Benvenuto Ferrazzi

Benvenuto Ferrazzi. Interno dello Studio con Ritratto del Padre, 1935 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela
Interno dello Studio con Ritratto del Padre, 1935 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela

Biografia

Benvenuto Ferrazzi (Castelmadama, 1892 – Roma, 1969), fratello del più conosciuto e studiato Ferruccio (1891-1978), è un artista fortemente eclettico, lontano da qualsiasi corrente coeva, profondamente indipendente, anche dal fratello, nonostante si sia formato insieme a lui al fianco del padre, il pittore Stanislao.

Sin da giovane, decide di mutare il suo originario nome di battesimo Riccardo in Benvenuto, in onore dello scultore Benvenuto Cellini. Personalità particolare, dalle molteplici sfaccettature, per certi versi ancora più peculiare di suo fratello Ferruccio, è un artista eccentrico e profondamente inquieto, che, sin da ragazzo, conduce una vita povera e al limite, quasi da bohémien.

È spesso ospite di congregazioni religiose romane che gli offrono vitto e alloggio, in cambio dell’esecuzione di immagini sacre. Per un lungo periodo vive vicino alla camera mortuaria di Santa Lucia in Selci, chiesa del Rione Monti.

È in questi primi anni del Novecento che Benvenuto Ferrazzi sviluppa la sua affascinante produzione, tutta incentrata su tematiche spirituali ed escatologiche, ma anche dedicata ad ambientazioni inquietanti e visionarie, come obitori, manicomi, ospedali.

Un artista “romantico” e tormentato

Il linguaggio è quello di una Metafisica surrealista a metà tra pittura ed illustrazione, come si nota dalle prime opere esposte nella personale d’esordio alla Galleria dell’Epoca a Roma nel 1918. Suo fratello Ferruccio, in seguito, lo introduce ad Anton Giulio Bragaglia (1890-1960) che lo fa esporre nella sua Casa d’Arte nel 1921.

Nello stesso anno e poi nel 1923, l’artista espone anche alla Biennale romana, per poi proseguire alle Sindacali e alle Quadriennali romane. Interni, vedute di Roma, luoghi pieni di dettagli e di figure enigmatiche generano un realismo magico e fantastico, variopinto e macabro allo stesso tempo, riflesso della complessa personalità dell’autore.

Il carattere illustrativo delle immagini è prodotto da una linea di contorno ben marcata e favolistica, che racchiude campiture piatte di colore. Queste composizioni visionarie, che narrano un lato fantasioso e poco conosciuto di una Roma mitologica ed oscura, rendono famoso Benvenuto Ferrazzi soprattutto tra gli anni Trenta e Quaranta, anche se rimane tra le figure meno conosciute del panorama artistico romano del tempo.

Per tutti questi anni, Benvenuto Ferrazzi vive quasi come un artista romantico, perso nei vicoli e nelle strade di Trastevere e di Borgo, osservando e stringendo amicizia con vagabondi, malati, ultimi, i suoi modelli prediletti. Dipinge fino agli ultimi anni, vivendo fra Roma, l’Abruzzo e Napoli.

Negli anni Cinquanta tiene una serie di personali molto importanti alla Galleria Fiorani al Babuino, dove presenta le sue opere più significative, alcune delle quali conservate alla Galleria Nazionale di Roma, alla Galleria d’Arte Moderna e al Museo di Roma in Palazzo Braschi. Muore a Roma nel 1969, a settantasette anni.

Benvenuto Ferrazzi: il “Realismo fantastico” di un pittore visionario

Come premesso, Benvenuto Ferrazzi è un artista solitario, inquieto, tormentato. Nonostante piaccia molto alla critica a cominciare dalla sua prima mostra del 1918, decide di vivere in maniera appartata, come un vagabondo bohémien.

Ama girare nei vicoli di Roma, protagonista delle sue tele visionarie ed enigmatiche, tra verismo e fiabesca fantasia. Il macabro e l’onirico si uniscono in composizioni in cui le vedute di Roma si accompagnano ad interni misteriosi, con figure incontrate per strada, autoritratti, ritratti paterni.

Nel 1930, Benvenuto Ferrazzi prende parte alla Mostra Sindacale del Lazio con Via dei Cappellari e Colosseo, mentre due anni dopo vi espone Ponte quattro Capi e Il pericoloso, intense narrazioni emotive di una Roma complessa e sparita.

Sono del 1934 Martirio di San Sebastiano, Il sor Barbetta, L’attesa, Il ciabattino, Le ombre e Disegni vari, mentre all’anno successivo risalgono La riffa, Bimbo che dorme, Pimpinella e Bambina morta, che rappresenta una delle tante bambine di una Roma povera e dimenticata, morta forse di tisi.

Una Roma nascosta

Sempre nel 1935, alla Quadriennale di Roma, presenta ben nove opere: Vicolo Moroni, Cavalli, Interno di osteria, Sor Parasecoli, Lo scemo, Il galeotto, Il Cristo morto, Nonna morta, che narrano la vita misteriosa e sconosciuta di una città nascosta ma presente, conosciuta alla perfezione da questo artista che riesce a coniugare alla perfezione realtà e visione, crudo verismo e fantasia.

Foro di Cesare e Foro Olitorio compaiono alla Sindacale del 1937, mentre Vicolo della serpe, Il riffarolo di Trastevere e Monte piccolo Napoli a quella del 1938. Alla Quadriennale dell’anno successivo espone invece Il ghetto di Roma, Il pittore Stanislao Ferrazzi, La finestrella e Piazza del Catalone.

L’importante personale del 1951 alla Galleria Fiorani vede protagonista uno dei dipinti più indentificativi della produzione del pittore: Autoritratto con la morte, accompagnato da Mia madre in agonia, Gattino morto e Ofelia in cielo.

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