Coghetti Francesco

Francesco Coghetti. Archimede. Tecnica: Olio su tela, 30 x 38 cm
Archimede. Tecnica: Olio su tela, 30 x 38 cm

Biografia

Francesco Coghetti (Bergamo, 1801 – Roma, 1875), dopo aver compiuto gli studi letterari al ginnasio, decide di intraprendere la carriera artistica, iscrivendosi, nel 1816, all’Accademia Carrara di Bergamo dove è allievo di Giuseppe Diotti (1779-1846).

La sua formazione è dunque tutta incentrata sull’acquisizione di valori legati al classicismo, all’equilibrio del disegno e all’armonia del colore. Nel 1818, vince il primo premio per il disegno con uno studio del Laocoonte, a pari merito con Giovanni Carnovali detto il Piccio (1804-1873), suo compagno ed amico.

Il perfezionamento a Roma

Intorno agli anni Venti, inizia a dedicarsi a soggetti di storia che gli procurano un susseguirsi di successi a livello accademico e che gli permettono di essere esonerato dal servizio militare e di compiere un soggiorno di studio a Roma nel 1821.

Qui, compie un apprendistato nello studio di Vincenzo Camuccini (1771-1844) e comincia ad ottenere una serie di commissioni per l’esecuzione di pale d’altare, non solo in ambito romano, ma anche in area lombarda, mantenendo sempre uno stretto contatto con le sue origini bergamasche.

Pittore instancabile, a Roma non solo si affida all’istruzione di Camuccini, ma si sottopone al continuo confronto stimolante con gli artisti accademici più importanti del tempo: Francesco Podesti (1800-1895), Filippo Agricola (1795-1857) e i puristi, uno su tutti Tommaso Minardi (1787-1871). Ma trae continua ispirazione anche dai maestri antichi, in particolare da Raffaello.

Negli anni Venti, Francesco Coghetti continua ad occuparsi soprattutto di pale d’altare, fortemente apprezzato a Roma, ma anche in Veneto, Piemonte, Liguria ed Emilia, proprio per la sua capacità di accordare stilemi puristi con elaborazioni più eclettiche e di derivazione barocca, raggiungendo un’eloquenza maestosa, dovuta anche alle grandi dimensioni di tutta la sua prima produzione sacra.

Contemporaneamente, avvia l’attività di ritrattista, confrontandosi soprattutto con Enrico Scuri (1806-1884), pittore di Bergamo come lui, con cui rivaleggia e dialoga proprio grazie alla scelta di un’iconografia molto particolare e ricca di suggestioni romantiche.

La maturazione artistica

Negli anni Trenta, Francesco Coghetti ritorna per un breve periodo a Bergamo per occuparsi degli affreschi della cupola del Duomo. Questo momento rappresenta la maturazione artistica del pittore, ormai apprezzatissimo in ambito accademico, alla vigilia di una delle più importanti commissioni della sua carriera, la decorazione di Villa Torlonia sulla Nomentana.

Il principe Alessandro Torlonia, infatti, quasi in concomitanza con la nomina ad accademico di San Luca di Francesco Coghetti, lo incarica di occuparsi degli affreschi della Villa insieme a Natale Carta (1800-1888), Francesco Podesti, Vincenzo Morani (1809-1870), Pietro Gagliardi (1809-1890) ed altri.

Coghetti, in questa occasione, conferma l’indirizzo monumentale del suo classicismo, e, nella celebrazione delle virtù allegoriche di Alessandro Torlonia sembra quasi sfociare in rievocazioni barocche, contravvenendo di fatto agli auspici dei Puristi, che raccomandavano un sincero ritorno alla purezza formale del Quattrocento e alla pulizia della decorazione, con cui spesso si era già confrontato l’autore bergamasco.

Ad ogni modo, questa impresa rappresenta una delle più alte della sua produzione, insieme alla decorazione di Palazzo Torlonia a Palazzo Venezia, purtroppo andata perduta. Sempre per i Torlonia, nel corso degli anni Quaranta, si occupa della decorazione della villa di Castelgandolfo e del Palazzo in via Condotti.

