Martini Arturo

Arturo Martini. Tito Livio, 1941 - Bronzo, esemplare unico, secondo bozzetto, 49,5 x 51 x 27 cm.
Tito Livio, 1941. Bronzo, esemplare unico, secondo bozzetto

Biografia

Arturo Martini (Treviso, 1889 – Milano, 1947) si forma inizialmente tra Treviso e Venezia. Dal 1906, frequenta per un paio d’anni lo studio dello scultore trevigiano Antonio Carlini (1853-1933).

In seguito, decide di trasferirsi a Venezia per completare la sua formazione presso l’Accademia di Belle Arti. Quindi, studia sotto la guida di Urbano Nono (1849-1925), fratello maggiore di Luigi Nono (1850-1918).

Artista irrequieto e mai soddisfatto, sempre guidato da una ricerca ansiosa, finiti gli anni di studio compie diversi viaggi fuori dall’Italia. Si trasferisce prima a Monaco nel 1909, dove frequenta Adolf von Hildebrandt (1847-1921), poi a Parigi nel 1912 e partecipa alle prime mostre veneziane e parigine.

Sono anche gli anni in cui si accosta alla scultura scapigliata di Medardo Rosso (1858-1928). È interessato al suo trattamento della luce e dell’ombra, ma alle opere sfuggenti e “senza confini” di Rosso, Martini preferisce una costruzione più compatta.

Il salotto di Margherita Sarfatti

Nel 1916, Arturo Martini decide di trasferirsi a Milano. La sua scultura è in continua evoluzione: come evidenzia Corrado Maltese è «verista, floreale, impressionista, poi liberty e poi matissiana». Ma il 1919 è un anno di svolta per la sua espressione artistica.

Comincia a frequentare il salotto di Margherita Sarfatti e conosce Carlo Carrà (1881-1966). Lo introduce nel gruppo Valori Plastici e lo invita ad esporre con loro alla Fiorentina Primaverile del 1922.

L’influenza di Carrà è decisiva per le opere martiniane dell’inizio degli anni Venti. Un anno prima, Martini sposa Brigida Pessano e si trasferisce in Liguria, facendo anche dei lunghi soggiorni a Roma. Dopo il 1926, si allontana da Valori Plastici e si fa interprete di una scultura dal tono arcaico, ancestrale, unica nel suo genere.

La statuaria è morta, ma la scultura vive

Dal 1929 al 1931 diventa insegnante presso l’Istituto Statale delle Industrie Artistiche di Monza, dove avrà come allievo, tra gli altri, Mirko Basaldella (1910-1969).
Dagli anni Trenta comincia ad ottenere una serie di committenze e riconoscimenti ufficiali, come il premio per la scultura alla I Quadriennale di Roma del 1931.
È il periodo in cui le sue opere acquistano una bellezza formale senza precedenti: sono fiabesche nella loro essenza semplice e antica.

Nel 1942 inizia ad insegnare all’Accademia di Belle Arti di Venezia, anno in cui gli viene dedicata una personale alla Biennale. Nel 1945, dopo aver intuito le nuove esigenze della scultura, pubblica il prezioso e tormentato volumetto La scultura lingua morta. Muore a Milano nel 1947. Poco prima aveva accennato ad una sostituzione del suo scritto con un altro, intitolato La statuaria è morta, ma la scultura vive.

Gli anni giovanili: una costante ricerca in seno alla Secessione

I primi anni di espressione di Arturo Martini, quelli compresi tra il 1906 e il 1915, sono ricchi di influenze e suggestioni. Una continua ricerca che lo porta in Germania, in Francia e poi di nuovo in Italia, passando dal verismo, all’impressionismo al liberty. Nel 1907, alla Mostra d’Arte Trevigiana, espone dieci opere tra cui Armonie, Giovannino, Ritratto del poeta, Tempi profumati, Il palloncino.

Sei anni dopo, alla prima Esposizione della Secessione romana presenta La prostituta, Uomo spesse volte incontrato e Il buffone. La prima opera, in terracotta colorata, quasi una statuetta primitiva, è assorta in una posa reale, ma è del tutto espressionista nelle forme.

Sensibilissimo ad ogni tipo di materia utilizzata, dal legno alla terracotta alla pietra, l’artista fa vivere ai suoi variegati e mitici personaggi un vero dramma umano.

Arturo Martini: l’avvicinamento ai Valori Plastici

Il dopoguerra e gli anni Venti, per Arturo Martini segnano l’avvicinamento al gruppo Novecento, intorno a Margherita Sarfatti. Anche la metafisica di Carrà sarà per lui importantissima: tra il 1922 e il 1926 viene influenzato dalla sua poetica, per poi distanziarsene e trovarne una propria.

Nel 1922 partecipa con il gruppo alla Fiorentina Primaverile. Vi espone Testa di giovane, Le stelle, Fecondità, Ritratto di mia madre, Dormiente, Il pastore e La pulzella d’Orléans. Ancora sulla stessa linea, alla Biennale del 1926 presenta di nuovo Il pastore, L’uragano e Il viandante.

Nel 1927, presso la Galleria Pesaro si tiene una mostra di Martini, insieme a quella del pittore ungherese Andor De Hubay. Le opere esposte sono ben ventisette e tra di esse compaiono diverse Stazioni della via Crucis, Il sogno della contadina, Il suicidio della romantica, Orfeo, Nascita di Venere.

Il linguaggio è sempre legato ad una certa sospensione metafisica derivante dalla vicinanza a Carrà. Si nota una certa congiunzione tra infinito e finito, un punto d’incontro tra il classico e l’interiorità. Ma si percepisce anche già l’accenno di una trasformazione: un’ansia che conduce l’artista verso un’arte primitiva, drammatica.

Scultura dal tono arcaico

Dalla fine degli anni Venti, fino al resto della sua vita, Arturo Martini si dedica ad un’arte quasi mitica. Realizza sculture imponenti, ma cariche di una semplicità favolistica che le rende leggibili e spontanee. Sono ricche di accenti drammatici legati alla vita di ognuno di noi: gioie e dolori, patimenti ed elementi giocosi.

Espressione di queste caratteristiche sono le opere esposte alla I Quadriennale di Roma del 1931. Si tratta di Nudo al sole, Pastor fido, Figliuol prodigo, Ragazzo, Sposa felice e Maternità.

In quest’ultima opera, corpulenti bambini dalle forme arcaiche si arrampicano attorno al corpo della madre, anch’essa possente, statuaria, ma infinitamente umana e accogliente. Espressioni intime e personali, ma allo stesso tempo comuni a tutti gli uomini, vengono raccontate in opere come La convalescente o il Sonno esposte a Savona nel 1932.

Ancora, Chiaro di luna, della Biennale del 1932, o opere di piccole dimensioni come Attesa e Fanciulla che sogna sono preziosi e fantastici mondi ricchi di poesia.

Dal 1933 accetta una serie di commissioni pubbliche, come l’altorilievo La Giustizia corporativa per il Palazzo di Giustizia di Milano. Alla Quadriennale del 1835 si presenta con La sete, Leoni, Ippolito Nievo, La zingara e Tomba di giovinetta. Mentre a quella del 1943, l’ultima a cui partecipa, espone tre opere pittoriche, esperienza poi abbandonata nella metà degli anni Quaranta, per tornare alla sua intensa scultura.

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