D’Antino Nicola

Nicola D’Antino. Donna Seduta (dettaglio). Tecnica: Bronzo. 23 cm
Donna Seduta (dettaglio). Tecnica: Bronzo

Biografia

Nicola D’Antino (Caramanico, 1880 – Roma, 1966), nato da un’umile famiglia di un paesino dell’entroterra pescarese, D’Antino viene subito avviato alla pratica artistica. Ha una guida d’eccezione, il pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti (1851-1929), che era solito soggiornare a Caramanico.

Il maestro lo introduce al disegno e allo studio del vero, suggerendogli di continuare con la pratica scultorea. La vicinanza a Michetti gli permette di entrare ben presto nel Cenacolo che si riunisce nel suo Conventino di Francavilla al Mare.

È così che conosce le più grandi personalità intellettuali del tempo, tra cui Gabriele D’Annunzio, che, insieme a Michetti lo incoraggia a trasferirsi a Roma per perfezionarsi.

Il perfezionamento a Roma e Napoli

Ascoltando i suggerimenti dei suoi amici e maestri, Nicola D’Antino, ad appena diciotto anni, si trasferisce a Roma, dove continua a studiare sotto l’ala di Ettore Ximenes (1855-1926). In un secondo momento, si sposta a Napoli per studiare presso l’Accademia delle Belle Arti.

Vi segue le lezioni di Achille D’Orsi (1845-1929) ed entra in stretto contatto con Vincenzo Gemito (1852-1929) Antonio Mancini (1852-1930). Naturalmente, in questi anni, assimila la lezione verista della scuola napoletana, per poi abbandonarla al suo rientro a Roma.

L’ambiente secessionista

Nel 1906 torna definitivamente a Roma e il suo stile viene gradualmente permeato dalle linee Liberty, frequentando gli ambienti di Villa Strohl-Fern. Si avvicina inoltre ad Aleardo Terzi (1870-1943) e soprattutto a Duilio Cambellotti (1876-1960).

A questo punto, D’Antino sviluppa un suo linguaggio, tutto legato alla linea decorativa Liberty, realizzando figure soprattutto femminili, slanciate, sinuose e sottili.

Comincia così a partecipare alle prime esposizioni romane, fino alle mostre della Secessione romana. Prenderà poi parte a diverse Biennali veneziane e alle Quadriennali romane.

La ricerca di derivazione secessionista investe le sue espressive e decorative figure femminili, ritratte impegnate in articolati passi di danza o in posizioni particolari.

In tal modo, il corpo filiforme viene descritto nella sua spigolosità e flessuosità, garantendo a D’Antino un grande successo di critica e di pubblico.

Negli anni Trenta, viene coinvolto in alcune committenze di regime, per cui le sue evanescenti figure si trasformano in possenti presenze plastiche per il Foro Italico di Roma. Tra gli anni Quaranta e Cinquanta, si dedica per un periodo alla pittura e le sue partecipazioni alle esposizioni si fanno più rade. Muore a Roma nel 1966.

Gli esordi veristi: tra Michetti e Gemito

Dopo la formazione abruzzese sotto la guida di Michetti, Nicola D’Antino è pronto per approfondire la sua formazione a Roma. Continua a studiare con Ximenes, per poi trasferirsi a Napoli ed entrare pienamente nel clima verista partenopeo. Si avvicina dunque al realismo di Achille D’Orsi, ma anche all’ispirazione rinascimentale di Gemito.

È in questo modo che la prima produzione di D’Antino risulta profondamente legata al verismo di fine Ottocento. Questa circostanza lo caratterizza fino al suo rientro a Roma nel 1906, quando partecipa alla mostra degli Amatori e Cultori di Belle Arti.

Vi presenta le opere veriste realizzate fino a quel momento, ma subito dopo il suo linguaggio si arricchirà di elementi liberty e secessionisti, che caratterizzeranno la sua maturazione.

Nicola D’Antino: la scultura secessionista

Ben presto, linee decorative su corpi femminili estremamente allungati e caratterizzati da posture ardite e sognanti, compaiono nelle opere di Nicola D’Antino. Nel 1911, presso l’Esposizione Internazionale di Roma, presenta Signora, mentre alla Biennale di Venezia del 1912 Adolescente.

Già con questa delicata figurina nuda, si destreggia sapientemente tra il realismo del corpo e la grazia ideale della posa incerta. Lo sguardo dell’osservatore indugia sul trattamento della pettinatura, già foriera del decorativismo successivo.

Nel 1913, tutta la sua maturazione viene alla luce alla prima Mostra della Secessione romana in cui espone Il grappolo, L’offerta e un Ritratto. Partecipa poi alla seconda Mostra del 1914 con Civetta, Ritratto della signorina Scimonelli e con due Danzatrici. Queste ultime sorridono perfettamente al linguaggio della Secessione, incontrando subito il favore della critica.

Lo stesso vale per le opere presentate alla Biennale di Venezia dello stesso anno: tra di esse, la bellissima femme fatale Rirì, con un seducente caschetto e un corpo slanciato, memore delle pose asciutte e scarne della Secessione viennese.Insieme a questa scultura, D’Antino presenta un Ritratto Fanciulla.

Filiformi e muliebri statuette decorative

Alla terza mostra della Secessione romana espone ben undici opere, tra cui Danza serpentina, Vera Vergani Podrecca, La fanciulla nuda, La chioma e Gemma De Aloisio. Ancora su questa scia di gusto decorativo, alla Biennale di Venezia del 1920 presenta quattro fanciulle in diverse pose.

Fanciulla con anfora, Fanciulla con levriere, Fanciulla con coppa e Fanciulla che ride rispettano ancora una volta quella spigolosità che appare allo stesso tempo flessuosa, nelle figure snelle e alte di giovani donne.

Il culmine di questa espressione emerge dalla personale dell’artista presso la Galleria Pesaro di Milano, del 1921. Vi espone una ventina di opere, tutte femminili, tra cui Donna moderna, Fanciulla con cappellino, Risveglio e l’affascinante Primavera.

La ricerca condotta da Nicola D’Antino sul corpo nudo femminile che si espande nello spazio attorno a sé lo accomuna alle coeve indagini di scultori come Giovanni Prini (1887-1958) e Attilio Selva (1888-1970).

Ma le sue donne risultano più che aggraziate, seducenti e desideranti, come quelle presentate alla Fiorentina Primaverile del 1922. Fanciulla al mare, Adolescente e Madonna vengono seguite poi da Fanciulla d’Abruzzo della Biennale del 1924.

La scultura monumentale

A cominciare dagli anni Venti, ma poi soprattutto nei Trenta, Nicola D’Antino, mette al servizio del regime, come molti altri artisti, la sua creatività. Nelle sculture ufficiali e monumentali, il suo stile si fa più possente e classico.

Per L’Aquila realizza il Monumento ai Caduti nel 1926 e altri monumenti come la Fontana Luminosa, nel 1935. Realizza poi le statue bronzee per il Ponte Littorio di Pescara, oggi andate perdute.

Dagli anni Trenta espone anche le sue opere grafiche e pittoriche, in particolar modo nella Mostra del Sindacato fascista del Lazio, del 1932. Si dedica soprattutto a nudi e paesaggi, per poi tornare alla scultura negli ultimi anni.

Alla terza Quadriennale di Roma del 1939 espone due bronzi dorati: Eva adolescente e Danzatrice. Tra il 1938 e il 1940 si dedicherà poi alla realizzazione dei ritratti bronzei di Michetti e di D’Annunzio, suoi primi maestri e fraterni amici.

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