Chini Galileo

Galileo Chini. Mattino di Novembre sull’Arno - Tecnica: Olio su Tela
Mattino di Novembre sull'Arno. Tecnica: Olio su Tela

Biografia

Galileo Chini (Firenze, 1873-1956) rimane orfano a undici anni e ben presto entra come apprendista nella bottega dello zio restauratore di affreschi. I primi lavori in aiuto dello zio si presentano sin da subito nell’accezione di decorazioni neomedievali e neorinascimentali.

Intorno ai diciassette anni si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Firenze e diviene allievo del decoratore Augusto Burchi (1853-1919). Gli anni accademici sono ricchi di spunti e conoscenze: stringe amicizia con Giulio Bargellini (1875-1936), Adolfo De Carolis (1874-1928) e Plinio Nomellini (1866-1943).

A Firenze può vivere in contatto diretto con l’arte del Rinascimento, ma, interessato anche al colore divisionista, si fa interprete di una pittura neorinascimentale dalle sfumature simboliste e dalla pennellata divisionista. Non ammesso alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze, esordisce alla Mostra dei Rifiutati a Palazzo Corsini, insieme ad altri amici artisti.

“Arte della ceramica”

Da questo momento in poi, la sua carriera prende un ritmo inarrestabile che inizia con la fondazione del laboratorio “Arte della Ceramica”. Basato sugli stessi presupposti dell’inglese “Arts and Crafts”, mette al centro le arti applicate, in particolare la ceramica e le vetrate dipinte.
Il tutto legato profondamente alla cultura e al segno liberty, rendendo ben presto Galileo Chini famoso in tutto il mondo.

Partecipa infatti, nel 1888, all’Esposizione d’Arte Decorativa di Torino e poi di Londra e all’Esposizione Universale di Parigi del 1900. L’anno successivo, invece, si presenta alla Biennale di Venezia, inaugurando una fiorente stagione espositiva che durerà fino agli anni Quaranta.

Il legame con la rassegna veneziana sarà molto importante per l’artista, tanto che nel 1909 verrà incaricato di decorarne la cupola del Padiglione Centrale.

Thailandia: un successo

Viene subito riconosciuto per la sua abilità di decoratore, ceramista, scenografo e costumista, legato alla poetica neorinascimentale e a spiccati accenti preraffaelliti.

La tecnica divisionista è sempre presente, anche se libera da costrizioni e vicinissima a Gaetano Previati (1852-1920). Il Re del Siam vede le decorazioni di Chini a Venezia e lo incarica di realizzare quelle del Palazzo del Trono a Bangkok.

Questa esperienza in estremo oriente lo segna particolarmente e lo ispira nell’esecuzione di una serie di tele che riporta con sé al rientro in Italia nel 1914.

Negli anni Dieci e Venti le committenze per decorazioni, affreschi, ceramiche e vetrate si susseguono incessantemente. Dagli anni Trenta in poi, invece, si dedica prevalentemente alla pittura da cavalletto, impegno che culmina poi nella mostra presso la Galleria Bernheim-Jeune di Parigi, nel 1931.

Nel decennio successivo comincia ad avere problemi alla vista e le sue tele si scuriscono, avvicinandosi all’Espressionismo nordico. Divenuto quasi cieco, muore a Firenze nel 1956.

Galileo Chini: decorazione, ceramica e pittura liberty

L’artista fiorentino si può considerare uno dei rappresentanti principali del Simbolismo liberty italiano. Con lui il gusto art nouveau prende piede nel nostro paese, interessando non solo la pittura da cavalletto, ma soprattutto le arti applicate.

Parte dal Divisionismo ed arriva negli ultimi anni ad un Espressionismo tragico, cupo, profondo. Ha offerto la sua sapienza decorativa per ville ed edifici italiani ed esteri, raggiungendo sempre risultati stupefacenti.

