Elisabetta Chaplin

Elisabetta Chaplin. Le Sorelle (dettaglio). Tecnica: Olio su Tela
Le Sorelle (dettaglio). Tecnica: Olio su Tela

Biografia

Elisabetta Chaplin (Fontainebleau, 1890 – Firenze, 1982), nipote del ritrattista del Secondo Impero Charles Chaplin (1825-1891) e figlia di una poetessa e scultrice, cresce in un ambiente familiare particolarmente ricco di stimoli artistici ed intellettuali.

La formazione fiorentina

Nei primi anni del Novecento, con la sua famiglia, si trasferisce in Italia, passando prima per il Piemonte e la Liguria e poi approdando definitivamente a Firenze. Qui, appena quindicenne, perfeziona il suo innato talento artistico nello studio di Francesco Gioli (1846-1922) e avvicinandosi ad un ormai anziano Giovanni Fattori (1825-1908).

Il tipico retaggio post Macchiaiolo, fatto di ampie pennellate delicate e ricche di luce, in cui il disegno risulta quasi assente, costruisce il giovanile linguaggio di Elisabetta Chaplin. Affascinata dai primitivi come Giotto, ma anche dal primo Rinascimento di Masaccio e Donatello, l’artista acquisisce una maniera asciutta e armoniosa, sempre impreziosita da una luce attentamente modulata e ritmica.

Dalla prima tendenza impressionista passa velocemente ad una gestione scenica e cromatica bidimensionale, che sembra guardare alle esperienze Nabi e alla sensibilità cromatica di Félix Vallotton (1865-1925), in cui campiture di colore luminoso si incontrano come tarsie marmoree.

Questi incastri armonici e squillanti, in cui non esistono passaggi chiaroscurali, ma solo sbalzi e gradazioni di luce, la avvicinano anche alla gestione simbolica e raffinata del colore che appartiene ai manieristi toscani, in particolare Pontormo e Rosso Fiorentino.

Il suo esordio si data alla Promotrice di Firenze del 1904, per poi giungere prestissimo al contesto internazionale dell’Esposizione di Roma del 1911, della Secessione romana ed infine della Biennale di Venezia, dove espone dal 1914 al 1928.

Roma: l’ambiente artistico di Villa Medici

Trasferitasi a Roma del 1916 al 1922, Elisabetta Chaplin frequenta tutto l’ambiente culturale che gravita attorno all’Accademia di Francia in Villa Medici. Si lega ad André Gide e agli artisti francesi, accostandosi ancor di più alla poetica simbolista dei Nabis.

Si avvicina particolarmente a Maurice Denis (1870-1943), che, tra l’altro, ospita nella sua villa di Fiesole nel corso del 1918, momento in cui il pittore sta ultimando i meravigliosi pannelli trapezoidali, dal titolo Soir florentine, per una sala del Palazzo di Charles Stern a Parigi ed esposte al Salon del 1919.

La rielaborazione della linea di Botticelli e della sua delicatezza nella resa delle figure muliebri penetrano questo ciclo di Denis, assieme ad una dimensione allegorica e simbolista e ad una forte impostazione cromatica cloisonné.

È evidente come Elisabetta Chaplin sia stata fortemente influenzata da questa maniera pittorica, per tutto il corso degli anni Venti, quando i soggetti scelti spaziano dal simbolo ad intimi interni domestici pervasi da quella luce estremamente poetica della campagna fiesolana.

Anche l’intento decorativo dei Nabis viene accolto dalla pittrice, nell’idea di un’opera d’arte totale che unisca arte ed artigianato, come si nota dalle opere murali, gli arazzi ed i pannelli eseguiti in Francia negli anni Trenta.

Se dal punto di vista decorativo assimila sempre di più la lezione floreale e preraffaellita, nelle opere su cavalletto continua ad affidarsi a quella luce intima ed intensa che torna non solo negli interni, ma anche in favolistiche immagini che animano la realtà del quotidiano. Attiva fino agli anni Cinquanta, nel 1974, dona diverse opere alla Galleria d’Arte Moderna di Firenze in Palazzo Pitti. Muore nella città toscana nel 1982, a novantadue anni.

Elisabetta Chaplin nel solco dei Nabis: una dimensione intima e simbolica

Giunta a Firenze all’inizio del Novecento, la pittrice subisce l’influenza della pennellata e della luce macchiaiola. L’intimità paesaggistica e degli interni toscani sembra rievocare quella della Scuola di Piagentina, con quei silenzi prolungati da lame di luce densa.

Nel 1904, Elisabetta Chaplin esordisce alla Promotrice di Firenze con un Autoritratto ancora acerbo. Ne ripropone un altro nel 1908, accompagnato dal dipinto Dolore, dove la luce ancora è un elemento essenziale della composizione, così come si nota nella tela Ora di studio con cui partecipa alla Mostra Internazionale di Roma del 1911. La poesia dell’interno domestico è una delle caratteristiche identificative della sua prima produzione pittorica, che tornerà frequentemente anche nell’accezione più spiccatamente simbolista.

L’equilibrio delle scene, la solennità di alcune pose, la serena freschezza dei ritratti provengono anche dall’accurato studio del Rinascimento prima di Raffaello, ma anche delle eccentricità cromatiche e tematiche del Manierismo, che si leggono nelle opere esposte alla Secessione romana del 1913, Al sole e Ritratto di famiglia.

Una pittura per “l’occhio e il sentimento”

Negli anni Dieci, Elisabetta Chaplin sa unire sapientemente la secolare tradizione pittorica italiana alle sinestesie simboliste dei Nabis. Prima coglie la sensibilità cromatica di Vallotton, attraverso l’uso di tinte piatte, come si nota dal Ritratto di mia sorella della Biennale del 1914.

In seguito, imposta un cromatismo di stampo cloisonné, in cui la linea assume un valore essenziale e decorativo, soprattutto partire dagli anni Venti. Proprio nel 1920 e nel 1921 è al Salon parigino, elogiata in questo modo dalla “Gazette des Beaux Arts”: «capace di composizione e costruzione, senza tuttavia perdere nulla della sua grazia naturale. Il pannello occupato dai quattro dipinti di M.lle Chaplin, è per l’occhio e il sentimento, il più piacevole, forse di tutta la mostra».

La svolta verso un maggiore decorativismo della linea e dell’incastro cromatico bidimensionale si riscontra nelle opere esposte alla Fiorentina Primaverile del 1922, tra cui le Decorazioni per la sala da pranzo per il prof. Dott. Daddi, Nenette e Trott, Mia sorella, San Francesco predicava agli uccelli.

Figure femminili nelle loro silhouettes piatte ricordano Le muse di Denis, ma anche un giapponismo rielaborato in chiave luminosa e densa, con le pose eleganti e una dimensione allegorica. Ciò emerge in particolare dalla Primavera del 1922, da Dafni e Cloe, esposta alla Biennale del 1924, insieme al Riposo in Egitto, ma anche dalle Naiadi e dal Risveglio della terra della Biennale del 1926.

Bagnante compare alla Biennale successiva del 1928 e poco dopo si trasferisce a Parigi, dove lavora a diversi cicli decorativi tra cui i dipinti murali della chiesa di Notre-Dame-du Salut e nella chiesa di Saint-Esprit.

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