Guido Galletti

Guido Galletti. Paolina. Scultura in pietra
Paolina. Scultura in pietra

Biografia

Guido Galletti (Londra, 1893 – Genova, 1977), nato da una famiglia italiana di gioiellieri a Londra, si trasferisce molto presto a Genova. Dopo la morte del padre, a soli quattordici anni, il ragazzo inizia a fare i lavori più disparati, compreso l’aiutante di bottega.

Nel frattempo, versato nel disegno e nel modellato, cerca di finanziarsi gli studi all’Accademia Linguistica di Belle Arti di Genova. Esordisce nel 1910 alla Promotrice della città, dove esporrà regolarmente per tutta la sua carriera, rappresentando il rinnovamento delle arti plastiche il Liguria, insieme a Francesco Messina (1900-1995), nato in Sicilia, ma cresciuto a Genova.

Nel corso degli anni Dieci, il linguaggio di Guido Galletti risponde agli stilemi liberty e ad una certa vena simbolista che andrà piano piano scomparendo dopo la Prima guerra mondiale e con l’avanzare degli anni Venti, in corrispondenza del ritorno all’ordine.

Il Ventennio fascista

La vocazione di decoratore caratterizza Guido Galletti non solo in concomitanza con il periodo liberty, ma anche all’inizio degli anni Venti, quando partecipa alla Biennale di Monza. Tra déco ed elementi stilistici decisamente più classicisti o di chiara tendenza verista, si definisce il linguaggio dello scultore anche nel decennio successivo.

Accenti primitivisti, trattazione ruvida della materia e rielaborazione di un monumentalismo arcaico e spirituale si accompagna, in altre opere, a un verismo attento e spontaneo, soprattutto nei busti e nei ritratti.

Con il passare del tempo, giunge ad un formalismo sempre più sintetico, per cui le figure appaiono come accordi di masse plastiche in cui i dettagli risultano sempre meno presenti.

Tra gli anni Venti e Trenta i successi si susseguono incessanti per Guido Galletti, che partecipa anche a numerose rassegne internazionali, oltre che alla Biennale di Venezia, alle Quadriennali di Roma e alle Sindacali fasciste di Belle Arti.

Non sono poi da dimenticare le numerose opere pubbliche che lo scultore realizza prima della seconda guerra mondiale, soprattutto in area ligure. Soggetti prettamente legati all’ideologia del regime vengono realizzati con un linguaggio duro e monumentale e attraverso stilemi e simboli tipici del Ventennio.

Gli ultimi anni

Dopo la Seconda guerra mondiale, Guido Galletti si occupa soprattutto di monumenti ai caduti, di statue funerarie e di soggetti sacri realizzati per diverse chiese liguri, tanto da essere nominato membro della Pontificia Commissione per l’Arte Sacra in Italia. Muore a Genova nel 1977, ad ottantaquattro anni.

Guido Galletti: la scultura tra le due guerre, tra solido plasticismo e accenti veristi

Guido Galletti esordisce alla Promotrice genovese del 1910 con un Autoritratto dal carattere fortemente verista. Per tutti gli anni Dieci, dal punto di vista stilistico, lo scultore ligure si inserisce a metà tra interpretazione naturalistica e accenti simbolisti dal decorativismo liberty, come si nota da opere come La prigione del sogno o Sole d’inverno del 1914.

Partecipando alla Prima guerra mondiale, ne trae alcune impressioni poi esposte a Genova tra il 1916 e il 1917, tra cui Compagni di guerra, L’abbeverato e Soldati che si scaldano. Ma è negli anni Venti che il linguaggio dello scultore prende definitivamente forma, adeguandosi gradualmente agli stilemi del ritorno all’ordine.

Sempre concentrato su un sincero verismo, soprattutto nella ritrattistica, nelle sculture monumentali e nei soggetti più celebrativi si esprime attraverso un formalismo solido e rigido, che richiama la scultura arcaica, fatta di un plasticismo pieno e possente.

Questo cambiamento già si nota in alcune opere presentate alla Promotrice genovese del 1920, come Maternità e Nudo d’uomo, fino a giungere alla fine degli anni Venti, con l’elaborazione del Martellatore, una delle sue sculture più significative, esposta alla Mostra d’Arte Regionale Ligure.

La celebrazione delle virtutes

Guido Galletti partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia nel 1930, con Testa di giovanotto

e Figura, mentre nel 1931 espone alla Quadriennale di Roma Testa di bimbo, Balilla e Paolina. L’anno successivo è di nuovo alla Biennale con due sculture fondamentali che celebrano i fasti della storia romana: Menenio Agrippa e Orazio Coclite.

Alla Quadriennale nel 1935 presenta le tre sculture in bronzo Prometeo liberato, Ritratto di giovinetto e Ritratto del marchese Negrotto Cambiaso e contemporaneamente a Genova espone una delle sue opere più significative, la Diana cacciatrice.

Esaltazione delle glorie del passato, valori tratti dalla mitologia greca e romana, celebrazioni delle doti fisiche rispondono a pieno all’ideologia di regime, come si può leggere da alcune sculture della fine degli anni Trenta come Il condottiero e La Vittoria vigilante.

Al contempo, però, come accennato, nei ritratti Guido Galletti conserva un’intimità verista che rielabora anche alcuni stilemi ellenistici. Questa variazione è ben riscontrabile dal Ritratto di artigiano e dal Ritratto di bambina, presentati a Genova nel 1938, e anche dal Ritratto in pietra comparso alla Quadriennale di Roma del 1943.

Tra le opere monumentali, si ricordano la Minerva armata per la facciata della Biblioteca dell’Università di Genova, le allegorie della Geografia e della Nautica per l’E42, il Monumento a Nino Bixio a Genova.

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