Gigante Giacinto

Giacinto Gigante. La Baia di Napoli con il Vesuvio sullo Sfondo
La Baia di Napoli con il Vesuvio sullo Sfondo. Tecnica: Olio su Tela

Biografia

Giacinto Gigante (Napoli, 1806 – 1876) viene inoltrato dal padre Gaetano, pittore classico, allo studio della pittura nel secondo decennio dell’Ottocento.

Prima lavora come incisore e topografo, poi come paesaggista. Completa la sua formazione nello studio di Antoon Sminck van Pitloo (Arnhem, 1790-Napoli, 1837) a Posillipo.
Da questo momento si fa interprete di una pittura sciolta dai canoni accademici, diventando uno dei più grandi rappresentanti della Scuola di Posillipo.

Soggiorna anche a Roma e a Sorrento e dagli anni Cinquanta ottiene dal re Ferdinando II delle due Sicilie l’incarico ufficiale di insegnare pittura alle proprie figlie.
Nell’ultimo decennio della sua vita Giacinto Gigante decide di riorganizzare i suoi disegni e quelli da lui collezionati, le sue incisioni e i suoi acquarelli. Li correda di annotazioni e precisazioni che poi ci sono pervenute tramite i musei che le hanno acquisite. Gigante muore a Napoli nel 1876.

Formazione

Inizialmente il padre Gaetano gli fa riprodurre paesaggi e ritratti di altri autori, mentre sul primo paesaggio dal vero, Vecchio pescatore seduto, compare la scritta “questo marinaio fu la prima figura che io feci dal vivo nel 1818”.

Dal 1820 Giacinto Gigante fa apprendistato nello studio di Jacob Huber (Düsseldorf, 1787-Zurico, 1871) che gli insegna l’uso dell’acquarello e della camera oscura per la realizzazione dei contorni dei paesaggi e delle vedute.

Nel frattempo diventa topografo lavorando al Real Ufficio Topografico e lì impara le tecniche incisorie come l’acquaforte e la litografia. Le utilizza nei suoi primi paesaggi e nell’elaborazione, insieme ad altri artisti, della carta topografica di Napoli.

L’importanza di Pitloo

All’inizio degli anni Venti Giacinto Gigante conosce il vedutista olandese Antoon Sminck van Pitloo e frequenta il suo studio per circa due anni. Qui  completa e migliora la sua formazione di paesaggista ed eredita le diverse confluenze della poetica di Pitloo, come gli elementi corotiani e turneriani.

Risale al 1824 il suo primo dipinto a olio, il Lago Lucrino (Napoli, Museo di San Martino), nel quale si possono osservare le novità apprese da Pitloo. Queste si manifestano nell’uso di un linguaggio dalle ascendenze nordiche unito e moderato dalla libertà e ampiezza del linguaggio meridionale italiano.

La Scuola di Posillipo

A questo periodo risale la formazione della Scuola di Posillipo, un cenacolo di artisti nordici e partenopei accerchiati attorno alla figura di Pitloo. Di base a Posillipo, sono accomunati dall’osservazione dal vero del paesaggio, con un netto distacco dalla veduta accademica.

Nel 1826 Giacinto Gigante soggiorna a Roma, dove lavora per un mese nello studio dell’acquerellista tedesco Wolfenberger.  Al suo rientro a Napoli, prende parte alla Mostra di Belle Arti borbonica, esponendo tra gli altri Anfiteatro a Pozzuoli.
Si tratta di un acquarello e matita su carta, dove con rapidità e con uno sguardo del tutto personale, raffigura dal vero una delle gallerie dell’Anfiteatro Flavio a Posillipo.

Nel 1827 si iscrive al Real Istituto di Belle Arti, dove conosce negli anni Trenta, il pittore russo Scedrin. Quest’ultimo gli permette di instaurare rapporti con i mercanti d’arte russi che gli procurano diverse committenze per le famiglie dell’aristocrazia.
Proprio per questo molti acquarelli e incisioni dell’artista sono conservati all’Ermitage di San Pietroburgo.

Nella metà degli anni Trenta realizza Tempio di Nettuno a Paestum, al Museo di Capodimonte. È un dipinto a olio estremamente luminoso che, con uno sguardo del tutto originale, inquadra una porzione del Tempio di Nettuno. Il Tempio è sormontato da un cielo limpido ed è infestato dalle erbacce secche. La resa cromatica e luministica dimostrano quando Giacinto Gigante abbia appreso il linguaggio sintetico di Corot.

Le vedute di Giacinto Gigante

Nel 1837 muore Pitloo per l’epidemia di colera diffusasi a Napoli. Da questo momento Giacinto Gigante diventa l’anima della Scuola di Posillipo, fino a quando nel 1848, per sfuggire alle rivolte contro i Borbone, si stabilisce a Sorrento.

Dagli anni Cinquanta ottiene dal re Ferdinando II delle due Sicilie l’incarico ufficiale di insegnare pittura alle proprie figlie. Nel frattempo continua a comporre suggestive vedute del Golfo di Napoli e si dedica anche ad un progetto di raccolta documentaria, tramite acquarelli, delle vedute di Pompei.

 

Ne è un esempio la bellissima Casa di Castore e Polluce, acquarello conservato a Sorrento al Museo Correale. Raffigura le tarsie policrome delle pareti della casa, con uno scorcio angolare nella luce del tardo pomeriggio che bagna i resti e genera ombre.

Dall’unità d’Italia in poi comincia a prediligere gli interni, ritraendo ad esempio La cappella del Museo di San Gennaro nel Duomo di Napoli, ora al Museo di Capodimonte e commissionata da Vittorio Emanuele II per poi essere presentata all’Esposizione di Parigi del 1867.

La cappella è gremita di persone perché, nel momento in cui Giacinto Gigante la ritrae, sta avvenendo il miracolo del sangue di San Gennaro.
Il realismo e la puntualità con cui sono realizzati gli interni della chiesa contrastano in parte con la resa della folla, per cui utilizza una pittura veloce, quasi inconsistente. Uno scenario variopinto che fa da pendant ai preziosi arredi e decorazioni dorate della cappella.

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