Guido Cagnacci

Guido Cagnacci. Natura morta con narcisi, frutta e selvaggina. Tecnica: Olio su tela
Natura morta con narcisi, frutta e selvaggina. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Guido Cagnacci (Sant’Arcangelo di Romagna, 1601 – Vienna, 1663), soprannome di Guido Canlassi, figlio di un conciatore di pelli, dimostra precocemente di avere una forte attitudine nei confronti della pittura.

Intorno ai quindici anni, viene mandato pertanto a Bologna, città in cui viene ospitato nella casa di un amico paterno, Girolamo Leoni, e in cui molto probabilmente entra in contatto con Guido Reni (1575-1642).

Molti studiosi ipotizzano un apprendistato giovanile presso Reni, ma recentemente è stata spostata la data del loro incontro solo alla metà degli anni Trenta, quindi quando Guido Cagnacci ha già trent’anni.

Le prime prove in Emilia Romagna: un caravaggismo temperato

Al termine degli studi di pittura a Bologna, Guido Cagnacci compie un paio di soggiorni a Roma all’inizio degli anni Venti, per completare la sua formazione.

È qui che avviene il naturale avvicinamento al luminismo e al naturalismo caravaggesco, che si riscontra soprattutto nelle prime prove dell’autore, come il giovanile e piuttosto acerbo San Marco della Pinacoteca di Rimini, realizzata intorno al 1625.

Rientrato in Romagna, nel 1627, riceve la sua prima committenza importante: lavora per la parrocchiale di Saludecio, vicino Forlì, eseguendo la Processione del santissimo Sacramento, altrimenti conosciuta come Pala di Sant’Arcangelo.

Alcuni brani sono stati eseguiti sicuramente a Rimini, perché nel Libro delle uscite e delle entrate del convento dei Carmelitani committenti, si legge che spesso si recano a Rimini per seguire da vicino l’andamento del lavoro.

L’influenza di Guido Reni

Mentre al 1635 risale l’opera successiva realizzata per la collegiata di Sant’Arcangelo, Il Bambin Gesù tra i santi Giuseppe ed Eligio. Mentre tutta la composizione, grazie ad una elegante luce radente, può essere letta in chiave caravaggesca, il Sant’Eligio presenta già il sentore di un linguaggio indipendente, di chiara vocazione bolognese, con evidenti richiami alla delicatezza cromatica di Guido Reni, che quindi non deve aver incontrato molto prima di questa data.

Nelle opere di questi anni non si possono ignorare le memorie provenienti dai suoi soggiorni romani, poiché vi si intravedono influenze non solo di Caravaggio (1571-1610), ma anche di Orazio Borgianni (1578-1616) e di Orazio Gentileschi (1563-1639).

Al 1637 risale la Maddalena per le suore Benedettine del convento di Santa Maddalena a Urbania, dove si fa sempre più viva l’interferenza del classicismo reniano. Lo stesso vale per la sorprendente composizione dei Tre martiri gesuiti del Giappone, eseguita per la chiesa del Suffragio di Rimini intorno agli stessi anni.

Ma nel linguaggio di Guido Cagnacci è possibile ravvisare anche le leggerezze del tonalismo veneto, come si nota nel Busto di Sant’Antonio da Padova e nella Madonna di Forlì, dove sembra riportare in vita i chiari e poetici accostamenti del Veronese.

Si tratta del periodo forlivese del pittore, risalente all’inizio degli anni Quaranta e durato sicuramente fino al 1643, quando si occupa delle opere per la cappella della madonna del Fuoco, La gloria di san Valeriano e La gloria di san Mercuriale.

Gli ultimi anni, tra Venezia e Vienna

È probabile che dopo il periodo a Forlì, anche a causa della situazione politica dovuta a Odoardo Farnese, Guido Cagnacci abbia passato qualche tempo a Firenze, per poi rientrare in Romagna solo nel 1647. Dopodiché rientra a Bologna per due anni, per poi trasferirsi a Venezia per circa un decennio.

Al periodo veneziano sono ascrivibili diverse opere, che ancora sono di incerta datazione, come del resto gran parte della produzione del pittore. A ogni modo, a Venezia esegue soprattutto dipinti “a mezza coscia”, tra cui il Busto di Seneca, la Cleopatra, il Ratto d’Europa e una Figura allegorica.

In queste opere si riscontra il bisogno di giungere alla formulazione di una bellezza ideale, ormai lontana dalle influenze caravaggesche e molto più vicina alle intenzioni classiciste di Reni.

Il Seneca potrebbe benissimo sembrare un santo cristiano, così come la Cleopatra una Vergine addolorata, come si ritrova anche nelle parole di Piergiorgio Pasini: «Siamo, come sempre, di fronte ad un’attrice di melodramma di consumato mestiere, la cui enfasi mimica ed espressiva in questo caso è resa convincente e persuasiva dall’altissima qualità del colore che assume toni profondi».

La leggerezza cromatica, i passaggi tonali languidi e le volumetrie morbide dei corpi accompagnano queste ultime opere di Guido Cagnacci, compreso il David. Nel 1660, viene invitato a Vienna da Leopoldo I e vi muore nel 1663 a sessantadue anni.

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