Marianna Dionigi

Marianna Dionigi. Paesaggio presso l’Aniene. Tecnica: Olio su tela
Paesaggio presso l’Aniene. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Marianna Dionigi (Roma, 1756 – Lanuvio, 1826), nata Candidi, è figlia di un medico proveniente dall’aristocrazia romana. Sin da bambina, viene cresciuta in un ambiente culturale molto fertile: studia musica ed impara a suonare l’arpa e il clavicembalo.

È anche fortemente affascinata dal mondo classico, per cui studia il greco e il latino e si avvicina all’archeologia e all’epigrafia, erede del pensiero neoclassico di Winckelmann.

Sotto la guida di Carlo Labruzzi (1748-1817), Marianna Dionigi inizia a studiare pittura, avvicinandosi in particolare al paesaggio, in seno all’Accademia dell’Arcadia. Molto precocemente, a soli quindici anni, la giovane sposa il giureconsulto Domenico Dionigi, appartenente ad una famiglia aristocratica di origini ferraresi.

Il salotto culturale nella dimora di via del Corso

Dagli anni Settanta del Settecento, la coppia, nel suo sontuoso appartamento in via del Corso, anima l’ambiente culturale romano di ambito illuministico e neoclassico. Nel loro salotto, Marianna e Domenico ospitano importanti personalità dell’arte e della letteratura, come Antonio Canova (1757-1822), Vincenzo Monti, Giacomo Leopardi, Percy Bysshe Shelley, Giuseppe Valadier e soprattutto l’archeologo Ennio Quirino Visconti.

La pittura di paesaggio e la ricerca archeologica sono le due attività che riempiono la vita di Marianna Dionigi e in qualche modo si sposano alla perfezione nei suoi dipinti di paesaggio.

Agile e instancabile viaggiatrice, conoscitrice di lingue e culture, ama profondamente la campagna laziale e tutti i piccoli paesi che circondano Roma e che durante il Settecento e l’Ottocento divengono tappe fondamentali del Grand Tour.

Un viaggio pittorico nel Lazio

Nel 1808 viene nominata Accademica di San Luca, dove nello stesso anno presenta il suo trattatello Precetti elementari sulla pittura de’ paesi, che ci mostra il suo approccio teorico con la pittura di paesaggio, ma anche il suo rapporto con le rovine e i siti archeologici, interessi che ritornano poi nel suo secondo scritto, pubblicato nel 1812, il Viaggio compiuto in alcune città del Lazio che diconsi fondate dal re Saturno.

Quest’opera, scritta in forma epistolare ed accompagnata da incisioni tratte con precisione dai luoghi visitati è una sorta di “viaggio pittorico” in cui Marianna Dionigi mostra le città del Lazio è cui è principalmente legato il suo nome di artista: Ferentino, Lanuvio, Anagni, Arpino, Alatri.

Disegni e studi da cui poi trae i numerosi dipinti dedicati a queste piccole cittadine, in cui si notano i sia la sua vocazione verso una minuziosa descrizione architettonica e archeologica che i suoi interessi naturalistici.

La sua pittura di paesaggio si accorda alla perfezione al gusto classico che le proviene dall’osservazione di Lorrain e Pouissin, ma anche dallo studio delle opere di Philipp Hackert (1737-1807). Ne scaturisce una veduta dai toni luminosi e trasparenti fatta di un susseguirsi scenografico di piani paralleli spesso inquadrati all’interno di quinte arboree, appunto nel massimo rispetto del paysage classique.

Negli ultimi anni, Marianna Dionigi si trasferisce nella villa di famiglia a Civita Lavinia, oggi Lanuvio, dove continua a dedicarsi alla pittura e ai suoi interessi archeologici.

Marianna Dionigi: il paesaggio classico e la tradizione arcadica

Tra le prime opere di Marianna Dionigi vi sono alcune copie da paesaggi Hackert, da Salvator Rosa, da Lorrain e da Poussin, ma anche alcune vedute originali, di grandissima minuzia descrittiva, tra cui Paesaggio con due tronchi d’albero e due cacciatori del 1790 e Veduta campestre del 1794.

Tra le prime opere dedicate alla sua terra, compare una Veduta della Campagna romana che sembra trarre spunto a pieno dal paesaggio classico di Lorrain, soprattutto per quanto riguarda la trattazione atmosferica e la sequenza di elementi naturalistici posizionati ordinatamente e scenograficamente dal primo piano allo sfondo.

Alcuni acquarelli e tempere sono conservati presso la Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Barberini, tra cui un paesaggio con L’Aniene nei pressi di Tivoli del 1798 e una veduta con L’arco di Tito a Roma del 1802 che testimoniano come la pittrice sia debitrice della poetica di Hackert.

Alcune sue vedute possono essere inserite nel filone del paesaggio classico istoriato, come si nota dal Riposo nella fuga in Egitto del 1815 e dal Mosè salvato dalle acque. Le composizioni risultano armoniose e rispondono alla perfezione alla concezione idilliaca del paesaggio arcadico di memoria seicentesca, aggiornato, però, all’interesse archeologico che proviene direttamente dalla formazione neoclassica di Marianna Dionigi.

Un attento e preciso studio dal vero delle componenti naturalistiche si aggiunge, quindi, ad una perfetta e calibrata rielaborazione in studio.

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