Cavalleri Vittorio

Vittorio Cavalleri. Bambine che giocano. Tecnica: Olio su tela
Bambine che giocano. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Vittorio Cavalleri (Torino, 1860 – 1938) si forma presso un istituto commerciale della sua città, anche se contemporaneamente lavora in un negozio di stoffe. Attratto, però, anche dalla pittura, comincia a frequentare lo studio di Francesco Sampietro (1815-1896), pittore di storia.

Ben presto, viste le sue attitudine artistiche, lo spinge ad iscriversi all’Accademia Albertina, cui risulta iscritto nel 1878. Vi segue di i corsi di Enrico Gamba (1831-1883), Andrea Gastaldi (1826-1889) e di Pier celestino Gilardi (1837-1905). Sin da subito, Vittorio Cavalleri predilige il genere del paesaggio, anche se accompagnato da frequenti incursioni nella pittura di storia e in quella di figura e nella pittura di genere.

Una intensa attività espositiva

Vittorio Cavalleri esordisce presso il Circolo degli Artisti di Torino nel 1883, mentre l’anno successivo espone alla Promotrice, inaugurando una florida stagione presso questa rassegna. Vi esporrà infatti regolarmente dal 1885 al 1923, ottenendo l’approvazione del pubblico e della critica.

I paesaggi, particolarmente presenti alle esposizioni, hanno come soggetti principali le montagne piemontesi e valdostane, da cui fuoriesce una sensibilissima attenzione alla resa luministica.

Il trasferimento a Gerbido

Nel 1885, Vittorio Cavalleri decide di lasciare Torino per una piccola cittadina di campagna, Gerbido, ospitato dal suo allievo Mario Gachet (1879-1981). Si stabilisce in questo luogo per dedicarsi esclusivamente alla pittura. Paesaggi, scene di genere e ritratti sono elaborati dall’artista con dedizione e passione.

Accanto all’olio, Cavalleri, sperimenta il pastello, soprattutto utilizzato per i ritratti. Per quanto riguarda il paesaggio, crescente è la sua attenzione al dato reale, alle variazioni atmosferiche e luministiche, punto focale delle sue opere. Un sentimento lirico pervade i dipinti di figura inseriti in contesti agresti, da cui emerge una vena idilliaca e di serenità pastorale.

La tavolozza variegata viene impiegata attraverso una pennellata pastosa e a tratti molto sintetica. Il realismo della veduta di tradizione piemontese, influenzata dal tratto di Antonio Fontanesi (1818-1882) e dalla Scuola di Rivara, si fonde con un simbolismo crescente, che si nota soprattutto nei dipinti di fine Ottocento.

Nel 1889 compie un viaggio a Parigi, ma il suo linguaggio non subisce variazioni sostanziali, se non forse in un arricchimento cromatico. Partecipa a diverse edizioni della Biennale di Venezia, dal 1895 al 1910. Si occupa poi anche di alcune decorazioni murali di carattere sacro: affresca il Santuario della Colletta in Val Strona nel 1895 e la Chiesa di Frabosa Mondovì.

Continua a dipingere e ad esporre fino agli anni Dieci del Novecento, per poi dedicarsi sempre meno all’attività artistica a partire dagli anni Venti. Muore a Torino nel 1938.

Vittorio Cavalleri: studi dal vero, scene di genere e ritratti

L’esordio di Vittorio Cavalleri risale al 1883, quando presso il Circolo Artistico di Torino presenta i due studi dal vero Sentiero e Un raggio di sole. L’impronta accademica di Gamba e Gastaldi ha ormai ceduto il passo a suggestioni veriste provenienti dall’osservazione della tradizione paesaggistica piemontese.

Importante è infatti lo studio di Fontanesi e dei rappresentanti della Scuola di Rivara, soprattutto nella scelta di una tavolozza variegata e nella presenza del personale sentimento dell’artista.

Un lirismo velato e delicato accompagna i paesaggi, tanto quanto i ritratti e le scene di genere, come si nota dai tre dipinti esposti a Torino nel 1884. Si tratta di Studio dal vero, Delizie materne e Ritratto d’uomo, i tre principali generi affrontati dal pennello di Vittorio Cavalleri.

Nel 1885 presenta Ottobre, Le zappe abbandonate, Fiori di cimitero e Ritratto di donna, dipinti che subito suscitano l’interessamento da parte della critica. In particolare Le zappe abbandonate rimandano immediatamente il pensiero alla melanconica e sentimentali pittura di Millet, con accenni alla Scuola di Barbizon. In particolare, lo studio della luce acquisisce una valenza simbolica, che aumenta con il passare degli anni, fino a giungere alle soglie del Novecento.

L’attenzione al dato reale, con accenti simbolisti

Il successo presso la Promotrice torinese del 1885 lo porta ad esporvi per molti altri anni. Nel 1889 presenta A domicilio coatto e Triste inverno, nel 1891 Ritratto d’uomo e L’annegata. Come si evince dai titoli, i paesaggi vengono costantemente accompagnati da scene e dipinti di figura, sempre trattati con estrema sensibilità al dato tangibile.

Il 1895 è l’anno vede partecipare Vittorio Cavalleri alla I Biennale di Venezia con Angelo custode e Preparativi, mentre l’anno successivo espone alla Triennale torinese Empirismo e Il pittore Carlo Stratta. Ospitalità montanina e Pazzerella compaiono alla Biennale del 1897, Mio amore, Furto campestre e Madre! a quella del 1899.

Accenti simbolisti, uniti sempre ad una visione realista, cominciano a comparire alla fine dell’Ottocento, in opere come Siam bimbi – volanti – dai nimbi – nei santi – splendori – vaganti, presentato alla Biennale del 1903 e tratto dall’opera Mefistofele di Arrigo Boito. Lo stesso vale per le opere presentate a Milano nel 1906 Fiamme vaganti, Brezze autunnali e Ritratto di una baronessa.

Vittorio Cavalleri partecipa alla sua ultima Biennale nel 1910 con Un turbine ed Aracnidi, ma continua ad esporre, anche se con meno frequenza, alle Promotrici torinesi, fino al 1923.

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