Gli ultimi anni

Altra importante impresa decorativa è quella realizzata in San Paolo fuori le mura, su commissione del cardinale Antonelli. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta è ancora molto attivo non solo come frescante e autore di pale d’altare, ma anche come ritrattista e come decoratore di scenografie e sipari teatrali: ne abbiamo esempio nella realizzazione del Sipario del Teatro di Spoleto.

Quest’opera, ricca di tensione drammatica e di fermento patriottico causerà uno scontro con papa Pio IX e per questo, Francesco Coghetti sarà costretto ad allontanarsi da Roma per qualche tempo nel corso degli anni Sessanta.

Piano piano, nonostante il successo ottenuto anche all’estero, il ritmo degli incarichi si allenta e il pittore si vede anche togliere la cattedra di pittura a San Luca, di cui era diventato vice presidente. Muore a Roma nel 1875, a settantaquattro anni.

Francesco Coghetti: la pittura accademica tra classicismo monumentale, purismo ed eclettismo

Nel 1821, un giovanissimo Francesco Coghetti vince il concorso all’Accademia di Brera con il dipinto Gedeone e gli Israeliti alla fontana di Arad. È proprio grazie a questa tela di soggetto biblico che il pittore riesce a trasferirsi a Roma, dove approfondisce il linguaggio classicista nello studio di Camuccini.

Diverse sono le pale d’altare di cui si occupa nei primi anni romani, tra cui L’Assunta per la parrocchiale di Calcinate, vicino Bergamo. A Roma, il pittore trova il suo ambiente ideale, stringe amicizia con numerosi artisti ed anche con Gaetano Donizetti, di cui esegue il Ritratto nel 1832.

Il rapporto con Bergamo, comunque, non viene mai meno: nel 1833, infatti, vi fa ritorno per affrescare la cupola del Duomo. Dopo un veloce deterioramento della decorazione, tornerà a dipingervi negli anni Cinquanta, sostituendo i primi soggetti con la Gloria di Sant’Alessandro.

È nel 1834 che riceve dal principe Alessandro Torlonia la commissione della decorazione della sua Villa sulla Nomentana. In particolare, Francesco Coghetti si occupa di uno dei saloni in cui esegue Le storie di Alessandro Magno, della sala da ballo, dove realizza Il Parnaso e poi del Casino, in cui si trovano diverse Figure allegoriche.

In questa impresa decorativa, il pittore bergamasco adopera un classicismo monumentale ben lontano dalla sobrietà del Purismo in voga in quegli anni. E lo stesso si può dire per il Teatro Apollo a Tordinona, dove realizza i Mesi poi staccati, e per il Palazzo Torlonia in Piazza Venezia con le Storie di Ercole e Storie di Psiche e Francesco I re di Francia accoglie il pennello di Tiziano, tutti andati perduti.

Invece per Don Mario Torlonia si occupa, nel Palazzo di via Condotti, delle Scene dalla vita dei Gracchi e delle Scene dai Promessi Sposi.

Nonostante nella grande decorazione sia più affine al classicismo camucciniano e a suggestioni di matrice celebrativa e romantica, nei ritratti, nelle piccole tele e nelle pale degli anni Cinquanta sembra essere maggiormente vicino agli stilemi puristi, come si nota dalla pala d’altare con l’Immacolata Concezione eseguita per la chiesa dei Santi Apostoli a Bergamo e che rivela una spiccata adesione ai modi di Minardi.

In quest’opera, infatti, molti sono i richiami al cromatismo delicato ed elegante del primo Raffaello, preso proprio come modello dai Puristi nel Manifesto del 1842. Del tutto diverso è invece il registro linguistico usato da Francesco Coghetti negli affreschi di San Paolo fuori le mura e anche in quelli di San Carlo ai Catinari, molto più eclettico e drammatico.

Tra le ultime opere, è da segnalare il sipario del Teatro di Spoleto, opera di grandi dimensioni e di notevole effetto, carica di tensione drammatica e dinamismo nella rappresentazione della Fuga di Annibale sotto le mura di Spoleto.

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