Cifariello Filippo

Filippo Cifariello. Busto di Arnold Böcklin (dettaglio), 1899. Tecnica: Scultura in gesso
Busto di Arnold Böcklin (dettaglio), 1899. Tecnica: Scultura in gesso

Biografia

Filippo Cifariello (Molfetta, 1864 – Napoli, 1936), figlio di un artista girovago, vive la sua infanzia tra diverse città della Puglia, tra cui Bari, Trani e Andria. Infine, la sua famiglia si trasferisce a Napoli, vivendo quasi completamente in miseria.

Così, Filippo, il maggiore di cinque figli, che sin dalla tenera età aveva mostrato evidenti doti artistiche, inizia a modellare e vendere statuette di creta, per sostentare la famiglia.

Una personalità inquieta e geniale

Ben presto, non senza fatica, riesce a procurarsi i mezzi necessari per iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove ha come insegnante di disegno Gioacchino Toma (1836-1891) e come maestro di scultura Achille D’Orsi (1845-1929). Il suo carattere inquieto e ribelle non gli consente di prolungare la sua permanenza in accademia, smanioso di imparare dal vero.

Nel frattempo, scopre i maestri del primo Rinascimento e studia in particolare il modellato asciutto e realistico di Donatello. Inizia ad ottenere i primi incarichi privati, per la realizzazione di busti e di vasi decorativi, mentre nel 1883 esordisce all’Esposizione Nazionale di Belle Arti di Roma.
Da questo momento in poi, parteciperà regolarmente alle Promotrici napoletane e alle più importanti rassegne italiane, tra cui la Biennale di Venezia.

Intanto, la poetica di Filippo Cifariello si stringe su un estremo verismo che talvolta diviene oggetto di aspre critiche alle esposizioni. Solitamente, le risposte dello scultore sono altrettanto dure e sfrontate, tradotte spesso nella riproduzione, con varianti, della stessa opera, tacciata di eccessivo verismo.

L’esperienza in Germania e il successo

All’inizio degli anni Novanta, Filippo Cifariello si trasferisce a Roma, dopo il clamoroso successo ottenuto nelle esposizioni della Capitale. Ben presto, però, compie un viaggio a Parigi e poi in Germania, dove rimane per cinque anni. Vi dirige, infatti, la fabbrica Lench di Passau, dove si realizzano modelli in porcellana biscuit.

Contemporaneamente, non manca di esporre alle mostre europee, ottenendo premi e medaglie a Monaco nel 1893, a Vienna nel 1894, al Salon di Parigi nel 1895 e a Barcellona nel 1896. Il gran successo ottenuto tra Roma, Napoli e il resto d’Europa, è frutto di sculture di grandissimo valore, che hanno sempre alla base un verismo palpitante e quasi sofferto.

Questo vale sia per le figure tratte dalla quotidianità umana, sia per i busti, che rendono immenso onore allo scultore di Molfetta.

L’uxoricidio e la decadenza

Dopo aver esposto alla Biennale di Venezia nel 1899 e nel 1903, Cifariello inizia ad avere i primi problemi con il suo carattere tormentato. L’episodio che più ha macchiato la vita e la carriera dello scultore, spesso ricordato solo per questo, è l’omicidio della moglie Ninì de Browne, sposata nel 1894.

L’accecante e folle gelosia di Filippo Cifariello, lo spinge ad ucciderla nel 1905, per poi attraversare un lungo processo da cui esce assolto e profondamente malato.

Ritiratosi a Napoli, non smette mai di dedicarsi alla scultura, assecondando a tratti le novità liberty, pur mantenendo sempre l’aderenza al verismo. Espone fino alla metà degli anni Venti, anche se la sua vita continua ad essere segnata da disgrazie, come la morte della seconda moglie, nel 1914, per un incidente domestico dovuto alla sua dipendenza dall’alcool.

Risposatosi di nuovo e avuti due figli, non riesce comunque a riprendersi dalla depressione, di cui scrive nell’autobiografia Tre vite in una, pubblicata nel 1931. Personalità geniale e angosciata fino agli ultimi anni, si suicida nel suo studio napoletano nel 1936, a settantadue anni.

Filippo Cifariello: un verismo vibrante e suggestivo

Sin dagli esordi, la produzione di Filippo Cifariello è segnata da una profonda adesione al vero, a discapito di tutte le critiche che riceverà nel corso degli anni. sicuramente, a cavallo del nuovo secolo, riesce comunque ad accogliere il segno liberty, in particolare nelle composizioni più decorative e nei monumenti ufficiali.

All’Esposizione di Belle Arti di Roma del 1883 presenta Il volgo napoletano, acquistato dal Principe Odescalchi e uno Studio dal vero. Nello stesso anno, ma a Napoli, espone Primi palpiti, scultura che gli mostra le prime opinioni negative da parte della critica, per il troppo eccessivo attaccamento al vero, sospettato addirittura di eseguire calchi dei modelli umani.

L’anno successivo, sempre a Napoli, espone alcuni saggi più leggeri, afferenti alla tematica di genere, come Non possumus e Un bacio dato non è mai perduto. Il busto in bronzo Dopo il ballo compare all’Esposizione di Monaco del 1890.

Mentre a quella Nazionale di Palermo del 1892 espone Un corvo, Napoletana e Cristo e la Maddalena, premiato con la medaglia d’oro e poi acquistato dalla Galleria Nazionale di Roma, per il suo struggente verismo.

Una scultura epidermica e intensa tra verismo e Liberty

I primi ritratti solenni e trepidanti di introspezione psicologica, compaiono all’Esposizione Nazionale di Roma del 1893 e poi alla Festa dell’Arte e dei Fiori di Firenze del 1896: Ritratto di Daniele Muninger, Ritratto di Eugenio Checchi e Ritratto dell’on. Pugliese. Accanto a questi busti, compare la meravigliosa scultura del volto del Fachiro, viva, vibrante, epidermica.

L’opera, oggetto di critica, viene riproposta con Fachiro (risposta), questa volta a figura intera, alla Mostra degli Amatori e Cultori di Belle Arti dello stesso anno e poi acquistata dal banchiere Ippolito Bondi. Insieme ad essa, compare Dolore, statua a grandezza naturale, di grande intensità, premiata con duemila lire e poi usata come sepolcro in un cimitero bavarese.

All’Esposizione di Monaco del 1897, Filippo Cifariello invia Settembrina, più volte riprodotta, e Orientale, due sculture che cedono il passo alla poetica decorativa liberty. Così come avviene per il soggetto allegorico Annunciazione dell’amore, modello per una fontana, presentato alla Biennale veneziana del 1899 insieme a Tipo bavarese, Busto di donna, Sfinge e Busto di Arnold Böcklin.

Alla Biennale del 1903, presenta invece otto sculture tra cui Adelaide Ristori, Luitpold, reggente di Baviera, Prof. Sciamanna, Onorato Carlandi, Barone Marincola, Exoriare aliquis. Dopo il tragico evento del 1905, Filippo Cifariello ritorna ad esporre solo nel 1911, a Napoli e poi all’Internazionale di Roma con un Ritratto vigoroso e imponente.

Da questo momento in poi, comunque la sua attività si fa ancora più inquieta, così come la partecipazione alle mostre. Compare comunque alla Secessione romana del 1913 con un Ritratto e alle Biennali del 1924 e del 1926 con Ermete Novelli, Lino Pesaro e Marco Praga, tra gli altri busti. Continua a scolpire fino agli anni Trenta, dedicandosi anche a monumenti pubblici come quello a Mazzini nella piazza principale di Molfetta.  

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