Francesco Messina

Francesco Messina. Pietà - Tecnica: Bronzo
Pietà. Tecnica: Bronzo

Biografia

Francesco Messina (Linguaglossa, 1900 – Milano, 1995) già a un anno si trova con la famiglia a Genova, desiderosa di imbarcarsi per l’America. In realtà poi rimarranno in Liguria, senza nemmeno far ritorno in Sicilia. Messina vive un’infanzia molto difficile, nella quasi completa povertà, ma sono questi gli anni in cui dimostra di avere una forte inclinazione alla modellazione.

Lavora per qualche tempo come garzone nella bottega di un marmista e a dieci anni riesce ad iscriversi alle scuole serali della Confederazione operaia. Frequenta i corsi di disegno e si appassiona al Futurismo, seguendo attentamente la figura di Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944).

Espone per la prima volta nel 1916 alla Promotrice di Belle Arti di Genova, continuando a parteciparvi regolarmente fino agli anni Trenta. Due anni dopo Francesco Messina viene chiamato alle armi e in guerra perde il fratello, esperienza che lo colpisce nel profondo.

Terminata la guerra, oltre ad affrontare le difficoltà familiari, inizia a seguire le lezioni di scultura all’Accademia Linguistica di Genova. Sono gli anni in cui entra in contatto con l’ambiente intellettuale della città: conosce Eugenio Montale, Camillo Sbarbaro e Guglielmo Bianchi.

L’incontro con Arturo Martini

La critica comincia ad interessarsi ai suoi lavori alla Biennale napoletana del 1921. Al 1922 risale la sua prima partecipazione alla Biennale di Venezia. In questi anni si verifica in lui un’ansiosa ricerca formale che culmina in un’assimilazione dei modi di Adolfo Wildt (1868-1931) e della Secessione.

Soltanto dopo l’incontro con Arturo Martini (1889-1947) alla Mostra del Novecento a Milano del 1926, il suo stile matura. Proprio con Novecento espone anche nel 1929, indirizzandosi verso un classicismo puro che richiama un arcaismo senza tempo.

Alla fine degli anni Venti Francesco Messina viaggia molto tra Parigi, Berlino e ha modo di confrontarsi con la plastica europea. Negli anni Trenta, ormai addentrato in un rigoroso ritorno all’ordine di matrice martiniana, distrugge molte sue opere dei primi anni. Si trasferisce a Milano e nel 1934 ottiene la cattedra di scultura all’Accademia di Brera, di cui due anni dopo diviene direttore.

Il successo

Uno studio approfondito della scultura protorinascimentale lo indirizza verso un modellato chiaro e semplice, modulato su esempi antichi e sul vero. Un personale afflato spirituale permea pugilatori, ballerine, nuotatori e atleti in generale, tutti caratterizzati da una forte tendenza al reale.

La personale presso la Quadriennale romana del 1935 decreta definitivamente il suo successo di critica. Si susseguono esposizioni nazionali ed internazionali, premi e riconoscimenti. Nel 1943 viene nominato Accademico d’Italia. Le sue sculture si fanno sempre più severe, sempre più ispirate alla classicità del Quattrocento toscano.

Il dinamismo di cavalli e atleti caratterizza gli anni Cinquanta e Sessanta, in cui Francesco Messina lavora tanto a opere monumentali e pubbliche quanto a piccoli gruppi. Scultura e grafica si intervallano fino agli anni Novanta, quando l’artista è anche impegnato nella stesura della sua biografia. Dopo la grande personale a Torino del 1991, muore a Milano nel 1995, all’età di 95 anni.

Gli esordi tra verismo e Secessione

Impressione invernale e Studio sono le prime opere esposte da Francesco Messina presso la Promotrice di Genova del 1916. Sono opere in gesso che rivelano subito la sua forte propensione per sculture di piccolo formato dalla tecnica studiatissima.

I primi collezionisti giungono subito ad apprezzare le opere del giovane Messina, che lavora anche il bronzo e il marmo. Nel 1917 espone sempre a Genova Spasimi, Al vento, Impressione e Mio fratello. Si indirizza verso un verismo carico di valenze liriche, proprio dettate dalla conoscenza di poeti e letterati a Genova.

Allo stesso tempo, Francesco Messina si avvicina al gusto secessionista che appartiene alle figure drammatiche e scarne di Wildt, con opere come Fantasmi del 1920. Il primo vero successo giunge con il Cristo morto della Biennale di Venezia del 1922 e poi con Vergine e Vittoria esposte nel 1924. Una Pietà dalle linee sinuose e armoniose che però dialogano con il tormento delle figure, compare alla Biennale del 1926.

Francesco Messina: il classicismo

Proprio il 1926 è l’anno che segna una sorta di spartiacque nell’operato di Francesco Messina. Incontra Arturo Martini e si affianca alla poetica del ritorno all’ordine. Un sostrato primitivo, che provenga dalla scultura etrusca o da quella del Quattrocento, comincia a caratterizzare le sue opere.

Anche il classicismo di matrice picassiana investe il suo linguaggio: possenti figure tonde e plasticamente “pesanti” compaiono alla fine degli anni Trenta. Ad esempio, alla Biennale di Venezia del 1928 presenta Gli amanti, che hanno perso tutta la sinuosità e l’esile statura delle sculture degli anni precedenti. Risultano monumentali e statuarie, interessate da una forma arcaica ricca di suggestioni provenienti dal passato.

Alla Biennale veneziana del 1930 compaiono Ritratto di un poeta, Ritratto di Pietro Marussig, Pescatore e Pugilatore. Quest’ultima figura in particolare, ieratica nella sua staticità nell’attimo precedente al combattimento, ricorda quasi una scultura sacra, carica di valenza espressiva.

Il Quattrocento di Donatello e di Verrocchio viene studiato in modo sempre più approfondito, come traspare dalle opere degli anni Trenta e Quaranta. Figure dalla forte volumetria, presenti nei loro corpi tondeggianti e classici, compaiono nella sala a lui dedicata alla Biennale del 1932. Tra di esse Nudo femminile, Pugilatore caduto, Pugilatore seduto, Nuotatore, Dama con ventaglio, Torso di venere.

Nel 1935 si svolge la sua personale presso la II Quadriennale romana, in cui Francesco Messina espone ventuno opere. Tra di esse compaiono Giobbe, Pescatorello, Ragazza incinta, Ragazzo al mare, Vecchia, Ritratto di un vagabondo, Giovinetto nuotatore. In queste sculture il realismo si fa più vivo, mantenendo sempre un’accezione classica della statuaria.

Le opere monumentali

Gli anni della guerra e quelli immediatamente successivi sono caratterizzati da una forte ricerca di dinamismo. Il modello di classicismo ideale è sempre presente, ma con una dimensione profondamente personale.

Comincia a realizzare sculture policrome in legno e statue di grandi dimensioni. Corpi femminili nelle loro sinuose rotondità fanno la loro comparsa, insieme a ritratti estremamente realistici. Basta fare riferimento a quello di Francesco Flora del 1939.

Elementi mediterranei ormai caratterizzano la scultura di Francesco Messina, come quella di Martini. Il dinamismo diventa sempre più presente, anche nelle opere monumentali degli anni Sessanta.

Ne sono esempio la Santa Caterina da Siena per i giardini di Castel Sant’Angelo e il Monumento a Pio XII per San Pietro. Al 1966 risale il Cavallo morente per la RAI, dalle linee forti e tese e dal forte valore espressivo.

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