Innocenti Bruno

Bruno Innocenti. Ritratto – Figura giacente. Scultura in gesso
Ritratto – Figura giacente. Scultura in gesso

Biografia

Bruno Innocenti (Firenze, 1906 – 1986) figlio di un orafo fiorentino, nel 1920, viene incoraggiato dalla famiglia a studiare disegno e scultura e per questo viene iscritto all’Istituto d’Arte di Firenze.

Ha come maestro Libero Andreotti (1875-1933), che accoglie il ragazzo sotto la sua ala e, dopo il diploma del ragazzo, lo incoraggia a continuare con la carriera artistica, invece di lavorare nella bottega orafa del padre.

Tra le prime prove scultoree di Bruno Innocenti vi sono proprio alcune collaborazioni con il maestro Andreotti, che lo accoglie come apprendista nel suo studio. Nella sua prima fase si trovano soprattutto opere grafiche che riflettono il sintetismo di Andreotti e la scelta di masse equilibrate e salde, riletture della scultura del Quattrocento fiorentino.

Verso la fine degli anni Venti, momento a cui risale l’esordio pubblico del giovane artista, le caratteristiche grafiche cominciano a permeare le sue opere scultoree, caratterizzate da grandi e solenni masse volumetriche e da una spiccata sensibilità nella resa del sentimento umano.

L’attività espositiva e il successo degli anni Trenta e Quaranta

Pur figurando sempre agli occhi della critica come l’allievo di Bruno Innocenti e quindi restando in un costante confronto con il maestro, nel corso degli anni Trenta, sviluppa un personale linguaggio, raffinato e lontano dal monumentalismo di stampo fascista.

Il suo, più che altro, si può definire come un primitivismo espressionista e a tratti drammatico, costituito prevalentemente da nudi femminili, da figure della mitologia, da busti di donne del popolo, ma anche da ritratti vibranti e attraversati da una forte introspezione psicologica.

La linea dura e sintetica si rifugia in una lavorazione scabra ed espressiva della materia, dalla terracotta, al bronzo, al marmo, che evidenziano un realismo forte e sincero, non sempre apprezzato dalla critica.

In ogni caso, lo scultore fiorentino partecipa a diverse edizioni della Biennale di Venezia, a partire dal 1928, alla Quadriennale romana dal 1931, alle Mostra d’Arte Regionale Toscana, alle Sindacali fasciste, al Premio Bergamo del 1940 e all’Esposizione Universale di Parigi del 1937.

Il soggiorno a New York e gli ultimi anni

Nell’immediato dopoguerra, Bruno Innocenti decide di trasferirsi a New York per seguire sua moglie e i suoi figli. Vi rimane per poco più di un anno, continuando a lavorare alle sue sculture, seppur con meno intensità, dovuta alla sua non completa integrazione nell’ambiente artistico newyorkese.

Ciononostante, nel 1951, il Metropolitan gli dedica una ricca personale, quando l’artista si trova già nella sua ultima fase produttiva: dopo il suo rientro in Italia e nel corso degli anni Sessanta e Settanta, persi i contatti degli anni giovanili, lo scultore si chiude in composizioni prive della viva espressività degli inizi.

Un barlume di novità ed energia si riscontra principalmente nella progettazione e produzione di ceramiche per la Richard Ginori di Doccia, per cui lavora dal 1962 agli anni Ottanta. Muore nella sua Firenze nel 1986, ad ottant’anni.

Bruno Innocenti: una scultura espressiva tra primitivismo e realismo

Le prime prove scultoree di Bruno Innocenti si possono osservare nella collaborazione con il maestro Andreotti, in alcuni monumenti ai caduti, realizzati nel primo dopoguerra. Ma la vera espressione individuale dell’artista fiorentino si rivela alla fine degli anni Venti, quando inizia ad esporre.

Esordisce, infatti, alla Sindacale fiorentina del 1927 con Giovinetta, mentre l’anno successivo è alla Mostra Regionale d’Arte Toscana con ben sei sculture ed una serie di disegni: Ritratto di R. Romiti, Testa, Mattino d’inverno, Nudo, Giardino e Case. Nello stesso anno, partecipa per la prima volta alla Biennale di Venezia, con un calamaio in bronzo decorato con la Nascita di Venere.

Queste prime espressioni rivelano già un andamento primitivista ed emozionante, completato da una fortissima attenzione per il valore della materia, spesso lasciata nella sua essenza grezza e scabra. Seppure le figure risultano influenzate dalla plasticità novecentista, in loro non rimane nulla di quella solennità spesso celebrativa, perché ci appaiono piene, vibranti, ricche di sbavature ed imperfezioni che le rendono vive e legate ad un Espressionismo reale e personalissimo.

Ben nove opere compaiono alla Regionale Toscana del 1930: Cerro, Figura bianca, Figura blu, Gamberaia, Pantaloni al sole, Ritratto – figura giacente, Nudo di fanciulla, Cipressi e monti, Riposo. Alla Biennale dello stesso anno, Bruno Innocenti invia un Ritratto e Michelangiolino.

La chiarezza del Quattrocento fiorentino si unisce ad un verismo a tratti crudo che si risolve nella ruvidità della terracotta o del gesso, come si nota da Lilia nuda, esposta alla Quadriennale di Roma del 1931. Alla Biennale del 1932 partecipa con Rita e Bruno Biondi, alla Quadriennale romana del 1935 con i tre opere in bronzo Concetta, Ritratto di Biancini e Nudo di donna.

Il bel Ritratto di G.K. compare alla Sindacale fiorentina del 1936, insieme al Ritratto di Edmondo Conetta, legato al Ritratto femminile esposto alla Quadriennale di Roma del 1939. Tra le ultime esposizioni cui partecipa vi è la Quadriennale del 1943, in cui presenta due Ritratti e Rossana in gesso.

Terracotta, pietra porfirica, legno e ceramica sono i materiali che sperimenta più frequentemente per le sue figure femminili degli anni Trenta e Quaranta, forti protagoniste dei racconti mitologici come le Erinni, donne fatali come Cleopatra o donne del popolo come Giovanetta, o sante come la solenne e ieratica Santa Teresa.

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