Chessa Gigi

Gigi Chessa. Uva Nera. Tecnica: Olio su tela
Uva Nera. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Gigi Chessa (Torino, 1898 – 1935) figlio dell’acquafortista Carlo Chessa (1855-1912), vive i suoi primi anni a Parigi. Nel 1909 rientra nella natia Torino dove inizia a frequentare il ginnasio, ma contemporaneamente riceve lezioni di disegno dal padre. Nonostante questo, quando il ragazzo decide di iscriversi all’Accademia Albertina, i genitori lo contrastano.

Nei primi anni di accademia Gigi Chessa non ottiene notevoli risultati, per questo comincia a frequentare privatamente lo studio di Agostino Bosia (1886-1962). Grazie al maestro, inizia a comporre i primi paesaggi dal vero, recandosi tra le montagne piemontesi. Esordisce con alcuni paesaggi alla Promotrice torinese del 1918.

L’influenza di Felice Carena

Dopo il primo esordio nel segno del paesaggio dal vero, Gigi Chessa a Torino risente moltissimo dell’influenza di Felice Casorati (1883-1963) prima e soprattutto di Felice Carena (1879-1966) poi. Quest’ultimo, divenuto intimo amico di Chessa, ne sposa la sorella, instaurando un sodalizio artistico e personale duraturo.

Quando Carena si trasferisce ad Anticoli Corrado nel 1920, due anni dopo viene seguito da Gigi Chessa che entra in contatto con i pittori dell’ambiente di Valori Plastici. Nel 1922 inizia a collaborare con la Lenci di Torino, azienda di fabbricazione di porcellane e bambole. In questo periodo dunque, Gigi Chessa attraversa una piacevole svolta Déco e comincia ad occuparsi di arredamento.

Tra pittura e arti applicate

Ottiene un premio alla Biennale di Arti Applicate di Monza nel 1923 con la Saletta della prima colazione e nel 1925 partecipa all’Esposizione Internazionale di Arti Decorative di Parigi, con una Stanza per bambini. Ancora, presenta il progetto di una Farmacia e di una Via dei negozi di nuovo alla Biennale di Monza del 1927.

Nel frattempo continua a presentare paesaggi alle esposizioni torinesi, soprattutto ispirati alla campagna anticolana. Un tratto careniano e cézanniano denota i suoi paesaggi, i suoi nudi e le sue nature morte. Continua comunque ad occuparsi arti applicate, quando, nel 1925 la Società Amici di Torino lo incarica di ristrutturare il Teatro di Torino e di realizzare le scenografie de L’italiana in Algeri di Rossini.

Ottiene poi la cattedra di Scenografia alla Scuola Superiore di Architettura di Torino nel 1929. La partecipazione alle mostre non si interrompe per Gigi Chessa, che rimane comunque abbastanza lontano da Novecento, sentendo la necessità di esprimersi liberamente. Sempre molto legato al linguaggio duro di Cézanne e a quello profondo di Carena, entra a far parte dei Sei Pittori di Torino, sotto il magistero di Lionello Venturi.

Vicino all’espressionismo dell’École de Paris, si fa protagonista di una pittura libera, dai toni chiari e dal formalismo careniano. Partecipa alla Biennale di Venezia del 1932 e alla Sindacale torinese del 1934, anche se negli ultimi tempi si dedica con sempre maggiore assiduità all’arredamento. Muore nel 1935 a Torino.

Gigi Chessa: tra Carena e l’École de Paris

Nel corso degli anni Gigi Chessa ha amato affermare come la sua infanzia passata a Parigi lo abbia portato inconsciamente verso l’apprezzamento della pittura impressionista ed espressionista. Dopo i primi paesaggi esposti a Torino sotto l’influenza di Agostino Bosia, Gigi Chessa si avvicina al linguaggio di Carena.

Il suo studio approfondito degli autori del Rinascimento italiano e del tonalismo veneto, ma soprattutto la sua partecipazione mitigata e del tutto personale a Novecento, attraggono Gigi Chessa. Naturalmente riesce ad intraprendere anche un percorso autonomo soprattutto nel campo delle arti applicate e della ceramica, giungendo a livelli molto alti.

Dal punto di vista pittorico, è sicuramente affine agli artisti che incontra ad Anticoli, come Armando Spadini (1883-1925). Il suo quindi è un ritorno all’ordine molto moderato e modulato sui toni dell’impressionismo francese e dell’École de Paris.

Nel 1924 a Milano espone un Nudo estremamente realistico e dalle delicate ombreggiature careniane. Alla Biennale di Venezia del 1928 invia Ragazza nuda con pesci rossi, Veduta di Torino, Interno e Natura morta con caffettiera.

Effetti formali e cromatici alla Cézanne appaiono continuamente nelle delicate opere di Gigi Chessa, che su questa strada, si ritrova a far parte dei Sei Pittori di Torino.

I Sei Pittori di Torino

Durato solo pochi anni, dal 1929 al 1931, il gruppo Sei Pittori di Torino ha rappresentato una valida alternativa all’ormai quasi passato linguaggio novecentista. Con intenzioni intimiste e un cromatismo ispirato all’espressionismo francese, i Sei di Torino hanno esposto per la prima volta nel 1929 in un Negozio della Galleria Guglielmi.

Nello stesso anno, presso la Sindacale fascista di Torino espone Finestra, Mezzogiorno, Tavolino, Venezia – Canale della Giudecca, Natura morta e Uva nera. Alla Biennale di Venezia del 1932 invia invece Bambina, La finestra sul Po, Nudo e alcune Nature morte. Soprattutto nei nudi si osserva una pennellata leggera e libera, un costante riferimento alla figura di Carena ma anche l’osservazione dei maestri antichi.

Dorso nudo, sulle note elegantissime e cromaticamente impalpabili di Raoul Dufy (1877-1953) compare alla Biennale veneziana del 1932. Viene esposto insieme a Foglie di begonia, Nudo chiaro e Natura morta in rosa e grigio.

Nel 1933, insieme a Carlo Levi (1902-1975) allestisce la Sala dell’Estate della Triennale di Torino. È presente alla sua ultima Sindacale torinese nel 1934 con un Nudo e una Natura morta.

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