Donghi Antonio

Antonio Donghi. La canzonettista (dettaglio). Tecnica: Olio su tela. Firma e data in basso a destra
La canzonettista (dettaglio). Tecnica: Olio su tela. Firma e data in basso a destra

Biografia

Antonio Donghi (Roma, 1897-1963) nasce da una donna romana e da un mercante tessile lombardo. Passa un periodo in collegio dopo la separazione dei genitori. Nel 1908 si iscrive al Regio Istituto di Belle Arti di Roma e consegue il diploma nel 1916. Nello stesso anno, viene inviato in Francia per la leva militare.

Al termine della guerra decide di visitare Firenze e Venezia per avvicinarsi agli autori del XVII e XVIII secolo. Esordisce negli anni Venti e da questo momento in poi parteciperà ad una serie di esposizioni, italiane e internazionali, che gli procureranno una serie di apprezzamenti e riconoscimenti.

“Valori Plastici”

Si delineano in questi anni i tratti fondamentali della sua pittura: è permeata da una plastica fissità, accompagnata da una resa quasi remissiva dei suoi soggetti. Si inserisce quindi nel contesto della rivista “Valori Plastici”, fondata nel 1920 da Mario Broglio. Contro l’ormai passato Futurismo, la pittura di “Valori Plastici” auspicava un ritorno al tradizionale classicismo senza retorica.

“Terza Saletta”

Negli anni Venti, Antonio Donghi partecipa sempre più assiduamente a rassegne artistiche internazionali: Zurigo, Madrid, New York. Dopo aver partecipato alla I Quadriennale Nazionale nel 1931 e alla Biennale di venezia del 1932, diventa il rappresentante più affermato del neoclassicismo romano.

L’ambito è quello della rivista “Terza Saletta” del Caffè Aragno che promuoveva un naturalismo quasi arcaico, legato per esempio alla staticità dei kouroi greci. Il tutto, impreziosito da un’atmosfera astratta, data dalla resa quasi “laccata” dei colori.

L’insegnamento e i riconoscimenti ufficiali

Nel 1936 ottiene la cattedra di figura disegnata alla Regia Accademia di Belle arti. Da questo anno in poi, si dedica con eguale impegno all’insegnamento e alla pittura. Nel 1941 la Reale Accademia d’Italia lo premia per tutta la sua attività pittorica. La sua prima monografia, scritta dal poeta romano Leonardo Sinisgalli, arriva nel 1942 nella collana “Arte Moderna Italiana”.

Durante gli ultimi dieci anni di attività, Antonio Donghi si allontana dal dibattito artistico pubblico e si dedica alla realizzazione di paesaggi. Partecipa alle Biennali di Venezia del 1952 e 1954 e alle Quadriennali del 1951, 1955 e 1959. Nel 1951 ottiene l’ambito Premio Michetti.
Muore a Roma nel luglio 1963. La prima retrospettiva gli viene dedicata nel novembre successivo alla galleria La Nuova Pesa di Roma.

Gli esordi: “Valori Plastici”

Il pittore esordisce nel 1922, quando alla XC Esposizione della Società amatori e Cultori di Belle Arti di Roma presenta il quadro Via del Lavatore. L’opera rappresenta la via in cui si trova la sua casa studio. Nel 1923, alla II Biennale Romana, partecipa con Nudo di donna.

La figura appare quasi ieratica nella sua muliebre staticità. È inserita in una semplice stanza dai toni scuri, mentre lei emerge insieme alle candide lenzuola del letto, con colori luminosi. Sono gli anni in cui Antonio Donghi frequenta il gruppo di “Valori Plastici” e di lì a poco quello di “Terza Saletta”.

Dopo le recensioni non del tutto positive ricevute alla Biennale romana, ottiene giudizi migliori alle esposizioni successive. Il 1924 vede la sua prima personale nella Sala Stuard di via Veneto.
Pochi mesi dopo, la mostra viene ricreata in modo quasi uguale alla Casa d’Arte Bragaglia. Sono proprio queste due esposizioni che garantiscono a Antonio Donghi il primo notevole successo di pubblico e di critica.

Antonio Donghi. Il Realismo magico

La sua affermazione artistica si consolida gradualmente anche grazie alla sua presenza all’Esposizione dei Venti Artisti Italiani della Galleria Pesaro di Milano.
La mostra è a cura di Ugo Ojetti, figura che diverrà fondamentale per Antonio Donghi. Sarà infatti uno dei suoi principali collezionisti e un importante punto di contatto con le gallerie americane.

In questi anni si inserisce tra i maggiori rappresentanti del Realismo magico, legandosi anche alle espressioni della Nuova oggettività tedesca. Non a caso, nel 1925 espone a Mannheim, proprio nell’ambito di questa corrente.
Le sue opere appaiono antiretoriche e “silenziose”, curatissime dal punto di vista cromatico e disegnativo, con una proprietà volumetrica brillante.

Nel 1926 prende parte alla Exhibition of Modern Italian Art a New York, Boston, Washington, Chicago, San Francisco. Espone, tra gli altri dipinti, Lavandaie e La cartomante. Soltanto l’anno successivo, dato il successo ottenuto alla precedente esposizione, tiene una personale alla New Gallery di New York.

Risalgono a questo periodo le opere Carnevale del 1924, Donna alla finestra del 1926 e Circo equestre del 1927. Opere queste che cominciano ad essere denotate da una fine ironia e da un’esecuzione limpida, pulita, ineccepibile.

Il successo internazionale

Nel 1928 partecipa alla Biennale di Venezia. L’anno successivo alla Prima mostra del Sindacato laziale fascista degli artisti. Sempre nel 1929 è presente alla Seconda mostra del Novecento Italiano, dopo aver declinato l’offerta di partecipazione alla prima esposizione del 1924. Sono questi gli anni della rapida affermazione pubblica.

I suoi quadri vengono venduti con facilità e i suoi rapporti con le gallerie estere, soprattutto americane, sono fecondi. Nel 1931 partecipa alla Prima Quadriennale con un gruppo di venti dipinti, tra cui Donna alla toletta. Alla Biennale di Venezia del 1932 presenta Donna al caffè e La Giovanetta.

Alla Quadriennale del 1935 Antonio Donghi espone ventidue opere tutte raggruppate in una sala interamente dedicata a lui. I soggetti di questo periodo trasmettono una sorta di astratta malinconia: sono tratti dal mondo dello spettacolo e del suo dietro le quinte. Giocolieri, cantanti, pagliacci, maschere e musicisti nel loro mondo intermedio, tra finzione e realtà.

Nel 1938 partecipa al concorso per un ritratto di Mussolini a cavallo. Con Il duce rappresenta ancora una volta con ironia,  il politico su un cavallo bianco, quadro giudicato negativamente.
Nel dopoguerra rimane lontano dall’arte ufficiale, protagonista di un forte scontro tra astrattismo e figurazione.

Si distacca dalla sua produzione precedente, dedicandosi prevalentemente ai paesaggi italiani. Del 1961 è Autostrada del Sole che appartiene a questo filone e con cui concorre per il Premio Nazionale di Paesaggio nel 1961.

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