Marino Marini

Marino Marini. Giovinetta Coricata, 1930. Tecnica: Scultura in Terracotta
Giovinetta Coricata, 1930. Tecnica: Scultura in Terracotta

Biografia

Marino Marini (Pistoia, 1901 – Viareggio, 1980) a diciassette anni si trasferisce a Firenze per frequentare l’Accademia di Belle Arti, dove inizialmente frequenta i corsi di disegno e di incisione. Nel 1922, decide di seguire il corso di scultura tenuto da Domenico Trentacoste (1859-1933). Sin da subito, si fa interprete di una statuaria che tiene conto profondamente delle sue origini toscane.

Studia approfonditamente le opere scultoree della tradizione etrusca, facendo suo questo importante periodo storico artistico, di cui si sente erede e continuatore. D’altra parte, però, è anche molto vicino al modellato medievale, in particolare gotico, e soprattutto alla modernità, che assorbe tramite i frequenti viaggi in Europa e la conoscenza di diversi artisti.

Anche dal punto di vista pittorico e non solo scultoreo, Marino Marini si dimostra fortemente legato all’antico: i suoi principali riferimenti degli anni Venti sono, infatti, Piero Della Francesca e Masaccio, nell’ambito della poetica di Novecento, con cui espone nel 1929.

Il trasferimento a Milano e i numerosi viaggi

Nel 1927, conosce Arturo Martini (1889-1947) che, due anni dopo, lo invita a prendere la sua cattedra di Scultura presso la Scuola d’Arte di Monza dove insegnerà fino al 1940. A questo punto, si trasferisce a Milano e proprio nel 1929 si mostra ottiene un grande successo come scultore alla Mostra d’Arte Regionale Toscana.

Dopo aver compiuto un viaggio a Parigi che lo arricchisce sia dal punto di vista pittorico che plastico, Marino Marini tiene la sua prima personale nel 1932, alla Galleria Milano. Nel corso degli anni Trenta compie diversi viaggi tra la Francia, la Germania e l’Olanda e, nel frattempo, partecipa con regolarità alle maggiori esposizioni italiane, tra cui la Biennale di Venezia e la Quadriennale di Roma.

I viaggi nelle grandi capitali europee gli permettono di conoscere più approfonditamente la scultura gotica, in particolare quella dei portali strombati delle grandi cattedrali francesi e tedesche. A questo punto, si definiscono i temi fondamentali della sua poetica, il cavaliere, il pellegrino, Pomona, il gentiluomo a cavallo.

Ma soprattutto, si definiscono i materiali che usa, il bronzo, il legno e la pietra, media che gli permettono di lasciare spesso le sue sculture allo stato grezzo, come creature primordiali e ricche di simbolismi e riferimenti alla sua costante ricerca.

Gli anni Quaranta

Nel 1938, Marino Marini conosce Mercedes Pedrazzini, di cui si innamora immediatamente. La sposa pochi mesi dopo, instaurando con lei un rapporto strettissimo e quasi simbiotico, tanto che amerà chiamarla Marina.

Allo scoppio della guerra, il suo studio milanese viene bombardato, distruggendo gran parte delle sue opere giovanili. Nel 1942 decide di rifugiarsi in Svizzera, nel Canton Ticino, nella casa della famiglia di Mercedes.

Questo è un periodo fertilissimo per l’artista: conosce infatti numerosi scultori come Alberto Giacometti (1901-1966), Fritz Wotruba (1907-1975), Otto Bänninger (1897-1973) e Germaine Richier (1902-1959), con cui instaura un rapporto di fitti scambi e influenze.

Alla fine della guerra, la sua ricerca risulta, così, profondamente arricchita, dopo che alcuni temi vengono scandagliati con cura e passione, esibendone i risultati alla Biennale di Venezia del 1947, dove ottiene un enorme successo di critica.

Proprio in questa occasione, Marino Marini ha modo di stringere amicizia con lo scultore inglese Henry Moore (1898-1986), che frequenterà per molti anni anche durante i soggiorni estivi a Forte dei Marmi. Contemporaneamente, l’artista entra in contatto con il mercante d’arte Curt Valentin che organizza una sua personale a New York nel 1950.

