Croatto Bruno

Bruno Croatto. Natura Morta. Tecnica: Olio su tela, 70 x 100 cm. Firmato in basso a sinistra “Bruno Croatto Roma 1945”
Natura Morta. Tecnica: Olio su tela. Firmato in basso a sinistra “Bruno Croatto Roma 1945”

Biografia

Bruno Croatto (Trieste, 1875-1948) si forma inizialmente nella sua città natale, al seguito del pittore di paesaggio Giuseppe Garzolini (1850-1938). Compiuti sedici anni, si trasferisce a Monaco di Baviera per completare la sua formazione presso l’Accademia di Belle Arti locale.
Qui è allievo del pittore tedesco Gabriel Von Hackl (1843-1926), ma si interessa soprattutto all’impressionismo e alla pittura del Quattrocento italiano e fiammingo.

Tra la pittura e l’incisione

Specializzato nei dipinti di figura, di paesaggio e nelle nature morte di fiori, rientra in Italia e dal 1897 inizia ad esporre presso la Biennale di Venezia. Sarà presente in questa rassegna per molti anni, fino al 1924. Mentre le prime opere, quelle eseguite fino agli anni Dieci, vengono realizzate ad olio o pastello, in seguito Bruno Croatto utilizzerà quasi esclusivamente l’acquaforte e l’acquatinta.

È nel 1908, quando compie un viaggio ad Orvieto, che Croatto si interessa all’incisione e comincia ad occuparsi di questa tecnica per il resto della sua vita.

Il trasferimento a Roma

Nel 1925, l’artista si trasferisce a Roma insieme alla moglie. A questo punto Bruno Croatto continua ad esporre in Italia e all’estero e tiene numerose personali.

Negli anni Trenta, ricomincia ad utilizzare l’olio, occupandosi soprattutto di ritratti e nature morte. A questo punto, affiora il Quattrocento di Antonello da Messina, in cui figure luminose e nitide emergono da sfondi neutri, caratterizzate una un’aura particolarissima, quasi misteriosa, di realismo magico. Mentre all’inizio era protagonista di una pittura pressoché impressionista, ora l’oggettività della realtà è la sua cifra principale.

I numerosi viaggi in tutta Italia, compiuti negli anni Trenta, gli permettono di studiare approfonditamente il Rinascimento. Così, come un pittore del Cinquecento, realizza ritratti classicisti, nelle pose e nel loro valore plastico, lucenti, a tratti smaltati. Gli sfondi chiari e neutri fanno emergere eleganti profili, eccezionalmente veristi e meticolosamente particolareggiati.

Lo stesso avviene per le nature morte, immerse in ambienti rarefatti, quasi surreali da quanto possono risultare asettici agli occhi dello spettatore. Una pittura levigata e un tratto netto che non lascia spazio a sfumature descrivono figure presenti e plastiche, come statue antiche.

Questo tipo di pittura piace al pubblico e alla critica: Bruno Croatto espone con successo fino agli anni Quaranta. Muore a Roma nel 1948.

Bruno Croatto: gli esordi impressionisti

Il contatto di Bruno Croatto con la Germania lo spinge ad impostare i primi dipinti nel solco dell’impressionismo tedesco. Max Liebreman (1847-1935), con i suoi paesaggi dal cromatismo cangiante e atmosferico, influenza molto la prima produzione di Bruno Croatto.

Accanto ai paesaggi, compaiono, però, immediatamente le nature morte e i dipinti di figura, con i quali Bruno Croatto si espime al meglio. Rientrato in Italia, nel 1897 partecipa alla Biennale di Venezia con L’eletta, in cui la pennellata risulta vibrante e ricca di contrasti cromatici.

L’incisione

Dopo il 1908 Bruno Croatto scopre l’incisione che diviene la sua tecnica prediletta. All’esposizione di Rimini del 1909 presenta cinque opere grafiche: Crepuscoli, La campana di Monte Castello, Un angolo silenzioso, Leggera ebbrezza e Toilette. Queste incisioni risultano caratterizzate da un segno delicato e sfumato, con un sentimento simbolico diffuso e sospeso.

Alla Biennale di Venezia del 1912 espone le due acqueforti Ponte della guerra e Campiello della guerra. A quella del 1914 l’incisione Narni e l’olio Natura morta. Continua fino agli anni Trenta ad alternare la prodizione incisoria a quella pittorica, esponendo opere come Venezia, Motivo biblico e Notturno.
Altre importanti acqueforti sono Salomè, Il calvario, I funerali di Attila, La regina di Saba, Il covo dei pirati, presentate alla Biennale del 1924.

I ritratti e le nature morte: una forte oggettività ai limiti del realismo magico

Ciò che caratterizza le opere di Bruno Croatto degli anni Trenta è una netta e profonda oggettività. I ritratti e le nature morte sono presentati con un segno quasi iperrealistico, in cui ogni piccola parte della composizione ha un suo valore cromatico e plastico particolare.

Così avviene per i dipinti presentati alla mostra del Sindacato laziale del 1930, Fanciulla romana, Limoni e Natura morta. Molte sono le opere profondamente veriste ed oggettive che compaiono alle mostre degli anni Trenta e Quaranta, che lo avvicinano alla Nuova Oggettività tedesca o agli italiani Moderni Pittori della Realtà. Tra di esse, l’importante personale alla Camera degli Artisti di Roma nel 1930 e quella a Parigi e Praga.

Su questa linea i dipinti Wanda Croatto Chersi, Rose, Donna in poltrona, Autoritratto nello studio, Ritratto di giovane donna in abito nero, Ritratto di Igea, Ritratto di Rodolfo Fogolin, alcuni di essi conservati nel Museo Revoltella di Trieste.

Spesso, l’accostamento del colore, per Bruno Croatto, è un esercizio di stile: avvicinare il nero al rosso significa creare una magia cromatica, rappresentare un’ampolla o un vaso, trasmetterne la lucidità, la sensazione materiale.

Come un pittore del Seicento, la natura morta viene analizzata in ogni suo piccolo particolare. Dal fiore appassito, all’acqua che brilla nel vaso, alla perla al collo di una donna, sapientemente illuminata da una luce improvvisa e guizzante.

Il realismo misterioso e magico che emerge da alcune composizioni statiche e solenni riporta la maestosità di Bruno Croatto ai maestri del Rinascimento, e al contatto diretto con la natura, studiata e osservata in modo meticoloso.

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