Di Cocco Francesco

Francesco Di Cocco. Bagnanti. Tecnica: Olio su tela, 129 x 103 cm
Bagnanti. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Francesco Di Cocco (Roma, 1900-1989) si appassiona all’arte sin dagli anni della frequentazione di un istituto tecnico romano. Nel 1917, dopo il diploma, frequenta per un solo anno l’Accademia di Belle Arti di Roma, dove ha come insegnante Duilio Cambellotti (1876-1960).

La sua prima fase artistica è sicuramente da inserire all’interno del Futurismo romano, tra il 1917 e il 1919. Dopo circa tre anni di pausa dalla pittura, Francesco di Cocco entra pienamente nell’atmosfera del ritorno all’ordine.

Inizialmente, sembra ispirarsi anche alla Metafisica dechirichiana, ma, in un secondo momento, i suoi principali riferimenti estetici sono da trovare nella pittura tonale del Cinquecento veneto e in Rembrandt, filtrati sicuramente dall’esperienza impressionista di Armando Spadini (1883-1925).

La mostra alla Pensione Dinesen

Espone alle Biennali romane degli anni Venti e soprattutto alla Mostra di Novecento a Milano del 1926. Ma il vero punto di svolta per l’artista giunge nel maggio del 1927, quando espone alla Pensione Dinesen a Roma, insieme a Giuseppe Capogrossi (1900-1972) e ad Emanuele Cavalli (1904-1981).

Una forte amicizia lega i tre artisti, che condividono lo stesso studio in via Marianna Dionigi in Prati, ma soprattutto un’idea di ritorno all’ordine ormai lontana da quella di Novecento e Valori Plastici.

In particolare, Francesco Di Cocco adotta lo spazio rinascimentale, ma lo dota di deformazioni quasi antinaturalistiche, anticipatrici degli espressionismi della futura Scuola romana di Scipione (1904-1933) e di Mario Mafai (1902-1965). Il solido classicismo dei pittori degli anni Venti si attenua e il ritorno all’ordine è più ispirato al primitivismo che all’armonia delle forme.

Tra Villa Strohl-Fern e Parigi

Sempre nel 1927, l’artista prende uno studio in Villa Strohl-Fern, mentre l’anno successivo si reca a Parigi insieme a Cavalli, raggiungendo Fausto Pirandello (1899-1975) e Capogrossi. In questo periodo parigino, condivide lo studio con Emanuele Cavalli ed espone con gli altri il ciclo dei Divertimenti, dipinti onirici e deformati, poi andati distrutti, in casa della contessa Castellazzi-Bovy.

Ma al contrario dei suoi compagni, non evolverà la sua ricerca in senso tonale. Gli sviluppi di Francesco Di Cocco riguardano soprattutto una tendenza alla pittura contemplativa, quasi metafisica, in cui gli ambienti risultano silenziosi e le figure calibrate, a tratti sospese in espressioni vaghe e fluttuanti.

Dagli anni Trenta e Quaranta inizia un periodo molto intenso di mostre, tra cui le Quadriennali romane, la Biennale di Venezia del 1932 e la Triennale di Milano del 1933, 1936 e 1954. Continua a dipingere soggetti dedicati alla serenità familiare, pieni di figure solenni fatte di un cromatismo flebile e delicato.

Gli Stati Uniti

Durante gli anni della Seconda guerra mondiale, si oppone al fascismo e alle leggi razziali. Non riesce a rimanere in Italia, quindi parte per l’America. Prima per presenziare alla sua personale newyorkese presso la Comet Art Gallery nel 1938 e poi per trasferirsi in Messico e successivamente in California per circa trent’anni.

Dopo un periodo di surrealismo e metamorfismo, passato in Messico, Francesco Di Cocco si rivolge ad un linguaggio fantastico e visionario, in linea con l’Espressionismo astratto e l’Action Painting americane degli anni Cinquanta.

Dagli anni Sessanta, invece, entra in contatto con i rappresentanti del Minimalismo e si dedica a sculture in alluminio che rappresentano la sua ultimissima fase artistica. Nel 1968 rientra a Roma dopo un lunghissimo periodo in America. Negli ultimi tempi rielabora gli allumini inserendovi accensioni cromatiche astratte. Muore a Roma ad ottantanove anni.

Francesco Di Cocco: dal Futurismo al primitivismo del ritorno all’ordine

Come premesso, Francesco Di Cocco esordisce con alcuni dipinti di stampo futurista. La prima opera di questo genere è il collage I rumori, a metà tra il Cubismo e il Futurismo, risultato degli spettacoli visti al Teatro Costanzi.

Appartengono a questa prima fase anche i pastelli su carta Rondini in volo e Albero e luce del 1919. Ma all’inizio degli anni Venti, l’artista abbandona i dinamismi dell’avanguardia per concedersi ad una pittura ispirata al Rinascimento, in particolare a quello veneto. Le balie, comparso alla Biennale di Roma del 1925, rivisita a pieno i volumi e le ambientazioni di un dipinto del tonalismo veneto del Cinquecento.

Così come La Madonnina, profondamente ispirato alle tonalità e alle atmosfere giorgionesche, se non fosse per la reinterpretazione della figura umana, moderna e tornita. Nell’Autoritratto, invece, ricalca i modi del Seicento fiammingo, in particolare di Rembrandt.

L’ispirazione dall’antico

Nel 1927, alla pensione Dinesen, sembra aver abbandonato le prime asprezze, acquisendo ormai un linguaggio personalissimo, fatto di figure disposte in ordinate composizioni di carattere euritmico e sicuramente denotate da un’aura di primitivismo giottesco che richiama anche le opere di Capogrossi.

Ne è un valido esempio L’arca di Noè del 1926. Ma anche i dipinti esposti alla Mostra Sindacale del Lazio del 1929, in cui presenta Studio, Lavandaie, La passeggiata, I tre alberi, La ragazza e l’arancio, Paesaggio e Riposo, più una serie di nove disegni.

L’anno successivo vi espone, invece, Natura morta, Figure e paese e La bagnante. Nel 1931, prende parte alla I Quadriennale romana con tre dipinti, tra cui Bagnanti, che stanno a metà tra la rielaborazione dello spazio di Piero della Francesca e personali riferimenti alla contemporaneità.

Riposo e Vita serena compaiono alla Biennale del 1932, opere armoniche ma allo stesso tempo manieriste, anticipatrici degli sviluppi della Scuola romana. Nello stesso anno, con trenta opere, partecipa alla personale presso la Sindacale laziale.

Tra esse compaiono dipinti onirici ed ironici, sempre velati da una certa sensazione di enigma in sospeso: Paggio, Annunciazione, Divertimento, Mongolfiera, Elefante, Studio all’antica, Donna alla fontana, La bella e la bestia, Marina, Gli orsi, Figura e Madonna.

Nel 1935 partecipa alla sua ultima mostra italiana prima della partenza per l’America, la Quadriennale di Roma, in cui presenta Ritratto del maestro Castelnuovo e della sua famiglia.

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