Jerace Francesco

Francesco Jerace. Francesco Crispi (dettaglio). Tecnica: Marmo
Francesco Crispi (dettaglio). Tecnica: Marmo

Biografia

Francesco Jerace (Polistena, 1854 – Napoli, 1937) nativo di un paesino in provincia di Reggio Calabria, viene introdotto alla scultura dal nonno Francesco, decoratore. Nel 1869, il promettente giovane, si trasferisce a Napoli, dove inizia a frequentare l’Accademia di Belle Arti.

Il fermento verista napoletano

A Napoli, Francesco Jerace, frequenta i maggiori rappresentati del verismo, come Filippo Palizzi (1818-1899), Gabriele Smargiassi (1798-1882) e Domenico Morelli (1826-1901). Dopo aver fatto la conoscenza di Francesco Saverio Altamura (1822-1897), con cui stringe una forte amicizia, viene introdotto ad Edoardo Dalbono (1841-1915).

Nel 1872 espone per la prima volta alla Promotrice napoletana e nello stesso anno, vinto il pensionato, si reca a Roma per perfezionarsi. Ritornato a Napoli dopo un anno, Jerace entra in contatto con facoltosi collezionisti napoletani come il banchiere Oscar Meuricoffre, da cui riceve una serie di incarichi decorativi per la sua villa di Capodimonte e non solo.

Se fino a questo momento Francesco Jerace aveva ancora mediato il verismo con un tipo di scultura esteticamente aderente all’idea di un bello accademico, all’Esposizione Nazionale di Napoli del 1877, esplode la sua netta adesione al vero. Ciononostante, permane nello scultore una certa tensione verso l’idea michelangiolesca dei corpi e delle espressioni.

Il successo

L’inusitata capacità dello scultore calabrese di coniugare bello ideale e un realismo particolareggiato e moderno gli procura una lunga serie di premi e riconoscimenti a cominciare dagli anni Ottanta dell’Ottocento.

I suoi soggetti sono soprattutto tratti dalla storia e dalla letteratura, ma non si può non tenere conto anche dell’attività di ritrattista di Francesco Jerace. Nei busti, lo scultore mostra ancora una volta di saper coniugare classicismo e modernità, in un guizzo veloce e sapiente. L’espressività e il pathos traspaiono da volti e pose estremamente realistiche, in una commistione perfetta.

Dal 1895 inizia a partecipare alla Biennale di Venezia, in cui esporrà, per l’ultima volta, nel 1926. Come un maestro antico, Francesco Jerace è in grado di consegnare una valenza di ponderazione e pathos ai personaggi effigiati, senza eccedere in enfasi accademica da una parte o in uno sfrenato verismo dall’altra.

Nel Novecento, lavora soprattutto nell’ambito della committenza pubblica, occupandosi, ad esempio del gruppo L’azione per il Vittoriano di Roma o del Monumento ai caduti di Reggio Calabria. Continua a lavorare fino all’inizio degli anni Trenta, partecipando all’ultima esposizione napoletana nel 1935. Muore a Napoli nel 1937, a ottantatré anni.

Francesco Jerace: la scultura tra tensione classica e un fresco verismo

Per Jerace giungere a Napoli alla soglia degli anni Settanta significa naturalmente entrare in contatto con la scuola verista. Esordisce alla Promotrice napoletana del 1872 con Ritratto della Principessa Galizon, Marafioti, cronista delle Calabrie e Il primo premio ritratti in terracotta o gesso che lo avvicinano alla poetica verista di Vincenzo Gemito (1852-1929). Infatti, allo stesso periodo risale lo scugnizzo in gesso Guappetiello, che segna l’adesione ai modi dello scultore napoletano.

Ciononostante non si può mai escludere nel linguaggio di Francesco Jerace una certa tensione classico accademica lontana certamente dalla retorica perché unita alla freschezza del realismo partenopeo. Dunque, all’importanza patetica dei gruppi e dei ritratti, lo scultore unisce l’attenzione alle espressioni realistiche dei volti e delle pose.

All’Esposizione Nazionale di Napoli del 1877 presenta Nannina, Duchessa Ravaschieri, Madama Strourt. Nel 1880, partecipa all’Esposizione di Torino, presentando un gruppo di otto sculture, divise tra soggetti storici, ritratti e scene tratte dalla quotidianità: Sarà mio…, Ritratto, Ines, Soggetto romano, Marion, Mariella e Victa.

Soprattutto l’ultima scultura ricorda sicuramente l’accezione di un’allegoria classica, ma portata nel presente, con tutte le valenze emotive concentrate nello sguardo e nel volto di una donna “vinta”, che sia essa una nazione o una regina persiana, a seconda delle varie interpretazioni date.

Una tappa importantissima della maturità di Francesco Jerace è la partecipazione all’Esposizione di Palermo del 1892, dove presenta Arianna, Erculiana, Carmosina, L’abate toscano, Principe di Satriano e i bassorilievi in gesso Fauna e Flora.

Arianna, scultura che ancora una volta coniuga classicismo ed espressione naturale, vince la medaglia d’oro, confermando Francesco Jerace come l’artista che attribuisce valore di realtà a soggetti storico mitologici.

Verismo e pathos

Nel 1895 Francesco Jerace partecipa alla prima Biennale di Venezia con Anacreontica, Beethoven, Ritratto. Pochi anni prima, aveva iniziato a lavorare a diversi incarichi pubblici, che nel Novecento, aumentano gradualmente. Nel 1888 aveva realizzato la statua di Vittorio Emanuele II per la facciata del Palazzo Reale di Napoli.

La Conversione di Sant’Agostino viene invece realizzata per la chiesa di Santa Maria a Varsavia, con un’inedita espressione dei volti, sentita e vera. Il gruppo viene presentato poi alla Biennale del 1899, insieme a Paolo IV, Enrico Panzacchi, Datura, Velia ed Iva. Queste ultime, tutte sculture di donne delicatissime e poetiche.

Alla Biennale del 1903 compaiono Il ritratto della Principessa Galatro Colonna, Giosuè Carducci e Lilea. Agli stessi anni risale anche il busto di Francesco Crispi, elaborato in tre versioni che uniscono sapientemente verismo e pathos espressivo. Nel 1909 tiene una personale che comprende ventuno opere, alla Biennale di Venezia.

Tra di esse compaiono Malandrina, L’angelo della carità, Testa muliebre, Federico II, Amedeo Berner, Figliuoli Friedlander e Satiretto. Per tutti gli anni Dieci e Venti lavora ad una serie di sculture pubbliche e celebrative, ritratti e gruppi scultorei. Partecipa alla sua ultima Biennale nel 1926 con Nosside di Locri, mentre, nella sua ultima esposizione napoletana presenta Gian Battista Vico.

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