Alberto Martini

Alberto Martini. L’Uomo della Folla (dettaglio). Tecnica: Illustrazione
L’Uomo della Folla (dettaglio). Tecnica: Illustrazione

Biografia

Alberto Martini (Oderzo, 1876 – Milano, 1954), nato da un’agiata famiglia trevigiana, inizia a dipingere al seguito del padre pittore, che sarà il suo unico maestro. Le prime espressioni pittoriche del giovane, ad olio e acquarello, sono paesaggi, scene campestri e piccole vedute urbane di Treviso eseguite en plein air.

Se inizialmente è indirizzato verso un naturalismo dai toni puri ed elegiaci, alla fine degli anni Novanta si orienta verso un simbolismo di matrice europea, che si riscontra soprattutto nella sua precoce produzione grafica, a partire dall’illustrazione del Morgante maggiore di Luigi Pulci e della Secchia rapita di Alessandro Tassoni.

In queste prime prove si nota già la predilezione verso un segno asciutto e una dimensione visionaria e perturbante. La linea, raffinata e colta, deriva tanto dalla tradizione rinascimentale nordica, in particolare di Dürer, quanto dagli artisti simbolisti come Max Klinger (1857-1920), Odilon Redon (1840-1916) e Arnold Böcklin (1827-1901).

Un artista visionario ed eclettico

La sua produzione varia dal socialismo umanitario, reso attraverso note crude e pungenti, ad atmosfere oniriche e simboliche, gravide di sensazioni misteriche e toni cupi. Fa da sostrato un disegno sempre sapiente e un chiaroscuro preciso, anche nelle composizioni più spiccatamente visionarie.

Al suo esordio alla Biennale di Venezia del 1897, Alberto Martini viene notato da Vittorio Pica, fautore non tanto della sua produzione pittorica quanto di quella grafica in bianco e nero. Lo incoraggia, infatti, a partecipare al Concorso Alinari del 1901, per le nuove illustrazioni della Divina commedia.

È proprio dai primi anni del Novecento che l’artista inizia ad occuparsi anche della produzione di matrici per manifesti pubblicitari e della progettazione di decorazioni di carte da parati e stoffe, rievocando, in un certo senso, il clima artistico e culturale di Arts & Crafts di William Morris (1834-1896).

La passione per le arti applicate lo accompagnerà per tutta la sua carriera, soprattutto a partire dal dopoguerra. Con il suo trasferimento da Treviso a Milano, conosce Margherita Sarfatti, di cui sarà amico per molti anni, fino a quando lei non fonderà il gruppo Novecento, dal quale Martini prenderà nette distanze, non condividendo a pieno quel clima austero di ritorno all’ordine, nonostante molti suoi ritratti degli anni Venti possano afferire ad un linguaggio plastico ed equilibrato.

L’intensa attività espositiva e la maturità

La poetica dell’artista sarà sempre legata ad una visione simbolista e perturbante, per poi anticipare anche alcuni elementi del Surrealismo, attraverso la scelta di scenari enigmatici ed onirici e di tematiche come la maschera, il doppio, il circo.

Le sue opere grafiche, tanto quanto quelle pittoriche compaiono alle Biennali veneziane dal 1897 al 1930, ma l’artista partecipa anche alla Secessione romana del 1916 e a numerose esposizioni estere, in particolare alla Leicester Gallery di Londra, dove è particolarmente diffusa la sua produzione.

Risale al 1920 la sua personale alla Galleria Pesaro di Milano, con presentazione di Vittorio Pica, in corrispondenza del suo profondo legame con il gruppo di intellettuali della rivista “Bottega di Poesia”, con cui collabora fino al 1925.

Alla fine degli anni Venti, stanco del clima artistico milanese dominato da Novecento, Alberto Martini decide di trasferirsi a Parigi, dove rimane fino al 1934. È in questo frangente che la sua produzione di tendenza surrealista risulta più vivace, soprattutto grazie alla vicinanza ad André Breton (1896-1966).

