Licini Osvaldo

Osvaldo Licini. Ritmo Rosso. Tecnica: Olio su tela, 26 x 19 cm
Ritmo Rosso. Tecnica: Olio su tela

Biografia

Osvaldo Licini (Monte Vidon Corrado, 1894 – 1958) nasce nelle Marche, ma i genitori si trasferiscono ben presto a Parigi, per motivi lavorativi. Il ragazzo rimane con il nonno e, terminati gli studi liceali, si forma presso l’Accademia di Bologna, dove stringe amicizia con Giorgio Morandi (1890-1964) e Mario Tozzi (1895-1978) che poi rincontrerà a Parigi.

In seguito, frequenta l’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove, tra il 1913 e il 1914 ha modo di visitare le mostre futuriste di Lacerba alla Galleria Gonnelli e di assistere a serate futuriste del Caffè delle Giubbe Rosse.

Nel 1915, parte volontario per la guerra, ma nel 1917 riesce a raggiungere la famiglia a Parigi, dove entra in contatto con gli sviluppi dell’arte europea. Nel fiorente periodo parigino, partecipa a diverse mostre al Salon d’automne e al Salon des Independants.

Nel suo primo periodo di produzione, Osvaldo Licini si dimostra affine alla poetica di ritorno all’ordine di Novecento, tanto che partecipa, nel 1926 e nel 1929, alle mostre del Gruppo a Milano. Ma dopo l’intensa e variegata fase di formazione, alla fine degli anni Venti, l’artista rientra nel suo piccolo paese di Monte Vidon Corrado.

La svolta stilistica degli anni Trenta

L’inizio degli anni Trenta rappresenta per Osvaldo Licini un momento di ritiro artistico e spirituale. A Monte Vidon Corrado ragiona sulla sua pittura, allontanandosi da Novecento e sperimentando stili nuovi. Nel 1935, compie un ulteriore viaggio a Parigi dove entra in contatto con il gruppo Abstraction – Création.

Conosce Vasilij Kandinskij (1866-1944), František Kupka (1871-1957) ed Alberto Magnelli (1888-1971) e così si converte alla pittura astrattista anche in seguito alla lettura del manifesto Kn di Carlo Belli.

La scelta della non-figurazione corrisponde, per Osvaldo Licini, non alla creazione di forme geometriche perfette e liriche, ma a paesaggi della mente, in cui forme disegnate istintivamente si uniscono a creare architetture fatte di piccoli moduli quadrangolari.

L’attività espositiva e il successo nel dopoguerra

Rispetto agli altri autori astrattisti, le sue forme non sono perfette, ma spesso appaiono sghembe e ricche di un’interpretazione personale e animata dell’astrattismo. Dopo aver preso parte alla Quadriennale di Roma del 1931 e del 1935, partecipa alla Prima mostra collettiva di arte astratta italiana a Torino nello studio di Felice Casorati ed Enrico Paulucci.

In questa occasione, Osvaldo Licini ha modo di legare con gli altri rappresentanti dell’astrattismo italiano, Mauro Reggiani (1897-1980), Mario Radice (1898-1987), Fausto Melotti (1901-1986), Lucio Fontana (1899-1968) e Atanasio Soldati (1869-1953).

Nel 1941, firma il Manifesto del Gruppo primordiale futurista, per sottolineare la sostanza di valore primordiale dato all’arte astratta, insieme agli astrattisti comaschi. Nel dopoguerra, si ritira di nuovo nel suo paese natale, dove dà avvio ad una ricerca ancora più geometrizzante, che lo porta ad esporre con regolarità alla Biennale di Venezia.

Nel 1958, il Centro Culturale Olivetti ad Ivrea gli dedica una importante personale curata da Giuseppe Marchiori, che nel 1946 aveva fondato le basi teoriche del Fronte Nuovo delle Arti.

Osvaldo Licini muore proprio nel 1958, a sessantaquattro anni, mentre alla Biennale ha una sala personale con allestimento dell’architetto Carlo Scarpa (1906-1978). In questa occasione riceve il Gran Premio Internazionale per la pittura.

Osvaldo Licini: la prima fase figurativa e il legame con Novecento

Nonostante le frequentazioni futuriste a Firenze, all’inizio degli anni Dieci del Novecento, Osvaldo Licini non entrerà mai a far parte del Movimento. Già durante il suo soggiorno parigino del 1930, entra in contatto con le avanguardie europee, in particolare con il Cubismo.

Assiste anche a Parade di Cocteau, sperimentando quel clima di forte cambiamento avanguardistico dovuto alla fine della Prima guerra mondiale. Ciononostante, rientrato in Italia, viene coinvolto dal clima del ritorno all’ordine di Novecento a Milano, partecipandovi, però, senza mai aderire a quel classicismo rigido e nostalgico.

Il suo è più un verismo, per così dire, espressionista, in cui la linea di contorno vibrante e viva accoglie ritratti e scene di grande intensità. Dunque, partecipa alle due mostre di Novecento a Milano nel 1926 e nel 1929 e a quella itinerante nel 1930.

Alla Quadriennale di Roma del 1931, Osvaldo Licini si presenta con due dipinti ancora figurativi, Paesaggio e Figura in verde, delicatissimi, gli ultimi prima della prorompente fase astratta della metà degli anni Trenta.

L’Astrattismo

Il 1935 è un anno cruciale per Osvaldo Licini: è quello dell’approdo all’Astrattismo. Dopo il viaggio a Parigi e la conoscenza del gruppo Abstraction – Création, si avvicina anche in Italia al gruppo degli astrattisti. Proprio in questo stesso anno, partecipa alla Quadriennale romana con le sue prime tre opere astratte Il bilico, Castello in aria e Stratosfera.

Sempre nel 1935 partecipa alla Mostra degli Astrattisti Italiani a Torino e tiene la sua prima personale presso la Galleria del Milione a Milano, in cui presenta trentotto opere astratte e non, riassuntive della sua carriera fino a quel momento.

Tra di esse compaiono Notturno n.1, Notturno n.2, Ritmo rosso, Composizione n.4, L’incostante, Mongolfiera, Primo dipinto 1909, Natura morta, Paesaggio, Uccello n.1, Castello, Crepuscolo, Composizione irrazionale e Incongruo.

Le opere dell’autore, a questo punto, si riempiono di un’astrazione lirica basata su composizioni semplici e spontanee, fatte non solo di linee e forme, ma anche di segni particolari, come frecce, asterischi e diagrammi su campiture piatte di colore.

Di nuovo al Milione, nel 1937 propone Composizione, Tulipano ed Obelisco, conservato alla GAM di Milano. Due anni dopo, partecipa alla III Quadriennale di Roma con due Composizioni astratte. Nel dopoguerra, la geometria di Licini si fa più severa e meno libera e fantasiosa.

Con il tema dell’Amalassunta partecipa alla Biennale del 1950, ottenendo un’approvazione generale da parte della critica, che lo accompagna fino alle successive esposizioni.

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