Hartung Hans

Hans Hartung. Composizione, 1955 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela
Composizione, 1955 (dettaglio). Tecnica: Olio su tela

Biografia

Hans Hartung (Lipsia, 1904 – Antibes, 1989) si forma all’Akademie der Bildenden Künste di Lipsia studiando filosofia e storia dell’arte. In seguito passa all’Accademia di Dresda, per poi trasferirsi a Monaco, dove frequenta lo studio del pittore Max Doerner (1870-1939).

Sin dal 1922, Hans Hartung comincia a condurre le sue primissime ricerche pittoriche, che già nascondono i tratti della sua futura poetica dell’Informale. Infatti, sin da subito, mette in campo una pennellata sciolta e libera da qualsiasi intento tradizionale, cercando un dialogo tra zone di colore e parti di tela che emergono nella loro semplicità e purezza primordiale.

Molti studiosi hanno ravvisato in queste prime sperimentazioni l’influenza dell’Espressionismo tedesco di Emil Nolde (1867-1956). A partire dai primi anni Venti, la pittura di Hans Hartung si indirizza verso un astrattismo di impronta decisamente lirica, in cui, attraverso la tensione e il ritmo cromatico, intende giungere alla significazione di una purezza essenziale.

Il trasferimento a Parigi

Poco interessato alle esperienze didattiche del Bauhaus, si sposta dalla Germania alla Francia, stabilendosi definitivamente a Parigi nel 1932. Qui, fa la conoscenza degli scultori Alexander Calder (1898-1976), e Julio Gonzáles (1876-1942), che utilizza il filo metallico per le sue composizioni saldate, che sembrano essere da ispirazione alle prime opere su tela di Hans Hartung.

Altra figura fondamentale del primo periodo parigino è il pittore astrattista Jean Hélion (1904-1987), che diventa per lui una guida e un consigliere, in un momento di particolare difficoltà economica. Gli suggerisce, ad esempio di creare le sue opere su supporto cartaceo (decisamente meno costoso) e di tradurre su tela soltanto le più riuscite, senza cambiare nessun dettaglio.

Ecco allora che l’interpretazione della pittura di Hartung come pura gestualità ha bisogno di essere rimodulata su questa esigenza pratica, che ci propone i suoi segni sotto una luce nuova: più che effetto di una azione decisa e istintiva, possono essere considerati come il risultato di un processo più meditato e razionale, almeno per quanto riguarda le opere che precedono la Seconda guerra mondiale.

Durante il conflitto, entra nella Legione straniera e subisce l’amputazione di una gamba, evento tragico che lo tiene per lungo tempo lontano dalla pittura, per ritornarvi solamente dopo il 1945, quando ottiene la cittadinanza francese.

Il dopoguerra e il successo

Nel dopoguerra emerge il forte dialogo tra fondo delicatissimo, quasi trasparente e monocromo, e il gesto segnico graffiante, realizzato quasi sempre non con il pennello, ma con un punteruolo smussato. Questi risultati vengono mostrati nella sua prima personale del 1947, presso la Galerie Lydia Conti di Parigi.

Nello stesso anno, partecipa alla collettiva L’imaginaire alla Galerie du Luxembourg, da cui viene fuori l’espressione “astrattismo lirico”, in riferimento alle sue opere.  Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, prende parte più volte alla Documenta di Kassel. Negli anni Sessanta, inizia ad inserire alcuni elementi materici nelle sue tele. Ottiene il Gran Premio per la pittura alla Biennale di Venezia nel 1960.

Nel decennio successivo, Hans Hartung pubblica le sue memorie, l’Autoportrait, che segna la sua maturazione artistica ed intellettuale, coronata anche dall’elezione a membro dell’Académie des Beaux-Arts di Parigi.

Al 1981 risale l’importante retrospettiva che gli viene dedicata da tre grandi istituzioni museali europee: la Städtische Kunsthalle di Düsseldorf, la Staatsgalerie Moderner Kunst di Monaco e la Henie-Onstad Foundation di Oslo. Quattro ani dopo, ne segue un’altra, questa volta nella sua città d’adozione, al Grand Palais di Parigi. Muore nel 1989 ad Antibes, in Costa Azzurra, ad ottantacinque anni.

Hans Hartung: l’Astrattismo lirico, tra gesto e spazio

Prendendo le mosse dall’Espressionismo tedesco di Nolde, Hans Hartung adotta, sin dagli anni Venti, un cromatismo deciso, spontaneo, libero. La modulazione del colore corrisponde ad un’esigenza spirituale e lirica che giunge fino alle opere più conosciute del dopoguerra, nel momento d’oro dell’Informale europeo.

Lontano dalle espressioni materiche di Fautrier, l’artista raggiunge il successo negli anni Cinquanta, con la serie delle T. Ad esempio T 1959-19, dipinto conservato alla Galleria Nazionale di Roma, lo porta all’ottenimento del Leone d’oro alla Biennale di Venezia del 1960.

In quest’opera, si esprime a pieno la volontà di ricerca spaziale e gestuale del dopoguerra, quando ormai lavora direttamente sulla tela e non ha più bisogno di passare prima dal modello su carta. A questo punto, la meditazione scompare e lascia il passo al gesto rapido e volitivo, che dà vita ad un alfabeto primitivo ed intimo, fatto di poche e decise pennellate graffianti sulla tela, con fondo rigorosamente monocromo.

Il segno

Il segno, la traccia gestuale emerge dunque da uno spazio preciso, realizzato con perizia e attenzione, in modo da creare un contrasto tra ordine e disordine, rigore ed impulso. Sono tele calibrate su equilibri delicatissimi che si esprimono mediante l’esperienza intima di Hans Hartung con il colore, con lo spazio di fronte e lui.

Il segno, dopo aver preso forma sulla tela, assume il ruolo di memoria visiva di un’azione, quella disperata del pittore, in cui trasmette tutto il suo dolore e il suo stato d’animo scaturito dalla tragedia della guerra.

La sua, dunque, è una riflessione sull’esistenza, come si nota anche dalle diverse Composizioni che esegue negli anni Cinquanta e Sessanta, che spesso hanno il valore di obliterazioni. Come evidenzia Argan, «il gesto che crea lo spazio, è anche un gesto negativo, che cancella ogni precedente nozione di realtà: il segno tracciato dal gesto di Hartung attraversa nero e deciso il campo della tela […] Nasce con Hartung quella che potremmo chiamare l’iconografia o, più giustamente, la semantica della negazione del mondo».

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