Cavalli Emanuele

Emanuele Cavalli. La Sposa, 1935 ((dettaglio). Tecnica. Olio su tela, 116 x 87 cm
La Sposa, 1935 ((dettaglio). Tecnica. Olio su tela

Biografia

Emanuele Cavalli (Lucera, 1904 – Firenze, 1981) nasce da una ricca famiglia pugliese di collezionisti d’arte. Nel 1921, si trasferisce a Roma per frequentare l’Istituto Artistico Industriale. Nel 1922, si iscrive alla Scuola d’arte aperta, in via degli Orti Sallustiani, da Felice Carena (1879-1966) e da Attilio Selva (1888-1970).

Qui conosce Fausto Pirandello (1899-1975), che si iscrive alla Scuola proprio nel 1922 come Cavalli, mentre l’anno successivo si aggiunge Giuseppe Capogrossi (1900-1972). Ben presto, tra i tre giovani artisti, si crea un duraturo sodalizio, che naturalmente condurrà ad esiti diversi, ma vissuti con reciproca partecipazione.

Il Caffè Aragno

In particolare, Pirandello passerà alcuni anni a Parigi e svilupperà un proprio personalissimo linguaggio, mentre Emanuele Cavalli e Capogrossi rimarranno a Roma. Tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta, i due amici iniziano a frequentare con assiduità il Caffè Aragno, dove conosceranno pittori del ritorno all’ordine come Armando Spadini (1883-1925) e Virgilio Guidi (1891-1984).

Emanuele Cavalli comincia a farsi interprete di una pittura figurativa in cui il cromatismo risulta calibrato e morbido e i soggetti quasi investiti da un mistero primordiale. Esordisce alla Biennale del 1926, mentre nel 1927 partecipa alla famosa mostra presso la Pensione Dinesen, insieme a Capogrossi e Francesco Di Cocco (1900-1989).

La mostra alla Pensione Dinesen

Questa esposizione è fondamentale per alcuni giovani artisti che di lì a poco faranno la seconda generazione della Scuola Romana, come Scipione (1904-1933), Marino Mazzacurati (1907-1969) e Mario Mafai (1902-1965). Trovano nella mostra una pittura lirica ed espressiva allo stesso tempo, figure stralunate e tormentate, ed un’aura di ritorno all’antico lontanissima da quella dei novecentisti.

Emanuele Cavalli, infatti, frequenta tutti i giorni la Biblioteca di Storia dell’Arte di Palazzo Venezia. Ma non studia Giotto, Paolo Uccello e Piero della Francesca. Si interessa più al tormento dei manieristi come Parmigianino o a quello dei mondi inesplorati di Hieronymus Bosch, dai quali eredita le deformazioni fisiche delle figure e quella sensazione di spaesamento onirico e tensione spirituale.

Il soggiorno parigino e il Manifesto del Primordialismo plastico a Roma

Nel 1928, Emanuele Cavalli raggiunge Pirandello a Parigi: qui si interessa subito alle ricerche cromatiche che sta conducendo l’amico. Si inoltra, così, anche lui verso il tonalismo, che risulta sicuramente meno travagliato di quello di Pirandello, e più morbido e ampio.

Inoltre, a Parigi, viene iniziato alla società esoterica di Kremmerz, la Fratellanza di Miriam, di ideali teosofici e magici. È da questo momento in poi che spesso, i dipinti di Emanuele Cavalli risultano permeati da una sensazione di enigma e mistero, sempre accompagnato da una pittura tonale che ricorda quella di Pompei.

Rientrato a Roma nel 1930, il pittore pugliese condivide lo studio con Capogrossi a Prati, in via Pompeo Magno. È qui che, insieme a Roberto Melli (1885-1958), nel 1933, scrive il Manifesto del Primordialismo plastico, in cui si parla di una pittura «profondamente armonica», fatta di «energie spirituali». La prima esposizione del gruppo, il nucleo di quella che sarà la Scuola Romana, si tiene alla Galleria di Roma.

