GUIDO FARINA

Guido Farina. Fine d’Inverno. Tecnica: Olio su tela
Fine d’Inverno. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Guido Farina (Verona, 1896 – Padova, 1957) trascorre l’infanzia a Trento, ma a dodici anni si trasferisce di nuovo con la famiglia nella sua città di nascita, Verona. Entra come apprendista nella bottega di un decoratore locale e comincia, così, la sua attività artistica nel campo della decorazione di ambienti.

Dopo la breve frequentazione dell’Accademia Cignaroli, il giovane Guido Farina amplia la sua formazione e affianca al mestiere di decoratore quello di pittore da cavalletto, guardando inizialmente soprattutto ai maestri del post impressionismo, da Cézanne a Van Gogh.

Allo scoppio della guerra, si arruola tra i mitraglieri ed in questa occasione ha modo di conoscere Felice Casorati (1883-1963) che, negli anni Dieci vive un intenso periodo artistico proprio a Verona.

Il gruppo artistico veronese

La vicinanza a Casorati gli permette di inoltrarsi nel linguaggio simbolista di matrice secessionista e soprattutto di legarsi affettivamente ed artisticamente ad Angelo Zamboni (1895-1939), Albano Vitturi (1888-1968), Guido Trentini (1889-1975), Ettore Beraldini (1887-1965) ed Orazio Pigato (1896-1966), i pittori che rappresentano il rinnovamento pittorico veronese in senso secessionista ed espressionista nei primi decenni del Novecento.

Insieme a questo gruppo di artisti, infatti, Guido Farina espone alle mostre di Ca’ Pesaro e partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1924. Nel corso degli anni Venti e Trenta, prende parte anche alle mostre di Novecento e alle Quadriennali romane, ma è presente anche a numerose mostre estere, come quella di Atene del 1931, di Monaco, Berlino e Dresda del 1932 e di Varsavia, Helsinki e Parigi del 1937.

La cifra stilistica di Guido Farina è contraddistinta da un costante orientamento al paesaggio, alla veduta urbana e alla natura morta, trattati con una pennellata parsimoniosa che lascia trasparire le trame della tela e che segue un andamento sciolto e post impressionista. La luce è un elemento fondamentale che contribuisce a conferire ai suoi soggetti tonalità chiare e lontane da eccessi cromatici.

All’inizio degli anni Trenta, soggiorna tra la Francia, la Germania, l’Inghilterra e la Spagna, portando con sé impressioni e suggestioni tradotte poi in dipinti esposti al suo rientro in Italia. Nel frattempo, il pittore svolge anche diverse attività organizzative a Verona, in qualità di socio dell’Accademia Cignaroli e di insegnante presso l’Istituto Napoleone Nani.

Continua poi ad occuparsi di decorazione e di restauro in area veneta. Ne sono esempio gli affreschi eseguiti al Museo di Castelvecchio tra il 1925 e il 1929. Continua a lavorare fino agli anni Cinquanta, quando, colpito da una grave malattia, muore nel 1957 a sessantuno anni.

Guido Farina, il “pittore della luce”

La scelta paesaggistica di Guido Farina si indirizza costantemente verso l’utilizzo di una luminosità diffusa e serena che gli ha procurato il soprannome di “pittore della luce”. Nonostante non si possa inserire a pieno nella tradizione di fine Ottocento portata avanti a Verona da Angelo Dall’Oca Bianca (1858-1942), non si può nemmeno completamente ricondurre alla rivoluzione secessionista del gruppo veronese o veneziano.

La sua è una pittura che rimane legata al naturalismo, ma che si svuota di tutto il riferimento accademico, sfociando verso un’interpretazione libera e luminosa del paesaggio, della veduta urbana e della natura morta.

Pennellate ben calibrate costruiscono paesaggi aperti e raffinati, fatti di piccoli tocchi ravvicinati e derivanti dalla cultura post impressionista francese. La luce e le tonalità chiare costituiscono i punti focali della pittura di Guido Farina, come si nota sin dalle tele esposte alla Mostra regionale di Treviso del 1921, Autunno, Paese e Fuori Porta S. Giorgio.

Nel 1924 prende parte per la prima volta alla biennale di Venezia con Breccia, poi vi ritorna nel 1926 con Quiete festiva e Lo sgelo e nel 1928 con Sole d’inverno. Nel 1930 approda alla mostra degli Amatori e Cultori di Roma con La ciotola gialla, Dalla modista e meriggio di primavera, apparendo agli occhi della critica come un pittore riflessivo, aperto e luminoso.

Nello stesso anno, Guido Farina è di nuovo alla Biennale con alcuni dei suoi dipinti più famosi, La casa dei paggi, Lungo il fiume a Verona e La barca in riparazione. La strada nuova e Paese, invece, vengono esposti alla I Quadriennale di Roma del 1931, mentre Paese trentino, Fine d’inverno, Natura morta e Via Giardino Giusti.

Di questi anni sono anche alcune tele realizzate durante i viaggi all’estero, tra cui Orti a Parigi, Trafalgar Square e Chorley wood. Colline veronesi, Costermano sul Garda e Millenovecentodiciotto vengono esposte alla Quadriennale del 1935, Chiesetta al vecchio confine, Il Garda, Rivoli della battaglia e Le mura Scaligere a quella del 1939 e Paese e Cactus a quella del 1943.

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