Longo Mancini Francesco

Francesco Longo Mancini. Vanitosa (dettaglio. Tecnica: Olio su tela.
Vanitosa (dettaglio. Tecnica: Olio su tela. Firmato in basso a destra “F. Longo Mancini”)

Biografia

Francesco Longo Mancini (Catania, 1880 – Roma, 1948), dopo essersi diplomato presso l’Istituto tecnico della sua città, viene attratto dalla pittura. Quindi si forma inizialmente nello studio catanese di Giuseppe Sciuti (1834-1911).

Il suo mentore più che maestro vero e proprio, nella seconda metà degli anni Sessanta, si era recato a Napoli per frequentare la scuola di Domenico Morelli (1826-1901), aderendo al genere storico. Decoratore e frescante di grande respiro in chiese e palazzi siciliani e non solo, Giuseppe Sciuti è il primo ispiratore e consigliere di Francesco Longo Mancini.

La pittura di storia di stampo realistico ereditata da Domenico Morelli, ma anche gli accenti neo pompeiani, sono i primi esempi di pittura in cui cresce il giovane artista. Proprio Giuseppe Sciuti gli consiglierà di approfondire la sua formazione a Roma, sempre sotto il suo controllo lontano.

Il trasferimento a Roma

Vinta una borsa di studio, riesce quindi a trasferirsi nella Capitale nel 1898. Per mantenersi, realizza piccole teste e graziosi ritratti da vendere a dieci lire, per il mercato più semplice.

Quando entra nello studio di Francesco Jacovacci (1840-1908), Francesco Longo Mancini apprende quella pittura di ricostruzione storica e le affascinanti scene in costume tanto di moda negli anni Settanta e Ottanta, grazie alla diffusione del gusto Goupil.

Jacovacci gli trasmette quella pittura brillante e delicata, ma allo stesso tempo attenta al dettaglio e ad una scelta cromatica intensa. Sicuramente, alla Scuola Libera del Nudo, che frequenta a Roma, può approfondire lo studio della figura umana, che tanto saprà declinare nelle fantasiose rappresentazioni di donne e fiori.

Una pittura da salotto borghese

Esordisce a Roma nel 1898 e poi continua ad esporre tra Roma e Catania, raggiungendo sempre un buon successo di pubblico. Nonostante siano gli anni del Verismo sociale, Longo Mancini non lascia spazio a questo genere e si fa interprete di scenette leziose e piacevoli.

Si ispira a storie romantiche e ad episodi del medioevo e della Spagna costumbrista, e si identifica con rappresentazioni luminose di costumi carnevaleschi, come dimostrano le sue Arlecchine e i suoi Pierrot.

Al centro di tutto, la celebrazione della bellezza muliebre, quella spensierata delle gitane e delle fanciulle con fiori, ma anche quella dei più sensuali nudi di donne. Importanti per lui sono anche artisti romani come Antonio Mancini (1852-1930)., suo caro amico.

Da lui preleva la pennellata vibrante, gli accordi cromatici tra il chiaro e lo scuro e le composizioni spensierate dedicate ai saltimbanchi del suo periodo più luminoso, quello dopo il contatto con Mariano Fortuny (1838.1874).

Francesco Longo Mancini si specializza, così, in una pittura da salotto, graditissima al mercato borghese dell’epoca. Non fa parte di nessuna scuola ben precisa, ma d’altra parte è rappresentante di un linguaggio personalissimo e di una pittura assidua ed instancabile.

Dipinge molto tra gli anni Venti e Trenta, esponendo alle Mostre romane degli Amatori e Cultori e tenendo alcune personali come quella alla Galleria della Barcaccia, in piazza di Spagna, del 1937. Dipinge fino alla fine, quando viene colpito da una grave malattia che lo conduce alla morte nel 1948 a Roma, all’età di sessantotto anni.

Francesco Longo Mancini: una pittura fresca e piacevole

Il suo stile, caratterizzato da una pennellata gaia e fresca, arricchita da una tavolozza chiara e leggera è fatta per delineare vari aspetti della femminilità, ma anche quelli psicologici delle figure mascherate. Per questo è stato definito spesso l’ultimo pittore del romanticismo, nella predilezione di scene sentimentali e intensamente piacevoli.

Spesso fanno la loro comparsa scenette neo settecentesche sulla scia del suo maestro Jacovacci, ma di gran lunga predilige le scene e i ritratti in cui è protagonista la donna. Esordisce a Roma nel 1898 con il dipinto di genere Partita alle bocce, mentre nel 1907, a Catania espone La preghiera di Maometto, opera poi acquistata dal Re Vittorio Emanuele.

Nel 1912, alla Mostra degli Amatori e Cultori di Roma, presenta I superstiti, che segna il suo primo vero e proprio successo. È qui che si manifesta la sua pittura fatta di limpidezza del colore, gesto sicuro ed armonia cromatica. Nello stesso anno vende il dipinto Il nonno ad una galleria berlinese.

Le sue opere sono aggraziate e leggiadre, narratrici di una femminilità gioiosa e a tratti sensuale, ma sempre delicata. A volte sembra unire, nelle composizioni più alla moda, il gusto rococò ad un “trasparente” impasto impressionista, soprattutto nelle opere più facili e gradite al mercato. Ma sa essere anche più impegnato, soprattutto nei ritratti e nei nudi di donna, dove si affida ad un chiaroscuro più marcato, ereditato da Antonio Mancini.

La celebrazione della figura muliebre, tra nudi e ritratti “floereali”

Dopo aver preso parte alla prima guerra mondiale, nel 1921 viene ordinata la personale di Francesco Longo Mancini alla Galleria della Barcaccia in Piazza di Spagna. Nel 1925, invece espone presso la Galleria Vitelli di Genova, per poi tenere un’altra personale alla Bottega di Poesia di Milano, nel febbraio dello stesso anno.

Ancora, vanno ricordate le mostre personali presso la galleria catanese Lyceum, sia quando Francesco Longo Mancini è ancora in attività, negli anni Venti, sia dopo la sua morte. L’antologica tenutasi postuma, nel 1949, proprio al Lyceum di Catania presenta il più grande riassunto della sua produzione.

In essa si vedono le forme aggraziate e la pittura aristocratica di Francesco Longo Mancini, fatta di donne dallo sguardo languido e dal sorriso accattivante, perse nei loro pensieri, nelle loro gelosie e nella loro vanità e civetteria.

La pennellata morbida ed elegante si sprigiona grazie ad una tavolozza vaporosa e chiara, fatta di soluzioni ed accostamenti a tratti leziosi, ma sempre sapienti. Il carattere e i tipi psicologici emergono da dipinti come L’arlecchina, La lettera di Pierrot, Dopo il veglione, L’ultima commedia, ma anche da altre eleganti e sbarazzine Colombine e Mascherine e Ballerine.

Invece, della mostra alla Galleria Trieste del 1938, viene soprattutto esaltata dalla critica l’opera Allo specchio, in cui una donna nuda di spalle e in penombra si aggiusta i capelli, guardandosi, sensuale, allo specchio.

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