Ciò che attrae il gruppo è un primordialismo che trova ispirazione nelle espressioni ancestrali e mitiche degli encausti pompeiani. Il tonalismo di Emanuele Cavalli si presenta come una pittura autentica e semplice, solenne, quasi avvolta da un silenzio sacro e archetipico.

Espone, insieme agli amici tonalisti alla Galleria del Milione a Milano, poi alla Jaques Bonjean di Parigi. I dipinti sono ermetici, misteriosi e immersi in una atemporalità in cui gli accostamenti cromatici chiari ed essenziali, senza ombre, sono i protagonisti.

Anticoli Corrado e Firenze

Nel 1935, Emanuele Cavalli si ritira ad Anticoli Corrado, come molti altri artisti romani. Nell’isolamento del paesino, approfondisce la sua ricerca tonale e misterica, presentandone i risultati alla Biennale del 1938.

I suoi soggiorni ad Anticoli sono sempre frequenti, anche dopo aver ottenuto la cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Si trasferisce poi definitivamente nella città toscana per il resto della sua vita, continuando a condurre le sue ricerche in seno al tonalismo. Vi muore nel 1981 a settantasette anni.

Emanuele Cavalli: il tonalismo e il Primordialismo Plastico

Come premesso, sin da subito, la pittura di Emanuele Cavalli risulta legata a quel tonalismo che Fausto Pirandello trasmette ai suoi compagni. Ma Cavalli rimane più morbido e avvolto da un mistero alchemico e mitico che sarà presente in tutta la sua produzione. Dopo il viaggio a Parigi e l’interessamento alle filosofie ermetiche, la sua pittura è tonale e allo stesso tempo aderente ad un primordialismo magico e archetipico.

Le forme e le figure sono primigenie, istintive, oniriche ma anche semplici, quotidiane. Iconografie particolari compaiono sin dalla Biennale del 1926, in cui Emanuele Cavalli espone Autoritratto, Letizia e Natura morta. La sua pittura risulta trasparente e quasi invisibile, armonica ed intima, come gli affreschi di Pompei, riscoperti da Corrado Cagli (1910-1976).

Una sensibilità tonale unica si nota da dipinti come Riposo, presentato alla Quadriennale di Roma del 1931, in cui la pittura è sensibile e pregiata, sempre denotata da un riferimento al processo esoterico. La definisce Cavalli stesso fatta di «valori cosmici ed essenziali», grazie a cui la forma e il colore dialogano armoniosamente.

Antiche e ancestrali appaiono le figure di Ritratto e Il pittore presentati alla Galleria del Milione nel 1933. Allo stesso modo, quasi come equilibrate note musicali appaiono i colori e il contrappunto delle opere presentate alla Seconda Quadriennale romana del 1935: La sposa, La veste, Bagnante, Donne, Maternità, Paesaggio e L’amicizia.

Tra misteri ermetici e sensibilità cromatica

Alla Mostra del Sindacato Fascista del Lazio del 1937 compaiono La vestizione, Natura morta e Grottesco, immagini archetipiche e sempre governate da un tonalismo attentissimo e “spirituale”. Alla Biennale di Venezia del 1938 l’artista espone le opere realizzate ad Anticoli Corrado, profonde ed essenziali, come Un sogno e Il solitario.  

Alla Quadriennale del 1939, presenta invece Ragazza, Fichi, Ciambelle, Paesaggio e Festa d’estate. Partecipa poi al Premio Bergamo del 1940 con Davanti allo specchio e a quello del 1941 con il nudo Accademia.

Ma è alla Quadriennale del 1943, la sua ultima, che Emanuele Cavalli presenta nove figure femminili, vestite di colori diversi, quasi a sottolineare il valore alchemico del colore. Esso varia dal grigio, al rosso, al giallo, al viola, al verde, chiamati da Cavalli con metafora musicale «preludi e fughe nei toni maggiori e minori».

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