Saverio Gatto

Saverio Gatto. Andromeda legata allo Scoglio. Scultura in marmo
Andromeda legata allo Scoglio. Scultura in marmo

Biografia

Saverio Gatto (Reggio Calabria, 1877 – Napoli, 1959) iniziati gli studi classici, li interrompe per intraprendere la carriera di marinaio. Per qualche tempo, lavora come capitano di cabotaggio di una nave nel bacino del Mediterraneo, ma il suo carattere irrequieto e non adatto alla disciplina lo porta a lasciare questo lavoro per assecondare la sua vera vocazione, quella artistica.

Verso la fine degli anni Novanta dell’Ottocento, dopo aver cominciato a modellare da autodidatta i primi ritratti acerbi, inizia a frequentare la Scuola di Arti e Mestieri di Reggio Calabria e, notato dallo scultore di Polistena Giuseppe Scerbo (1844-1908), entra nel suo studio come assistente.

Il perfezionamento a Napoli

Nel 1898, Saverio Gatto si trasferisce a Napoli per completare la sua formazione presso l’Accademia di Belle Arti, dove è allievo dello scultore Achille D’Orsi (1845-1929) e del pittore Michele Cammarano (1835-1920).

Introdotto al verismo umanitario, inizia a farsi interprete di una scultura di immediato riferimento al reale, che può osservare nella Napoli popolare dei vicoli e delle piazze. Scugnizzi e fanciulli sono i soggetti che costituiscono il primo repertorio di Saverio Gatto, che esordisce al Salon di Parigi del 1906, per poi esporre a Roma, Firenze e Genova del 1908, ottenendo un notevole successo di critica.

Il naturalismo di questa fase non proviene solamente dall’osservazione del vero, ma anche dalla continua frequentazione del Museo Archeologico di Napoli, dove studia le sculture classiche e soprattutto quelle ellenistiche, caratterizzate da una drammatica interpretazione della realtà.

Dopo questo primo nucleo di opere profondamente veriste, lo scultore calabrese, nel corso degli anni Dieci, si inoltra anche nell’esecuzione di soggetti tratti dalla mitologia e dalla storia popolare, assecondando un linguaggio più elegante ed espressivo, influenzato sicuramente da Auguste Rodin (1840-1917) e dalla Secessione dei Ventitré, nata proprio a Napoli come risposta alle Secessioni europee e con cui espone nel 1913.

Gli anni Venti e Trenta

Nel primo dopo guerra, Saverio Gatto riprende ad esporre nel 1920, partecipando alla Biennale di Venezia, per poi prendere parte alla Fiorentina Primaverile del 1922. Nel catalogo della mostra, dello scultore si dice: «La nota che predomina nella sua arte è la ricerca assidua per un’esatta caratterizzazione.

Talvolta questa ricerca è tormentosa addirittura: Gatto accentua i tratti caratteristici intensamente, in maniera da generare una espressività tra grottesca e caricaturale, che gli da una schietta individualità».

Questo naturalismo così accentuato, si affianca alla perfetta resa del movimento e dei volumi, che diventa ancora più preponderante con l’impiego, proprio a partire dagli anni Venti, della terracotta policroma, con cui riesce a dare la «sensazione calda e fremente della vitalità».

Verso la fine degli anni Venti, Saverio Gatto abbandona gradualmente questa tendenza espressiva per aderire a stilemi decisamente più solenni e classicisti, in concomitanza con l’avvicinamento al gruppo Novecento, segnato anche dalla corrispondenza epistolare con Adolfo Wildt (1868-1931).

Negli ultimi due decenni della sua carriera, ritorna ai consueti toni naturalistici, affiancando la scultura alla pittura ed esponendo fino alla metà degli anni Cinquanta. Muore a Napoli nel 1959, ad ottantadue anni.

Saverio Gatto: la scultura naturalista a Napoli nel primo Novecento

Dopo gli studi accademici, Saverio Getto esordisce coraggiosamente inviando al Salon di Parigi del 1906 una Testa di fanciullino – Vittorio, che dà avvio alla sua cospicua produzione naturalistica, collegata a filo diretto non soltanto con la tradizione verista partenopea, ma anche con l’intensa espressività della scultura ellenistica.

L’anno successivo, alla Mostra degli Amatori e Cultori di Belle Arti di Roma, espone In fasce, mentre a quella del 1908, una delle sue sculture più significative della prima fase, All’alba della vita, ripresentata al Salon dello stesso anno.

Sulla stessa linea stilistica procedono le sculture presentate alla Mostra Nazionale di Rimini del 1909, Motteggiatore, Testa di zingara e Assiderato, tre soggetti popolari, tratti dalla quotidianità ma contraddistinti da una lavorazione rapida e da un guizzo di verità che ritorna nell’Offesa della Biennale veneziana del 1910 e dell’Impertinente che viene esposta a Milano nello stesso anno, insieme alla testina in bronzo Sogni tranquilli.

Il mondo di un’infanzia serena e popolare torna ripetutamente nella produzione di Saverio Gatto, non solo in quella specificamente verista, ma anche in quella di derivazione classica e mitologica, cui si dedica con particolare attenzione durante gli anni Dieci, ispirato dalla Secessione dei Ventitré e dalla tendenza decorativa europea.

Figurina di ragazza nuda e Il sonno compaiono alla Mostra di Napoli del 1913, prime opere a seguire un impressionismo alla Rodin, fatto di passaggi volumetrici e luministici densi e in stretta comunicazione con lo spazio circostante, così come si nota nella Camicia del 1912.

Lo stesso, si può leggere nelle opere Impressione ed Imbronciata, inviate alla promotrice di Genova del 1914 e in Andromeda, La ninfa e il satiro e Il centauro ferito.

Tra i richiami all’ellenismo e la scultura novecentista

Il consueto naturalismo fatto di una forte sensibilità nei confronti degli affetti e degli atteggiamenti umani ritorna nelle opere esposte alla Fiorentina Primaverile del 1922, Suonatrice d’organetto, Suonatrice di cembalo, Suonatrice di chitarra, Donna con ventaglio, Provocatrice e Carmela.

Nello stesso anno, Saverio Gatto è di nuovo alla Biennale con Nei campi e L’acquaiolo, che richiamano apertamente la scultura ellenistica, così come La treccia – popolana napoletana della Biennale del 1924 e Il cieco della Biennale del 1926 e come le opere esposte alla personale dell’artista tenutasi alla Sindacale di Napoli del 1929.

Tra di esse, compaiono Lotta di centauri, Canefora, Nudo di donna, Il ratto, Clara, Bagnante e La spina, citazione dello Spinario antico. Le prime concessioni ad una poetica più novecentista si riscontrano all’inizio degli anni Trenta, con la terracotta Gianna della Quadriennale di Roma del 1931.

Questa scelta si risolve completamente nelle tre opere sposte alla Sindacale di Napoli del 1932, Il Duce, Contadina e Combattenti, solide e solenni, senza quell’espressività drammatica delle opere precedenti, che però, tornerà a breve a caratterizzare la scultura di Saverio Gatto, come sua cifra caratteristica, ad esempio nel Putto che piange del 1934.

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