Romolo Del Bò

Romolo Del Bò. Danzatori. Scultura in marmo
Danzatori. Scultura in marmo

Biografia

Romolo Del Bò (Pavia, 1870 – Milano, 1936), dimostrata una forte propensione al disegno e al modellato sin dalla tenera età, viene mandato a svolgere il mestiere di scalpellino nella bottega di uno scultore pavese. Notate le sue doti, viene incoraggiato a trasferirsi a Milano per ampliare la sua formazione.

Intorno ai vent’anni, entra all’Accademia di Brera, dove studia con Francesco Barzaghi (1839-1892). Esordisce nel 1891 proprio a Brera, iniziando un’attività espositiva regolare che si svolgerà non solo a Milano, ma anche e soprattutto alla Biennale di Venezia.

Il perfezionamento a Parigi 

Sin dalle prime opere, si nota nel giovane Romolo Del Bò una spiccata tendenza alla semplificazione dei piani e ad un formalismo sintetico, in cui figure allungate e coinvolte da una forte tensione spirituale, inizialmente sono ancora legate ad un impianto verista e al tema della questione sociale, mentre in seguito sembrano derivare dal Simbolismo di Adolfo Wildt (1868-1931).

Questo linguaggio di matrice secessionista viene approfondito ancora di più dallo scultore pavese con un viaggio a Parigi all’inizio degli anni Novanta. Le sue figure filiformi ed aggraziate rappresentano l’unione tra alcune reminiscenze del verismo lombardo tardo ottocentesco e le nuove tendenze in cui si assiste alla sintesi formale e all’elaborazione emotiva.

Il successo alle Biennali veneziane

Nel 1899 espone per la prima volta alla Biennale di Venezia, per poi tornarvi ripetutamente fino al 1928. Se per tutti gli anni Dieci si rafforza quell’assimilazione alle tematiche e allo stile simbolista di Wildt, negli anni Venti, Romolo Del Bò inaugura una maggiore chiarezza formale che si accompagna all’avvento del ritorno all’ordine.

Espone con Novecento nel 1926, pur non entrando ufficialmente a far parte del gruppo di Margherita Sarfatti. L’armonia delle superfici, i delicati passaggi chiaroscurali, la freschezza dei temi e la pura tensione quasi ascetica ed incorporea, che fa sempre da sostrato alle sue opere, caratterizzano la sua produzione fino agli ultimi anni. Espone fino all’inizio degli anni Trenta e muore a Milano nel 1936, a sessantasei anni.

Romolo Del Bò: formalismo sintetico e tensione spirituale

L’esordio di Romolo Del Bò avviene a Brera nel 1894, occasione in cui espone La vedova del minatore, opera che segna l’inizio della sua carriera e che coniuga sapientemente il riferimento alla questione sociale ad una elaborazione emotiva e personale, che si ritrova nelle opere coeve Contadina stanca e Donna che si pettina.

Questa tensione spirituale legata al problema del lavoro ritorna nella drammatica opera esposta alla Mostra Nazionale di Torino del 1898, Lavoratore della terra morto. Alla Biennale di Venezia del 1899 espone un Cristo morto, fortemente carico di tensione tragica.

Nel 1906, prende parte alla Mostra di Milano per il Traforo del Sempione, con La vedova, La bellezza dell’amore e L’immortalità, opera che gli farà ottenere la medaglia all’Esposizione di Monaco del 1912.

Nel segno del Simbolismo

La piena adesione agli stilemi del Simbolismo di matrice secessionista si verifica a partire dalla Biennale del 1907, in cui presenta le significative opere Melodia e Madre, e si rafforza con Silente della Biennale del 1909 e con Enigma del 1910.

L’anno successivo, Romolo Del Bò è alla Mostra Internazionale di Roma con l’opera La notte, personificazione suggestiva che gli garantisce un grande successo di critica e di pubblico. Per tutti gli anni Dieci, lo scultore continua sulla linea del Simbolismo, attraverso la gestione di linee semplificate, armoniose e levigate, come si nota nella Venere esposta alla Biennale del 1912 e dalle sculture Elevazione e Primavera grigia della successiva edizione del 1914.

Dopo l’interruzione dovuta al Primo conflitto, lo scultore riprende ad esporre alla Biennale del 1920 con una rinnovata attenzione alla purificazione delicata delle superfici, che ben si legge in Giovinezza e Allo specchio, ma anche e soprattutto nei Danzatori della Biennale del 1922.

La chiara e genuina personificazione dell’Aurora, candida nei sereni e leggerissimi passaggi dei piani, compare insieme all’Elegia alla Biennale del 1924. Due anni dopo presenta il pulito bassorilievo Ecloga, in cui si fa sempre più forte l’esigenza della semplificazione formale, con poche linee definiscono la scena virgiliana.

Alla sua ultima Biennale del 1928, Romolo Del Bò espone Mistero, mentre alla rassegna Artisti Italiani Contemporanei del 1929 alla Galleria Pesaro presenta la sua iconica Venere Dormiente, che, oltre a riproporre stilemi classici, continua sulla linea dei tenui e rarefatti chiaroscuri che definiscono la figura evanescente della dea.

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