Sin dagli anni Novanta, dopo le prime esperienze decorative al seguito di Burchi, si dedica alla ceramica e all’illustrazione. Le influenze preraffaellite si notano soprattutto nelle illustrazioni che realizza per la rivista “Fiammetta” negli stessi anni in cui la sua Manifattura della Ceramica prende avvio.

Il successo è immediato: Galileo Chini ottiene la medaglia d’oro a Torino, il grand prix a Parigi. Nel 1901 partecipa alla Biennale di Venezia con Quiete, un paesaggio autunnale divisionista carico di sentimento.

Nel 1903 partecipa con un fregio maiolicato per la Sala della Toscana, con La Sfinge e Campagna con la neve. Alla Biennale del 1905, invece, presenta Trionfo – allegoria e Compagna e nello stesso anno termina le decorazioni del Palazzo della Cassa di Risparmio di Arezzo.

Nel 1907, insieme a Plinio Nomellini dà vita alla Sala L’arte del Sogno presso la Biennale di Venezia, esponendovi Il battista, Il gioco, Icaro. Incentrata su un simbolismo di respiro europeo e su una decorazione che richiama i motivi di James Whistler (1834-1903), attira lo sguardo del Re del Siam.

Bangkok. Il Palazzo del Trono 

Il Re thailandese rimane ancora più affascinato da Galileo Chini quando realizza le decorazioni della cupola del Padiglione Centrale della Biennale. Il tutto è incentrato sull’allegoria dell’Arte attraverso i tempi, in cui il forte stampo neorinascimentale emerge prorompente.

Nel 1911, il Re del Siam lo invita a decorare il Phra Thi Nang, il nuovo Palazzo del Trono. Chini accetta l’incarico e si dedica con passione alla realizzazione di dipinti murali con i fasti del governo siamese tra il Settecento e l’Ottocento.

L’esperienza nel Siam non è solo importante dal punto di vista lavorativo, ma anche per il grande bagaglio culturale che procura all’artista. Rimane affascinato ai colori dell’Oriente, dalle sue usanze e dagli oggetti che riporta in grande quantità in Italia.

Tornatovi nel 1912, espone alla Biennale opere che ricordano il suo soggiorno. Anche alla Mostra della Secessione romana del 1913 presenta Danzatrice Monn e nello stesso anno realizza il meraviglioso dipinto La festa dell’ultimo giorno dell’anno cinese a Bangkok.

Alla Biennale del 1914 presenta ben diciotto opere, quasi tutte ispirate al mondo thailandese. Tra di esse vi sono La bisca del gran cinese a Bangkok, L’ora nostalgica sul Nen-nam, Il mio cortine a Bangkok, Wat Sam Chet, Fronde e luci.

Decorazioni allegoriche e il cupo Espressionismo dell’ultima fase

Nel corso degli anni Venti e Trenta Galileo Chini riceve una lunga serie di committenze. All’inizio degli anni Venti risalgono le decorazioni della Villa Scalini a Carbonate.

Nel 1921, per il Salone centrale del Padiglione Italia alla Biennale, esegue una serie di pannelli decorativi con la Glorificazione della Vittoria, in una serie di declinazioni.

Il divisionismo e il gusto secessionista si uniscono in una felice rappresentazione che conferma il successo dell’artista. Continua a partecipare alle Biennali fino al 1930, quando espone La cena, La modella in riposo, Monsone e due Nature morte.

Sono gli anni in cui si dedica a malinconici paesaggi toscani che risentono dell’influenza del verismo, intriso di note simboliste. Ne sono esempio Ottobre – nei presso dell’Albereta, Mattino di novembre sull’Arno e La vetta di Montmartre.

Negli anni Quaranta e Cinquanta i toni si incupiscono e l’artista si fa interprete di una pittura dai picchi drammatici. Basta far riferimento alla Falciatrice, dipinto del 1951, in cui la morte armata di falce si abbatte su una landa deserta e oscura.

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