Franco Angeli

Biografia

Franco Angeli (Roma, 1935 – 1988), nato nel quartiere romano di San Lorenzo nel pieno del fermento antifascista, inizia a dipingere nel dopoguerra, senza aver frequentato nessuna scuola d’arte. Dopo la leva militare ad Orvieto, torna a Roma, dove viene inviato nella Caserma di Prati. Qui conosce lo scultore Edgardo Mannucci (1904-1986), che lo presenta ad Alberto Burri (1915-1995).

I suoi Sacchi e Catrami sono un punto di riferimento fondamentale per la prima produzione di Franco Angeli: nelle opere di questi anni, infatti, adotta un andamento informale, in cui la materia lacerata è la principale protagonista, perché riesce a conservare la memoria tragica del bombardamento di San Lorenzo.

La Scuola di Piazza del Popolo

Esaurite gradualmente le proposte informali, emerge a Roma un gruppo di artisti di nuova generazione, che si riunisce in Piazza del Popolo, tra il Caffè Rosati e la Galleria La Tartaruga di Plinio De Martiis, tra cui spicca anche Franco Angeli.

Con Giuseppe Uncini (1929-2008), Tano Festa (1938-1988), Mario Schifano (1934-1998) e Giosetta Fioroni (1932-), condivide il ritorno all’uso dei mezzi pittorici, ma con un approccio urbano, selezionando un linguaggio comune, legato alla quotidianità delle immagini pubbliche e ai materiali industriali.

Nel 1959, Franco Angeli partecipa alla sua prima collettiva alla Galleria La Salita di Gian Tommaso Liverani, con Uncini e i fratelli Festa e Francesco Lo Savio (1935-1963). E, sempre insieme a loro, l’anno successivo, espone a Bologna con presentazione di Emilio Villa e di nuovo alla Salita con presentazione di Pierre Restany, nella cruciale mostra Cinque pittori.

In questo periodo, inizia anche la sua militanza politica, prima all’interno del PCI, poi in gruppi indipendenti di sinistra, cui rimarrà legato per molti anni.

Le mostre romane

Le opere di queste prime esposizioni sono costruite da calze di nylon tirate su tela e garza, che creano giochi di ombre come se fossero ragnatele su muri. Nel biennio successivo, inizia a riflettere sul segno e sul simbolo politico, utilizzando sfondi monocromi che ospitano tracce di svastiche, stelle, mezzelune, croci e falce e martello.

Coprendo i simboli con il velatino, li priva della loro potenza comunicativa, nascondendoli dietro una patina che, in un certo qual modo, ricorda le operazioni di Jasper Johns (1930-), con le bandiere, dove lascia tracce indicali.

Con simboli, segni e impronte continua a lavorare fino alla metà degli anni Sessanta, esponendo in collettive e personali: all’inizio del 1963 prende parte alla mostra Tredici Pittori a La Tartaruga e, in estate, vi tiene una personale, in cui si nota ancor di più il carattere urbano dei simboli che lascia sulla tela, dalla Lupa Capitolina agli emblemi politici, ormai parte del sentire comune.

Continua ad esporre a La Tartaruga per tutto il decennio, ma tiene una personale anche alla Galleria Arco d’Alibert nel 1964, anno in cui partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia, su invito di Maurizio Calvesi, insieme a Schifano, Festa e Fioroni.

L’impegno politico

Il suo legame con la politica militante è ben visibile nella produzione di tazebao, ma anche nella riproposizione di simboli, segni e lettere che imprime sulla tela attraverso sagome e stencil, che compaiono alla Mostra Aspetti dell’arte italiana contemporanea alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma nel 1966.

Si susseguono le esposizioni italiane ed estere, fino agli anni Settanta, quando Franco Angeli raggiunge un notevole successo, confermato anche dalla partecipazione al Teatro delle Mostre alla Galleria La Tartaruga nel 1968, in cui si spinge verso l’installazione.

Espone in America, a Milano, alla Biennale di Venezia, riflettendo anche sulla guerra in Vietnam, che lega ad un filo sottile alle sue esperienze infantili della guerra e della Resistenza. Attivissimo fino agli anni Ottanta, tra numerosissime mostre collettive e personali, muore a Roma nel 1988, a soli cinquantatré anni.

Franco Angeli: impronta e segno, frammento e colore

Dopo le prime opere legate alla traduzione informale delle esperienze di guerra, Franco Angeli approda alla percezione del segno, della traccia e del loro valore indicale. A seguito degli Elementi negativi del 1959, in cui utilizza il nylon delle calze per generare i primi indici, ovvero le ombre che si creano sulla tela e sulla garza, lavora sui simboli politici.

Napoleone, del 1963 è una bandiera francese in cui campeggiano, velati, i simboli del potere di destra e di sinistra, mentre al centro, lapidee, risaltano le croci sulla sezione bianca della bandiera. Sintassi personali e comuni vengono inaugurate con quest’opera, seguita poi da Testa di lupa capitolina e da Stelle del 1961.

Il potere del simbolo

Sono gli anni in cui queste opere prendono forma concreta nella Galleria La Tartaruga, ma anche alla Salita e alla Galleria Arco d’Alibert, dove, nel 1964 espone i Frammenti Capitolini. All’anno seguente, invece, risale la serie degli Half dollar, in cui riflette sul potere simbolico del dollaro americano, e su come alcuni segni e immagini lavorino sull’inconscio collettivo.

Negli anni Sessanta, emerge anche la stretta collaborazione che Franco Angeli tiene con i poeti della neoavanguardia italiana, come Balestrini, Vivaldi, e Diacono. Vivaldi cura la sua prima mostra alla Salita, mentre con Diacono pubblica il primo libro d’artista Poema 63, nel 1963.

Frammenti di storia, politica, poesia e simbolo compaiono sulle opere sempre più intrise di messaggi di politica ed attualità. America America (Half Dollar) è il titolo della mostra che tiene presso la Galleria dell’Ariete a Milano, e di quella alla Galleria d’arte Arco d’Alibert nel 1967.

Nel 1968 al Teatro delle Mostre alla Galleria La Tartaruga, realizza l’ambiente Opprimente: una stanza con il soffitto molto ribassato che creava, appunto, un senso di oppressione nello spettatore, le cui reazioni venivano registrate da una cinepresa.

Le sensazioni umane, la registrazione di azioni inconsce prodotte da uno stimolo esterno sono alla base della riflessione di Franco Angeli, un po’ come nelle immagini e nei simboli proposti nelle tele, depositi stratificati ed orizzontali di esperienze quotidiane del XX secolo.

Ecco perché, alla fine degli anni Sessanta compie una ricerca sugli schermi, sulle immagini della TV e delle griglie, ma anche sulla guerra del Vietnam e sul Sessantotto, in opere come Anonimo euroasiatico, Vietgong e Compagni (Giap e Ho chi Min). Questa ricerca storico-sociale e politica continua negli anni Ottanta, con la serie degli obelischi, delle piramidi e degli aerei stilizzati.

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