergono paesaggi anticolani, nature morte, figure chiare e sincere, dal cromatismo e luminismo seicenteschi. Bagnanti, La finestra, Natura morta, insieme ad altre trenta opere compaiono alla Quadriennale romana del 1931.

Negli ultimi anni, Carena si dedica soprattutto a nature morte e ritratti, per poi spingersi verso lo spirituale. Nel 1959 esegue il ritratto di Giovanni XXIII e nel 1963, tre anni prima della sua morte, realizza la Deposizione per la Chiesa dei Carmini a Venezia.

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