Il successo degli ultimi anni

Da questa esperienza statunitense in poi, la carriera di Marino Marini acquisisce un valore sempre più alto, dovuto al susseguirsi di personali e collettive che vengono organizzate non solo in Italia, ma anche in Europa e in America.

Nel 1952 riceve il Gran Premio Internazionale di Scultura alla Biennale di Venezia e, nel frattempo, continua a sviluppare diversi temi della sua ricerca e, ai cavalieri si aggiungono i nudi, i giocolieri e la serie dei Miracoli.

Le sue più importanti personali si tengono alla Kunsthaus di Zurigo nel 1962 e a Palazzo Venezia nel 1966. Gran parte delle sue opere sono conservate presso il Museo Marino Marini di Firenze e presso Centro di Documentazione dell’Opera di Marino Marini di Pistoia, inaugurato nel 1979, un anno prima della sua morte, sopraggiunta a Viareggio nel 1980.

Marino Marini: la scultura tra primitivismo e modernità

La scultura arcaica è sin da subito stata un punto di riferimento nella poetica di Marino Marini. È fortemente legato alla tradizione etrusca, come dimostra la prima scultura importante esposta nel 1929 a Milano, Popolo, in terracotta, che rivisita alcuni tratti distintivi del Sarcofago degli sposi conservato al Museo Etrusco di Villa Giulia, soprattutto per quanto riguarda la serena ieraticità e l’abbraccio delle due figure.

Una materia ruvida e scabra caratterizza le opere degli anni Venti e Trenta, come Il cieco e L’uomo dormiente, esposti alla sua prima Biennale di Venezia del 1928. Due anni dopo, alla Mostra Regionale Toscana ha una sala personale in cui espone diciassette opere, tra cui Giovinetta coricata, Il giocoliere, Maschera d’uomo dormiente, Lo studente, Donna in giardino.

Queste opere risentono ancora dell’influenza della poetica di Novecento, elaborata da Marino Marini con piena coscienza e contributo personale. Le sue opere, infatti, risultano sempre pervase da un sentimento ben preciso, vive ed energiche nella loro costante aura di arcaismo.

Donna dormiente, compare alla Biennale di Venezia del 1930, con forti riferimenti alla cultura etrusca, ma anche in un agile dialogo con il primitivismo dell’amico Arturo Martini. Ersilia, in legno policromo, è del 1931, come La borghese, scultura moderna ma anche arcaica, quasi immobile in un tempo indefinito.

Nello stesso anno, Marino Marini prende parte alla I Quadriennale romana con Ritratto di Alberto Magnelli in terracotta, Frammento in gesso e Testa femminile in terracotta.

Temi ricorrenti: il cavaliere, Pomona, i giocolieri, i miracoli

A cominciare dagli anni Trenta in poi, l’artista sviluppa alcuni temi che riprenderà più volte, declinandoli in diverse varianti e soluzioni, sempre caratterizzati da quell’approccio grezzo e archetipico, in cui le forme appaiono primordiali e istintive.

Tra di essi, vi sono La bagnante e Il giocoliere che compaiono per la prima volta alla Biennale del 1932. Alla Quadriennale di Roma del 1935 presenta quindici, meravigliose opere, come Pugile, Giovane coricata, Musicista e Icaro che gli garantiscono il Primo premio per la scultura.

È proprio in questi anni che Marino Marini elabora il tema dei cavalli e dei cavalieri, una sorta di chiave per interpretare tante epoche diverse, e dunque la storia umana. Dopo la guerra i cavalli divengono Miracoli, forme lacerate ed espressioniste.

Di pari passo, procede la Pomona, simbolo di una fertilità femminile senza tempo, con le sue forme prorompenti e turgide, che rendono l’artista etrusco nell’animo. I giocolieri sono invece i rappresentanti allegorici di quella instabilità che caratterizza l’uomo, sempre diviso a metà tra il mondo dei doveri e dei piaceri, tra il bene e il male.

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