Consagra Pietro

Pietro Consagra. Ferro dipinto (dettaglio). Tecnica: Ferro dipinto
Ferro dipinto (dettaglio). Tecnica: Ferro dipinto

Biografia

Pietro Consagra (Mazzara del Vallo, 1920 – Milano, 2005) si forma all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Il 1944 è un anno cruciale: prende un autobus per Roma, appena liberata, “pensando all’arte a alla vita”, come ricorda l’artista stesso.

Inizialmente, Pietro Consagra si mantiene realizzando ritratti per i soldati americani, ma nel fervore artistico della capitale, da cui è attratto profondamente, stringe subito amicizia con Giulio Turcato (1912-1995), Mario Mafai (1902-1965) e Renato Guttuso (1911-1987) che lo ospita, per i primi tempi, nel suo studio di via Margutta.

Segue le evoluzioni dell’Art Club fondato da Enrico Prampolini (1894-1956), presenziando a tutte le mostre organizzate anche in collaborazione con la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e con Palma Bucarelli.

L’esperienza parigina

Al 1946 risale una tappa fondamentale, per la sua formazione: compie un soggiorno a Parigi, dove può studiare da vicino le grandi opere dell’avanguardia. Visita lo studio di Costantin Brancusi (1876-1957) e di Alberto Giacometti (1901-1966) e stringe amicizia con Alberto Magnelli (1888-1971), uno dei maggiori rappresentanti italiani dell’astrattismo francese.

Rientrato a Roma, porta con sé la volontà di andare al di là di sentieri già battuti. Conoscere l’opera di Brancusi, per Pietro Consagra ha significato giungere al rifiuto dell’identificazione tra scultura e statuaria.

Inoltre, inizia a vedere l’arte e la scultura in particolare, come una possibilità di comunicazione etica, politica e sociale.

Forma 1

Nel 1947, insieme a Carla Accardi (1924-2014), Ugo Attardi (1923-2006), Piero Dorazio (1927-2005), Mino Guerrini (1927-1990), Achille Perilli (1927), Antonio Sanfilippo (1923-1980) e Giulio Turcato.

In esso, gli artisti, apertamente legati alla sinistra marxista, si dichiarano formalisti, promulgatori dell’astrattismo, come unico linguaggio in grado di operare un rinnovamento artistico, lontano dalla figurazione e da qualsiasi referenzialità.

Nel 1947, partecipa con i suoi compagni alla prima mostra di Forma 1 alla Galleria dell’Art Club di Roma. Pietro Consagra viene subito lodato da Prampolini, per il suo intento autonomo ed originale, in cui la scultura, liberatasi dalla sua tradizionale tridimensionalità e autoritarismo classicista, si riduce ad una dimensione più umana.

Così, nasce la necessità di una visione essenzialmente frontale, in cui lo spettatore può permettersi un colloquio con l’opera scultorea, ormai slegata da quella “aura” di centralità e di lontananza dall’osservatore.

È per questo che la scultura di Consagra assume un valore morale e civile, attraverso la congiunzione di piccoli piani che si sovrappongono ed interscambiano o la bruciatura di alcune parti, che creano un dialogo tra pieno e vuoto, e un ritmo coinvolgente.

Il successo mondiale

Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, partecipa a numerose esposizioni in tutto il mondo, a partire da diverse edizioni della Biennale di Venezia, per arrivare a quelle del Carnegie Institute di Pittsburgh e alla Documenta di Kassel.

Nel 1967 rimane per un anno negli Stati Uniti, chiamato ad insegnare scultura alla School of Arts di Minneapolis. Nello stesso frangente, partecipa alla mostra Sculpture from Twenty Countries al Guggenheim di New York.

Sono anni in cui riflette sulla Pop Art, sulle forme e sul colore, giungendo a formulazioni diverse da quelle degli anni precedenti, attraverso l’utilizzo di trasparenze e di cromatismi accesi che rendono la sua ricerca ancora più ambientale e bi-frontale.

Negli anni Settanta, le dimensioni della scultura di Pietro Consagra si fanno sempre più monumentali ed “abitabili”, anche grazie all’utilizzo del marmo, medium mai adottato prima. Nei due decenni successivi, si susseguono le personali e le retrospettive, tra cui quella alla Galleria Nazionale di Roma del 1989 e quella all’Ermitage di San Pietroburgo del 1991. Muore a Milano nel 2005, ad ottantacinque anni.

Pietro Consagra: la scultura frontale e il dialogo con lo spettatore

Pietro Consagra, sin dal suo esordio con Forma 1, si esprime attraverso il culto della superficie nella sua essenziale bidimensionalità che si inserisce nell’ambiente. È quello che accade con la serie dei Colloqui, realizzata tra il 1954 e il 1962.

Queste sculture in bronzo, presentate alla Biennale di Venezia, del 1954 e del 1956, dove ha una sala personale, vengono accompagnate dai Legni Bruciati. Le superfici ricche di asperità, e giochi di incastri e trasparenze, offrono il punto di vista frontale, per cui lo spettatore è inserito in una dimensione colloquiale.

L’artista, a questo proposito, scrive: «la frontalità è nata dentro di me come un’alternativa al totem, cioè alla scultura che doveva sorgere al centro di uno spazio ideale». Ecco che le pretese e le sovrastrutture createsi, nel corso dei secoli, attorno alla scultura, crollano in favore di un confronto agile e sicuro con lo spettatore.

Una doppia frontalità

Negli anni Sessanta, Pietro Consagra lavora sulla scultura colorata e bi-frontale dei Ferri trasparenti, meno rigidi dei Colloqui, aperti ancora di più allo spazio e alla dimensione dell’umanità, perché ruotano su loro stessi ed esprimono una doppia frontalità.

A questo punto, le sue sculture dialogano non solo con lo spettatore, a anche con l’ambiente, e giocano su diversi spessori, da quelli sottilissimi a quelli più consistenti degli Edifici frontali del 1968 e delle opere in marmo, o in legno, come l’ambiente da attraversare La Trama, realizzato per la Biennale del 1972.

Alla Biennale di Venezia del 1982 espone un Addossato in marmo, accompagnato da una musica di sessanta secondi, con strumenti altrettanto addossati gli uni agli altri. Gli Addossati sono composti da due facciate di colori diversi, che mostrano una bifrontalità opposta e che lascia intravedere anche le superfici interne, tra forme astratte e giocose, ombre e luci.

Dopo il terremoto del Belice, Pietro Consagra è tra gli artisti che partecipano alla riqualificazione e alla memoria di Gibellina, con l’imponente edificio Meeting, dalle forme sinuose e dai giochi di trasparenze tra vetri e ferro, percorribile da scale di forma organica.

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