Franco Gentilini

Franco Gentilini. Mosè Salvato dalle Acque. Tecnica: Olio su tela
Mosè Salvato dalle Acque. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Franco Gentilini (Faenza, 1909 – Roma, 1981) si forma inizialmente nella sua città natale, al seguito del pittore Roberto Sella (1878-1955). Successivamente, si trasferisce a Bologna per frequentare lo studio di Giovanni Romagnoli (1893-1979) che lo introduce ad una pittura vibrante e luminosa.

In questi primi anni si dedica ad uno stile verista con cui realizza paesaggi, Nel 1928, si reca a Parigi, intenzionato ad aggiornarsi alle tendenze europee. In questa occasione, rimane fortemente affascinato dalle opere impressioniste e soprattutto dalla vita artistica e culturale lontana dalla provincia.

Il trasferimento a Roma

Non è un caso, quindi, che l’anno successivo si trovi a Roma, dove inizia a frequentare con piacere la Terza Saletta del Caffè Aragno, incontrando artisti e scrittori come Ungaretti e Caldarelli. Nel 1932, si stabilisce definitivamente a Roma, dove comincia ad esporre con successo, in particolare alla Galleria Bardi, dove tiene una personale nel 1933.

Nella Capitale, Franco Gentilini ha modo di entrare in contatto con gli esponenti della Scuola Romana, acquisendo innanzitutto l’amore e la riscoperta per i primitivi, come Masaccio e Paolo Uccello. Non è una reinterpretazione da Novecento, poiché si tratta di una declinazione molto più espressionista, acquisita con la vicinanza ad artisti come Scipione (1904-1933).

A questo punto, il pittore faentino si fa interprete di un tonalismo liquido e delicato, con morbidi impasti cromatici, in cui le figure risultano suggestive e ieratiche, immobili nella loro essenza equilibrata e ritmica.

Partecipa alle Biennali di Venezia e alle Quadriennali romane tra gli anni Trenta e Quaranta e prolungando la sua attività espositiva anche nel dopoguerra.  Contemporaneamente avvia una fiorente attività grafica, illustrando diverse opere di Kafka e collaborando a riviste come “Quadrivio” e “L’Italia letteraria”.

La svolta degli anni Cinquanta

Franco Gentilini, sempre legato ad una pittura calibrata e ordinata, primitiva e enigmatica, si occupa anche di incisione e di scenografia teatrale, soprattutto nel corso degli anni Cinquanta. È proprio in questo decennio che, in occasione di una personale tenuta a Parigi, conosce Jean Dubuffet (1901-1985).

Pur non venendo influenzato puramente dall’Informale, ne acquisisce alcune peculiarità, come l’uso della sabbia nell’impasto cromatico, ottenendo così una sorta di “effetto affresco” di grande suggestione.

Nel corso degli anni Sessanta, la pittura di Gentilini si fa sempre più rarefatta e magica, lontana dal reale, spesso costellata da forme geometriche che sembrano condurci a dimensioni astratte, anche se sceglie di rimanere comunque un pittore figurativo.

Insegnante all’Accademia di Belle Arti di Roma dalla fine degli anni Cinquanta, il pittore si occupa per molti altri anni di illustrazione. Nel 1968 viene eletto accademico di San Luca. Muore a Roma nel 1981, all’età di settantadue anni.

Franco Gentilini e la Scuola Romana: le composizioni tonali e ieratiche

Il trasferimento a Roma conduce ilpittore faentino ad una scelta stilistica ben precisa. Si avvicina sin da subito agli esiti della Scuola romana, appoggiando quel tonalismo primitivista promosso da artisti come Corrado Cagli (1910-1976).

Un impasto cromatico sciolto e luminoso e a tratti più acceso e violento, caratterizza le composizioni del pittore faentino, spesso mosse da una sorta di dimensione estetica arcaica, in cui gli uomini risultano come entità sacrali e primigenie.

Molto importanti sono per Franco Gentilini gli autori del primo Quattrocento, con le loro forme essenziali e pure, come ben si nota dal Ritratto presentato alla Biennale veneziana del 1930. Alla Mostra Sindacale del Lazio del 1935 presenta Figura e Composizione e alla Quadriennale dello stesso anno Giovani in riva al mare e Ritratto.

In un certo senso, le opere ieratiche e statiche di Franco Gentilinii hanno a che fare con le immagini coeve di Giuseppe Capogrossi (1900-1972), popolate da figure assorte e arcaiche, caratterizzate da corpi ruvidi e possenti.

Questo primordialismo plastico investe in un certo senso anche il linguaggio di Franco Gentilini, come si nota in Mosè salvato dalle acque esposto alla Mostra Sindacale romana del 1936.

Alla III Quadriennale di Roma del 1939, l’artista faentino tiene una personale con venti opere, tra cui Il ratto delle Sabine, Ritratto di Renato Mucci, Autoritratto con fiore, Giuditta, Giovane con bottiglia, Ville romane, Festa campestre, Pomeriggio domenicale, Villa Borghese e Ritratto del pittore Ottavio Pinna.

Alla Quadriennale del 1943, invece, espone La ragazza alla spiaggia, Autoritratto con la moglie, La chiromante, L’annegato, La sartoria, La camera incantata, Terza classe. Tutte opere queste che rappresentano il culmine della sua fase tonale e di richiamo all’antico, prima di approdare, negli anni Cinquanta, ad una sorta di dimensione surreale e magica.

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