Ciononostante, non entrerà mai ufficialmente nel gruppo surrealista parigino, anche perché nel 1934, per problemi economici è costretto a rientrare in Italia. A Milano, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, si dedica ormai soprattutto all’illustrazione, eseguendo, ad esempio, i disegni per Cuore di De Amicis o per il Pinocchio di Collodi. Muore a Milano nel 1954, a settantotto anni.

Alberto Martini: la poetica simbolista, tra pittura ed illustrazione

Dopo i suoi esordi veristi, Alberto Martini si inoltra in una dimensione conturbante e visionaria, come si nota dalla serie di disegni La corte dei miracoli presentata alla sua Biennale d’esordio, quella del 1897. L’anno successivo vi presenta il disegno a china La vita del lavoratore, in cui l’epopea del lavoro agreste viene assimilata alle iconografie del sacrificio e del martirio.

Le illustrazioni della Secchia rapita vengono presentate alla Biennale del 1901 e del 1903, mentre a quella del 1905 espone diversi disegni e dipinti, tra cui un Ex libris, La bella veneziana, Autoritratto, I golosi, tratto dalla Commedia dantesca e Sant’Agata.

La vocazione visionaria e simbolista ben si nota dalle opere grafiche presentate all’Esposizione milanese del 1906 per il Traforo del Sempione: Le tre grazie, Notturno di Chopin, Visione dell’amante morta, La Venere dissepolta e La guerra.

Ma sondando anche la produzione pittorica e a pastello si nota lo stesso indirizzo, ispirato al simbolismo europeo e alla trattazione dei più intimi recessi della psiche, come dimostra il trittico presentato alla Biennale del 1907, composto da La diavolessa, Notturno e Nel sonno, opere esposte nella “Sala del Sogno” e che stanno sulla stessa linea delle coeve illustrazioni di alcuni racconti di Edgar Allan Poe, esposte alla Biennale del 1909.

Nel biennio successivo, Alberto Martini si occupa prevalentemente del mondo shakespeariano, eseguendo alcuni disegni per diversi atti dell’Amleto e di Macbeth, presentati all’Internazionale di Roma del 1911, insieme ad alcune misteriche e magiche immagini tratte da poemi di Mallarmé.

Nel 1914 l’artista partecipa alla Biennale con alcuni ritratti, tra cui quello trasognato e seducente della femme fatale Marchesa Luisa Casati Stampa e alla Secessione romana con Lacrime d’amore.

Atmosfere oniriche e surrealiste

Molti studiosi hanno attribuito ad Alberto Martini il titolo di precursore di alcune tematiche fondamentali del Surrealismo, come la rappresentazione di una dimensione onirica, che già si nota nel Ritratto di Vittorio Pica e nell’Autoritratto esposti alla Biennale del 1912.

Visioni enigmatiche e quasi “iniziatiche” si svelano tra le immagini oniriche popolate da accostamenti strani di oggetti e figurine, di luci e ombre, di mistero irrisolto. Questa produzione, che parte dagli anni Venti e si sviluppa poi negli anni Trenta a Parigi, si divide tra illustrazione e pittura, come si nota anche dall’imponente personale alla Galleria Pesaro del 1920.

Tra le centosessanta opere presentate vi sono numerose illustrazioni letterarie, tra cui quelle di Shakespeare, Allan Poe, Grasset, Verlaine e Rimbaud, ma anche numerosi dipinti, soprattutto notturni.

Tra di essi, Rivelazione magnetica, Silenzio, La riva degli Schiavoni in notte di luna, La genesi di un poema (Il corvo), Strano effetto di luna, Manoscritto in una bottiglia, Berenice, L’incantatrice e i demoni, Arlecchino tra sole e luna e Sirena volante.

Nel 1922, tiene anche una personale alla Biennale, in cui spiccano alcuni ritratti posati ed equilibrati, lontani dalla dimensione onirica delle illustrazioni, tra cui quello della Signora A.S., affiancato però da immagini come Il pietrificatore di cadaveri e Il teatro delle streghe.

Alla sua ultima Biennale del 1930 espone L’uomo che crea, mentre alla mostra d’Arte Trevigiana del 1942, tiene un’altra personale con dieci opere, tra cui l’emblematico Autoritratto a penna, dal titolo L’uomo pallido.

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