Di Chirico Giacomo

Giacomo Di Chirico. Lo sposalizio - Tecnica: Olio su tela
Lo sposalizio. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Giacomo Di Chirico (Venosa 1844 – Napoli 1883) viene introdotto al disegno dal fratello scultore Nicola. Nel 1865 si sposta a Napoli dove può iscriversi all’Accademia di Belle Arti, grazie ad una sovvenzione pensionistica del comune di Venosa. Contemporaneamente, alla formazione accademica, affianca la frequentazione dello studio di Tommaso De Vivo (1790-1884).

Nel 1868 parte per un soggiorno di studio a Roma e vi rimane tre anni. Al ritorno a Napoli, apre uno studio e contemporaneamente entra in contatto con Filippo Palizzi (1818-1899) e soprattutto con Domenico Morelli (1826-1901).

Rimane attratto dalla sua particolare trattazione verista della pittura di storia, così gli esordi di Di Chirico, nel 1869, avvengono nel solco del maestro.
Solamente pochi anni più tardi, si separa gradualmente dall’indirizzo storico, per dedicarsi alla pittura di genere.

Ritorna quindi a Venosa in Basilicata, sua terra d’origine, per trarre ispirazione dalle sue usanze tradizionali.
Il folklore, i colori lucani, i gesti della quotidianità popolare e contadina diventano i suoi soggetti prediletti. Intorno alla metà degli anni Settanta si afferma a livello nazionale, con i primi premi e soprattutto con le prime vendite.

L’incontro con Goupil

Nel 1876 Giacomo Di Chirico giunge a Napoli Adolphe Goupil e grazie a lui riesce ad entrare nel mercato europeo. Solamente due anni prima era scomparso prematuramente Mariano Fortuny (1838-1874) che aveva lasciato sia a Roma che a Napoli le profonde tracce del suo passaggio.
La luce dei colori chiari, la pennellata virtuosistica, lo sfarfallio luministico e cromatico senza precedenti.

La memoria dell’artista catalano rimarrà per lungo tempo, soprattutto nelle menti e nelle tele di artisti come Francesco Paolo Michetti (1851-1929), Antonio Mancini (1852-1930), Eduardo Dalbono (1841-1915) e anche Giacomo Di Chirico. All’Esposizione napoletana del 1877 viene proprio alla luce questo lascito fortuniano, soprattutto nei dipinti folklorici di Michetti e Di Chirico.

Nel 1877 l’artista viene nominato professore onorario al Real Istituto di Belle Arti di Napoli. All’inizio degli anni Ottanta alla sua tradizionale produzione si affianca quella della ritrattistica.

Purtroppo, nello stesso periodo viene colto da una malattia reumatica che lo porterà alla pazzia e poi alla morte nel 1883.
Nel 1885 il pittore Rubens Santoro (1859-1942) organizzerà una sua retrospettiva a Napoli, in segno di riconoscimento della sua carriera pittorica terminata troppo presto.

Gli esordi nel solco della pittura di storia

Inizialmente Giacomo Di Chirico, avvezzo ai soggetti storici, biblici, allegorici, ma anche di gusto aneddotico del so maestro De Vivo, esordisce nel solco della pittura di storia. A questo orientamento contribuisce anche la frequentazione di Domenico Morelli.

Dunque, alla sua prima Promotrice napoletana del 1869 espone il dipinto di storia Mario Pagano, mentre l’esecrabile Giudice Speciale, dopo avergli letta la sentenza di morte, lo insulta con parole e sorriso di scherno.
L’opera, insieme a Buoso da Duera, soggetto dantesco del 1874 e a Orazio Flacco rappresenta la prima fase di Di Chirico legata alla formazione accademica e romantica.

Giacomo Di Chirico. Il genere folklorico

Nel 1873, forse influenzato anche dal realismo palizziano, espone Studio dal vero, dipinto che segna il definitivo distacco dalla pittura storica.
Si avvicina gradualmente alla pittura di genere, dedicandosi in particolare al costume lucano.
L’artista infatti, originario di Venosa, vi fa ritorno per studiare attentamente gli usi, i costumi, le feste tradizionali della sua terra.

Forse è spinto dall’esperienza fortuniana della pittura di costume. Non dimentichiamo che solamente nel 1870 il pittore catalano aveva esposto alla Maison Goupil e venduto con successo La vicaria, dipinto costumbrista.

Uno sposalizio (costume di Basilicata)

Così, tramite una grande ricchezza di particolari che rivelano attentamente le tradizioni folkloriche della Basilicata, Giacomo Di Chirico, all’Esposizione napoletana del ’77, presenta Uno sposalizio (costume di Basilicata).


Il dipinto, immediatamente acquistato da Goupil è stato poi messo a confronto con il protagonista della mostra, La processione del Corpus Domini di Michetti.
Mentre in Michetti il fortunismo si rivela rielaborato sapientemente in profondità, in Di Chirico è più un richiamo esteriore.

L’esattezza dei dettagli e del vero viene sostanzialmente resa più digeribile dal luminoso cromatismo alla Fortuny.
Tra l’altro il dipinto, in quell’occasione, viene prontamente criticato dal detrattore Adriano Cecioni (1836-1886), che lo giudica commerciale e urtante.

Nonostante ciò, Giacomo Di Chirico, avvezzo ai soggetti storici, biblici, allegorici, ma anche di gusto aneddotico del so maestro De Vivo, esordisce nel solco della pittura di storia. ottiene un premio d’onore dalla giuria della mostra e due medaglie d’oro dal Municipio di Venosa e dalla Provincia della Basilicata.

In più viene insignito della croce di cavaliere della Corona d’Italia. Il dipinto è stato poi esposto a Parigi nel 1877, a Vienna nel 1879 e a Monaco nel 1882. Altre opere appartenenti a questo filone sono Nudo, Pifferaio, Un vecchio mendicante, Uscita dalla chiesa, Pastorelli d’Abruzzo, Dammi la mano, mamma, Alla messa e Processione d’inverno.

L’incursione nel ritratto

Dagli anni Ottanta Giacomo Di Chirico comincia a dedicarsi anche al genere del ritratto, pervadendolo sempre di quel suo classico amore per la minuziosa resa del vero.
I ritratti che si ricordano maggiormente sono quello del Commendator Annibale Sacco conservato a Capodimonte, quello di Lutio Maranda, del pittore Gaetano Capone.

Uno dei ritratti più importanti è quello commissionato dal Duca d’Aosta con la sua famiglia. Era infatti un appassionato collezionista di Giacomo Di Chirico, avvezzo ai soggetti storici, biblici, allegorici, ma anche di gusto aneddotico del suo maestro De Vivo, esordisce nel solco della pittura di storia. e già proprietario di una decina di dipinti dell’artista, acquistati all’esposizione torinese del 1880.

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