Ceccarelli Silvio

Silvio Ceccarelli. Idoletto (dettaglio). Scultura in cera
Idoletto (dettaglio). Scultura in cera

Biografia

Silvio Ceccarelli (Senigallia, 1901 – 1985) si forma presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove si reca nei primi anni Venti. In seguito, completa la sua formazione all’Accademia di Urbino e poi a Roma, dove si trasferisce nel 1922.

Fino al 1924, studia scultura all’Accademia di Belle Arti, per poi passare alla Scuola d’Arte della Medaglia della Zecca di Stato. Terminato questo periodo di formazione, Silvio Ceccarelli entra come apprendista nello studio di Arturo Dazzi (1881-1966), di cui diviene ben presto collaboratore.

L’equilibrio classico delle forme e un aggraziato verismo plastico diventano le principali cifre caratteristiche del modellato dello scultore marchigiano. Nel 1927, vinto il Pensionato Nazionale, comincia a farsi interessante agli occhi della critica, che trova in lui un sapiente riferimento al formalismo armonico del Quattrocento italiano.

Il successo a Roma

L’esordio ufficiale dello scultore avviene alla Biennale di Venezia del 1930, anno in cui partecipa anche alla sua prima Sindacale Fascista del Lazio. Le figure di Silvio Ceccarelli, sin da queste prime esposizioni, presentano una solida e misurata umanità che si coniuga alla perfezione con un palpitante riferimento all’antico.

Non si legge nell’artista solo la memoria del Quattrocento toscano, ma anche della scultura greca e romana, che emergono dalla limpidezza del modellato e dalla morbidezza nella trattazione delle membra, ma anche dall’imitazione di alcune pose ed atteggiamenti riferibili alle korai arcaiche.

È negli anni Trenta e Quaranta che si concentra la produzione più significativa dello scultore, tra le Quadriennali romane e le Sindacali del Lazio. Nudi muliebri, busti maschili, composizioni ampie e leggere, figure solenni e spirituali costituiscono l’evocativa e armoniosa scultura di Silvio Ceccarelli.

Nel 1933 si occupa anche di eseguire le statue di atleti, di forte carattere monumentale e classicista, per lo Stadio di Senigallia, sua città natale, dove muore nel 1985, ad ottantaquattro anni.

Silvio Ceccarelli: un armonioso equilibrio plastico dalle armoniose forme antiche

Il ritorno all’ordine in cui si inserisce la produzione scultorea di Silvio Ceccarelli si rivela mediante una sapiente e per nulla retorica riproposizione delle armoniose forme antiche. Nel 1927, vince il Pensionato Artistico con la delicata ed equilibrata figura dell’Adolescente, che subito segna l’indirizzo stilistico dell’autore marchigiano.

Una serena e morbida impostazione delle masse si riscontra anche nella Grande Eva con cui vince di nuovo il Pensionato nel 1929. In questa figura si legge anche una più precisa volontà di modernità, come si nota dalla verità con cui mostra le forme e il volto della donna, coniugandole alla mancanza delle braccia, come se fosse un ritrovamento archeologico.

Questo espediente ritorna nell’Idoletto in cera del 1930, ma esposto alla Sindacale di Belle Arti del Lazio del 1932. Una forte sensibilità epidermica caratterizza questa statua dalla forte accezione antica, come si nota dal piede in avanti che richiama le korai e che si trovava anche nella Grande Eva dell’anno precedente.

Nel 1931, Silvio Ceccarelli partecipa alla I Quadriennale romana esponendo Testa d’uomo e Mezza figura, entrambe in cera, che risulta tra i suoi media prediletti. Alla Sindacale del 1932, insieme all’Idoletto già citato, presenta altre cinque opere: due Ritratti, Adolescente addormentata, Testa di bimbo e Frammento. A quella del 1934 espone un Ritratto di bambino e uno di Bambina.

L’anno successivo è di nuovo alla Quadriennale romana con Terza classe in bronzo e nel 1937 alla Sindacale di Napoli con Enzo. Il San Giovannino in cera, una delle opere più importanti di Silvio Ceccarelli, compare alla Quadriennale di Roma del 1939, insieme al Ritratto di Fabio Tombari in bronzo.

Un espressivo e vivo richiamo al Quattrocento di Donatello si riscontra nella figura magra e colta da un emozionante afflato spirituale del San Giovannino, ma anche nella salda e poetica Madre della Sindacale marchigiana del 1941, stesso anno in cui, alla Sindacale milanese, espone il suo Alunno.

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