Domenico Gnoli

Biografia

Domenico Gnoli (Roma, 1933 – New York, 1970) è figlio di una ceramista e dello storico dell’arte Umberto Gnoli. È il padre ad indirizzare Domenico allo studio della pittura, sin da quando è bambino. Trascorre l’infanzia tra Roma e Spoleto, dove Umberto Gnoli lavorava come Sovrintendente alle Belle Arti dell’Umbria, negli anni Quaranta.

I primi anni tra incisione e scenografia

Spinto dalla madre, adolescente, inizia a frequentare i corsi di disegno ed incisione di Carlo Alberto Petrucci (1881-1963), figura legata alla Secessione romana e poi alla Calcografia Nazionale di Roma. È proprio quest’ultimo che sostiene le doti artistiche di Domenico Gnoli e lo spinge ad esporre per la prima volta nel 1950 a Roma.

In questi primi anni, dunque, Gnoli pratica soprattutto l’incisione ed espone illustrazioni realizzate con questa tecnica, non solo in Italia, ma anche all’estero. Negli anni Cinquanta lavora a contatto con il mondo del teatro: realizza scenografie e costumi, locandine di opere. Questa attività lo porta ad avere un ampio successo, tanto da farlo trasferire a Parigi per lavorare anche lì come scenografo ed illustratore.

New York

Il teatro sembra la via perfetta per Domenico Gnoli, ma nella metà degli anni Cinquanta, sente l’esigenza di approfondire il suo linguaggio ad un livello più personale. Sceglie allora di abbandonare la scena teatrale per trasferirsi a New York, fertile ambiente artistico, nel 1955. Sono questi gli anni in cui comincia ad interessarsi alla pittura Metafisica, guardando soprattutto a Carlo Carrà (1881-1966).

Nella città americana, comincia a praticare la pittura, seme di quella che poi lo renderà famoso in tutto il mondo. La sua prima personale a Roma si terrà nel 1958, presso la Galleria l’Obelisco. Nel frattempo illustra Il Barone rampante di Calvino per l’edizione Einaudi. Il suo tratto fiabesco, attraversato da quel realismo magico che lo rende un autore fuori dal tempo, fa subito breccia nel cuore della critica.

L’attività di sostentamento principale, per Domenico Gnoli è ancora quella di illustratore. Ma questa lo aiuterà anche a stabilire i primi contatti con l’ambiente artistico newyorkese. Nel 1959 espone per la prima volta presso la Bianchini Gallery una serie di opere che anticipano la sua attenzione verso il “surrealismo del particolare”.

Gli anni Sessanta a Parigi

Gli anni Sessanta rappresentano il successo internazionale di Domenico Gnoli. La sua poetica attrae il pubblico e la critica, attraverso quella sensazione che sta a metà tra l’iperrealismo e il surrealismo. Rimane in lui quel legame formale e cromatico con il Rinascimento italiano trasmessogli dal padre Umberto, ma lo sviluppa attraverso una pittura nuova.

Gli interessa il particolare degli oggetti, dei vestiti che ingrandisce fino a renderli quasi privi di significato, come una parola tirata fuori dal contesto di un discorso più ampio e vista da una lente d’ingrandimento.

Mentre imperversa l’Informale, Domenico Gnoli lo rifiuta e allo stesso tempo lo reinterpreta. Vive per un breve periodo a Maiorca nel 1963, luogo privilegiato per coltivare le sue ricerche. Si trasferisce poi a Parigi dove, nel 1964 espone presso la Galleria Schoeller. È ormai approdato alla sua poetica definitiva.

Attraverso una tecnica impeccabile, da antico maestro, Domenico Gnoli ingrandisce scriminature di capelli, cravatte, tacchi di scarpe, colletti di camicie. Espone in tutt’Europa con grande successo, senza mai abbandonare l’attività di illustratore. Dopo la grande personale alla Galatea di Torino del 1966, si susseguono mostre personali in tutta Italia.

Alla soglia degli anni Settanta, si lega alla Galleria Sidney Janis di New York, dove espone in una grande antologica nel 1969. Nel 1970, il pittore scopre di avere una grave forma di tumore e morirà in pochi mesi, a soli trentasette anni, proprio a New York.

Domenico Gnoli: dettagli ingranditi di un universo nitido e surreale

Dopo tutta la prima fase in cui Domenico Gnoli si dedica quasi esclusivamente all’illustrazione e alla scenografia teatrale, approda alla pittura. È da sottolineare che l’artista sente subito il fascino della pittura metafisica che scopre nei suoi primi anni a New York. Ma pratica anche una pittura levigata, pervasa da un nitore classicista che coniuga perfettamente con una ricerca nuova, senza precedenti.

Sapiente illustratore, inizia a dipingere sempre nell’ottica dell’attenzione verso un oggetto particolare, tirato fuori dal suo contesto tradizionale. La pittura di Domenico Gnoli risente tanto dell’enigma surrealista quanto dell’accattivante segno Pop che si andava sviluppando in quegli anni in America.

Dopo la personale presso la Bianchini Gallery del 1959, la carriera di Domenico Gnoli spicca il volo. Da New York a Londra a Roma a Parigi, viene chiamato a tenere personali. Dal 1964 inizia la sua attenzione verso il dettaglio: gli interessano le consistenze dei tessuti inquadrate da vicino, le pieghe degli abiti, piccoli particolari che assumono importanza proprio perché insoliti.

Tutto ciò viene mostrato per la prima volta a Parigi, in una mostra presso la Galleria Schoeller. Taschini di giacche, nodi di cravatte, capelli, scarpe vengono visti come attraverso una lente d’ingrandimento. Per assurdo, nonostante Domenico Gnoli sia lontano dall’Informale, queste superfici ravvicinate rasentano proprio l’assenza di forma, perché estrapolate dalla loro funzione iniziale.

Tra classicismo, Pop e Realismo Magico

La sua pittura è raffinata e geniale, soprattutto perché mette in comunicazione il Pop con il Rinascimento e con il Surrealismo e la Metafisica. Si tratta di una soluzione esplosiva che lo conduce all’iperrealismo, che nasconde però una serie di mondi sorprendenti ed enigmatici.

Crea stupore attraverso il consueto e l’usuale, rendendolo speciale attraverso il suo punto di vista ravvicinato e frammentario del mondo. È un particolare che non ha la pretesa di rimandare all’universale, come dimostrano opere uniche come Capelli neri, Taschino, Ritratto di Louis T., Busto femminile di dorso, Pelliccia, Bottone, Cravatta, Spalla.

Tutte realizzate con una speciale mistura di tempera acrilica e sabbia, consistente ma allo stesso tempo laccata, incredibilmente tangibile. Come non riconoscere in queste rappresentazioni la presenza delle pieghe dei vestiti, dei corpi, degli sguardi di artisti come Antonio Donghi (1897-1963) o di Edita Broglio (1886-1977).

Si percepisce certo un’eco del Realismo Magico. Ma c’è anche molto della Pop Art, con le sue immagini ripetute e smaglianti, simboli consueti visti attraverso uno sguardo nuovo.

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