Fillia

Fillia. Donna che Suona il Banjo. Tecnica: Olio su tela
Donna che Suona il Banjo. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Fillia (Luigi Colombo) (Revello, 1904 – Torino, 1936) proveniente da una modesta famiglia della provincia di Cuneo, inizia a dipingere da autodidatta, avvicinandosi sin da subito agli stilemi futuristi.

Nel 1922, diciottenne, esordisce come poeta, pubblicando alcuni versi d’avanguardia grazie all’Istituto di Cultura Proletaria di Torino. Nello stesso anno, visita l’Esposizione Futurista Internazionale al Winter Club, dove per la prima volta entra in contatto con alcuni pittori futuristi.

La rivoluzione futurista e proletaria

In particolare, si avvicina a Tullio Alpinolo Bracci, poeta e pittore, con cui scrive e firma il Manifesto del Movimento Futurista Torinese – Sindacati Artistici, che contiene l’enunciazione di una sorta di rivoluzione proletaria in chiave futurista e sovietica.

Nel 1923, abbandona il suo nome Luigi Colombo, per farsi chiamare solamente Fillia, adottando il cognome della madre. Emerge proprio in questi anni il suo interesse per lo studio della macchina, dell’oggetto industriale e della spiritualità vitale in essi contenuta.

Le prime opere pittoriche dell’artista compaiono nel 1924, quando espone alla Prima Mostra d’Avanguardia nelle sale sotterranee del Caffè Teatro Romano in Piazza Castello a Torino. Contemporaneamente, continua a lavorare come poeta futurista, dando vita a composizioni quali Lussuria Radioelettrica, poesie meccaniche, che trasmettono la stessa nuova spiritualità meccanica contenuta nei dipinti.

L’attività espositiva e il soggiorno parigino

La sua identità politica molto vicina a quella sovietica lo porta ad esporre alla Biennale di Venezia del 1926, con altri futuristi, all’interno del Padiglione dell’Urss. Contemporaneamente lavora anche come teorico, scrivendo su numerose riviste e giornali di critica letteraria e artistica, come il “Tabarin” di Torino e “La fiamma” di Milano e pubblicando il saggio critico Diulgheroff pittore futurista.

Tra il 1927 e il 1930, Fillia diviene uno dei protagonisti più importanti del Futurismo torinese, insieme a Nicolaj Diulgheroff (1901-1982) e a Pippo Oriani (1909-1972). Partecipa a tutte le mostre dei futuristi torinesi presso la Galleria Pesaro, alle Sindacali torinesi e alle Biennali di Venezia.

Risale al 1929 il soggiorno a Parigi, nel desiderio di aggiornarsi alle novità internazionali. Ciò che più lo colpisce sono tutti gli sviluppi del Cubismo, che lo proiettano in una dimensione pittorica in cui l’oggetto, pieno di energia, si inserisce in una dimensione spaziale dinamica e misteriosa.

Gli ultimi, intensi anni

Rientrato in Italia, Fillia si dedica senza sosta alla pittura, spaziando dalle composizioni aeree a quelle paesaggistiche e meccaniche ed esponendo con regolarità. A livello pubblico, si occupa della decorazione della I Mostra di Architettura Futurista di Torino nel 1928, ma anche dell’arredo e della progettazione, insieme a Diulgheroff, della Taverna Santopalato a Torino.

A cominciare dalla pubblicazione, insieme a Filippo Tommaso Marinetti, del manifesto Spiritualità futurista, inizia a dedicarsi all’arte sacra in chiave prettamente futurista. Con Pippo Oriani elabora il progetto di una chiesa che viene pubblicato sulla rivista “Futurismo”, nel 1932.

Da questo momento in poi, Fillia cerca di coniugare l’attività pittorica con la progettazione architettonica, impegni che lo accompagnano fino alla fine. Insieme ad Enrico Prampolini (1894-1956), decora con mosaici e pitture murali il Palazzo delle Poste di La Spezia.

Infine, insieme allo scultore Mino Rosso (1904-1963) e a Oriani, progetta la decorazione futurista di una casa privata di Biella. Muore molto giovane, a soli trentadue anni, nel 1936 a Torino, a causa di una grave malattia.

Il Futurismo tra arte meccanica e spazi enigmatici

La figura di Fillia si inserisce nello stesso contesto futurista torinese di Pippo Oriani e Nicolaj Diulgheroff. Tutti e tre si dedicano alla rappresentazione quasi misterica e spirituale della macchina moderna, come organismo a sé stante.

Fillia aggiunge però il contesto politico, nel suo esplicito schieramento antifascista e filosovietico, che sviluppa in seno alla cultura proletaria torinese. Nel 1926 partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia con Interpretazione italiana di paesaggio.

L’anno successivo prende parte alla Mostra dei trentaquattro pittori futuristi presso la Galleria Pesaro di Milano, con ben diciannove opere. Tra esse vi sono: Ritmi meccanici, Sensibilità futurista, Il saldatore, Ombre viola, Ritmi di treno in corsa, Amori meccanici, Ritratto sintetico e Fiat Lingotto.

È presenta alla Biennale di Venezia del 1928 con Figura e ambiente e Donna che legge, mentre di nuovo alla Mostra Futurista alla Galleria Pesaro espone più di trenta opere, tra cui Atmosfera plastica, Figura meccanizzata, Valori plastici di oggetti, Nudi subcoscienti, Pneumatici, Armonie cromatiche, Gli amanti e Rapporti meccanici.

Fillia: incroci di forme e colori

Intersezioni formali e cromatiche riempiono la produzione di Fillia, che adotta un ritmo compositivo a metà tra il Futurismo puro ed una poetica tutta personale, nella quale si legge anche un senso metafisico di silenzio ed attesa, estraneo al primo Futurismo.

Nelle opere del pittore torinese c’è molto dello spiritualismo cosmico e delle composizioni plastiche di Prampolini, come si nota da Pittura simultanea, Fiume e cielo, Architettura d’oggetti, Ritmi di materie, Oggetti atmosferizzati e Mistero, presentati nel 1930 alla Galleria Pesaro.

Nello stesso anno ha una sala personale alla Biennale di Venezia, in cui espone dieci opere, tra cui Misteri d’ambiente, L’attesa, Tendenze spirituali e Saldature di donna, dipinti che spingono il Futurismo in una zona d’ombra molto legata alle composizioni metafisiche.

Al 1931 risale la partecipazione di Fillia alla I Quadriennale di Roma con Donne, Aeroplano e Paesaggio italiano e vi ritorna nel 1935 con Sintesi delle bellezze d’Italia. Nel 1936 partecipa all’ultima Sindacale di Torino, poco prima di morire.

Vi espone ben ventuno opere che comprendono anche le sue ricerche che coniugano arte sacra a futurismo aeropittorico, tra cui Pittura sacra, L’Adorazione, Sacra famiglia, Divinità della Città aerea, Natività, Spiritualità dell’aviatore e La città di Dio.

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