Arturo Dazzi

Arturo Dazzi. I Costruttori. Scultura in bronzo
I Costruttori. Scultura in bronzo

Biografia

Arturo Dazzi (Carrara, 1881 – Forte dei Marmi, 1966), quando rimane orfano di padre, proprietario di una cava di marmo, inizia a fare pratica nella bottega dello zio scalpellino a Carrara: questo è il primo e precocissimo approccio del ragazzo alla scultura.

In seguito, viste le sue innate doti di modellatore, viene incoraggiato ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti di Carrara. Vi entra nel 1892, come allievo dello scultore messinese Lio Gangeri (1845-1913). Naturalmente, si specializza subito nella lavorazione del marmo, guardando soprattutto alla scultura antica e rinascimentale.

Allo stesso tempo, però, Arturo Dazzi affianca allo studio classico delle anatomie anche una fedele attenzione alla realtà, che mette in campo soprattutto nella realizzazione di soggetti legati alla questione sociale e al mondo del lavoro: le sue prime figure sono quasi sempre rappresentazioni dello sforzo fisico.

Il trasferimento a Roma

Diplomatosi nel 1899, nel 1904 vince il pensionato triennale a Roma, dove continua la sua produzione dedicata al mondo del lavoro umano e all’esaltazione del corpo durante la fatica muscolare, che danno un tono drammatico a tutte le sue prime opere.

Ma nel fervente clima della Capitale, Arturo Dazzi, dopo aver vinto il concorso del 1909, partecipa alla decorazione del fregio dell’Altare della Patria.

Poco dopo, esegue anche una figura per il Palazzo di Giustizia, attirando ben presto il favore della critica che ne apprezza la naturale propensione ad unire elementi classici a tensioni veramente moderne ed innovative nel modellato.

Dopo questa prima esperienza romana, lo scultore inizia a ricevere una lunga serie di committenze private e pubbliche, grazie alle quali riesce ancora una volta a lavorare sulla resa drammatica della figura umana.

All’inizio degli anni Dieci, inizia ad assorbire l’influenza delle istanze secessioniste e liberty, che riesce comunque a coniugare con l’ispirazione classica, che rimane sempre presente come sostrato attivo nell’opera dello scultore carrarese. Partecipa alla sua prima Biennale di Venezia nel 1912, per poi essere presente alle mostre della Secessione romana.

Il primo dopoguerra: tra esposizioni e monumenti

Nel dopoguerra, Arturo Dazzi continua ad esporre alle Biennali, ma anche alle Quadriennali di Roma. In questa fase, però, risulta fondamentale il suo ruolo nell’esecuzione di numerosi monumenti celebrativi e pubblici.

Naturalmente, già orientato da sempre verso un classicismo puro e austero, lo scultore accoglie a pieno la volontà plastica di ritorno all’ordine del gruppo Novecento, con cui espone nel 1926.

Lontano ormai dal decorativismo secessionista, applica alle sue figure una semplificazione di matrice arcaizzante che lo porta a dare vita ad una strettissima collaborazione con l’architetto Marcello Piacentini (1881-1960).

I suoi monumenti ai caduti degli anni Venti sono sparsi in tutta Italia, da Ancona a Crema a Fabriano a Genova. Ora, il suo solenne e austero monumentalismo si fa ancora più marcato, in accordo con le istanze celebrative e fortemente retoriche del fascismo. Al contrario, nelle opere private, utilizza un tono più intimo e raffinato, lontano da qualsiasi intento grandioso o imponente.

Gli ultimi decenni

Tra gli anni Venti e Trenta, Arturo Dazzi si dedica frequentemente anche alla scultura animalier che tratta con sincero naturalismo degli atteggiamenti, delle anatomie e delle pose.

Tra le ultime imprese dello scultore vi è la realizzazione, su commissione di Mussolini stesso, di una stele celebrativa dedicata a Guglielmo Marconi, per l’E42. Ma forse le pressioni esterne e l’interruzione dovuta alla guerra lo portano a distruggere tutti i bozzetti in gesso eseguiti fino agli anni Cinquanta.

A questo punto, incaricato direttamente dalla famiglia Marconi, l’artista riesce a completare l’opera nel 1957, creando un efficace fregio celebrativo e simbolico della comunicazione in tutte le sue forme.

Negli ultimi anni, Arturo Dazzi si ritira nella sua casa di Forte dei Marmi, dove continua a dedicarsi alla scultura, seppur con meno vigore. Vi muore nel 1966, ad ottantacinque anni.

Arturo Dazzi: dalla scultura classica alla Secessione

Il ritorno ai valori della scultura classica sono sin da subito un riferimento fondamentale nella produzione di Arturo Dazzi. Ma importante è anche la sobria solennità del Rinascimento toscano, che rappresenta per lo scultore un modello sempre attivo a cui guardare, come dimostra una delle sue prime opere degli anni Novanta, il bassorilievo che rappresenta le Visite di Andrea Pisano alle cave di Carrara.

Invece, le sculture ascrivibili alla tematica del lavoro umano e dello sforzo fisico risalgono ai primi anni del Novecento e sono frutto di uno studio dei lavori dello scultore francese Costantin Meunier (1831-1905).

A questo filone si possono rimandare diverse opere, tra cui i Lavoratori delle Alpi Apuane e Gli eroi del mare, con cui ottiene il pensionato a Roma, durante il quale esegue sculture dallo stesso sapore come I costruttori.

Nel 1906, partecipa all’Esposizione di Milano per il Traforo del Sempione, presentandovi il gruppo in gesso Alla porta dell’ospedale. Dopodiché si occupa del fregio del Vittoriano e della statua del Cardinal De Luca per il Palazzo di Giustizia a Roma.

Quando nel 1912 Arturo Dazzi prende parte alla sua prima Biennale veneziana, già esprime a pieno la tendenza secessionista nella resa allungata delle forme e soprattutto in un decorativismo elegante che porterà avanti solo per alcuni anni, come una breve parentesi. Le opere esposte sono Ritratto della signorina Adriana Ceci e Cristo.

Superfici levigate e tratto scultoreo intimo, vero, ma anche profondamente estetizzante sono alla base delle opere esposte alle Secessioni romane: Ritratto della signora Borgese del 1914, Fontana, Sensazione, La vergine, La nonna e Vitellino del 1915 e Nudo, Profughi, Sant’Agnese, Ritratto di Ferdinando Martini del 1916.

Nel frattempo, alla Biennale del 1914, compare il raffinatissimo ritratto liberty della Contessina Mary Jeanne De Bertaux, con cui vince anche la medaglia d’oro all’Esposizione di San Francisco. Qualche tratto ancora riferibile alla poetica della secessione si riscontra nella Serafina della Biennale del 1920.

Il ritorno all’ordine: un monumentalismo austero e celebrativo

Anche se nelle sculture di committenza privata Arturo Dazzi mantiene quell’eleganza sobria ed intima, come avviene nella scultura Antonella con l’arancia o nelle sculture animalier come Vitellino, Cane lupo, Sogno di bambina e La madre marchigiana della Biennale del 1926, nelle opere monumentali ed ufficiali si fa interprete di una retorica celebrativa che rende dure e imponenti le sue opere.

È il caso del Monumento al ferroviere della Fiorentina Primaverile del 1922, ma anche dei numerosi monumenti ai caduti che esegue negli anni Venti. Al contrario un afflato di esile leggerezza traspare dal Cavallino della Biennale del 1928 e dalla Bambina al mare della Quadriennale del 1931 e dall’Adolescente in cera della Quadriennale del 1935.

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